La crisi ucraina

ANNALISA BOTTANI
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Those who do not want to listen to Foreign Minister Sergey Lavrov
will have to deal with Defense Minister Sergei Shoigu.
(Popular Russian joke) 

“Siamo arrivati a pensare che la diplomazia sia semplice come una maratona di Netflix. Ma ora siamo tornati all’epoca in cui bisognava guardare un episodio a settimana”, ha ricordato Mark Galeotti, senior associate fellow presso il Royal United Services Institute (RUSI), alla fine del primo round di colloqui sulla questione ucraina avviati il 9-10 gennaio. Una previsione che sintetizza perfettamente l’andamento dei negoziati attualmente in corso. 

Gli analisti di tutto il mondo si interrogano non solo sull’esito dei colloqui, ma sulle reali intenzioni di Putin. In molti ritengono che sia in gioco non tanto (o non solo) la sovranità dell’Ucraina, costantemente a rischio invasione considerato il dispiegamento di oltre centomila truppe russe e di artiglieria pesante ai confini del Paese, quanto la volontà della Russia di ridefinire gli equilibri sanciti dopo la fine della Guerra Fredda e una nuova architettura di sicurezza europea. 

L’incontro del 21 gennaio a Ginevra tra il segretario di stato americano Antony Blinken e il ministro degli Affari esteri Sergey Lavrov lo dimostra, a distanza di circa un mese dall’ultima interlocuzione telefonica tra il presidente Joe Biden e il presidente Vladimir Putin e dopo due intense settimane di meeting che hanno visto, tra l’altro, il coinvolgimento delle delegazioni del governo russo e americano, del Consiglio Nato-Russia (che non si riuniva dall’estate del 2019) e dell’OCSE (che include anche l’Ucraina), nonché dei rappresentanti di alcuni dei Paesi alleati, tra cui Francia, Germania e Inghilterra.  

La comunità internazionale continua ad auspicare una soluzione diplomatica, ma il rischio di una guerra è “reale” secondo l’analista politica Tatiana Stanovaya e aumenta ogni volta che le trattative falliscono. L’allarme si era già manifestato tra marzo e aprile del 2021 ed era poi rientrato il 22 aprile quando il ministro della Difesa russo aveva annunciato il ritiro delle truppe dall’area entro il 1° maggio. Putin, pur paragonando le tensioni attuali alla crisi dei missili di Cuba del 1962, ha negato a più riprese la volontà della Russia di attaccare l’Ucraina, rivendicando il diritto di spostare truppe nel proprio territorio. È bene ricordare, tuttavia, che in passato la Russia ha già annesso una parte del territorio ucraino (la Crimea) e nella zona del Donbas si combatte dal 2014, con un bilancio di oltre tredicimila morti. 

Gli Stati Uniti e alcuni Paesi della Nato hanno, comunque, confermato un potenziamento dell’assistenza militare all’Ucraina, come dimostra la decisione statunitense di porre in stato di massima allerta ottomila e cinquecento truppe per un eventuale dispiegamento nell’Europa dell’est. Proprio lunedì si è svolto un incontro virtuale a porte chiuse in cui gli Stati Uniti, i partner europei (Germania, Francia, Italia, Polonia), la Gran Bretagna, il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, pur continuando a sperare in una soluzione diplomatica, si sono confrontati sugli sforzi congiunti per impedire l’invasione russa, sottolineando le gravi conseguenze per la Russia, anche e soprattutto in termini economici, e confermando la necessità di rafforzare la sicurezza lungo il versante orientale. Conseguenze che si verificheranno in ogni caso, senza distinzioni tra “incursione minore” e “invasione” da parte della Russia, come aveva inizialmente indicato Biden, poi affrettatosi a precisare che “qualsiasi sconfinamento delle truppe russe sarà considerato un’invasione.”  

Un importante segnale di coesione è giunto sempre lunedì dal Consiglio “Affari Esteri”, riunitosi a Bruxelles, che ha visto la partecipazione in videoconferenza anche di Blinken. Secondo quanto riportato dall’Ansa, l’Unione ha varato un pacchetto di aiuti finanziari da 1,2 miliardi di euro, ribadendo, tramite la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che “l’Ucraina è uno Stato libero e sovrano e l’Ue è al suo fianco ed è fermamente impegnata” nella soluzione della crisi.  

Mercoledì, invece, secondo Al Jazeera, Russia, Ucraina, Francia e Germania avvieranno i colloqui nel “formato Normandia” nella città di Parigi. 

Non dobbiamo dimenticare gli ulteriori duecento milioni di dollari in aiuti militari già stanziati dagli Usa e l’approvazione della richiesta degli stati baltici di inviare armi statunitensi in Ucraina in previsione di un conflitto. Sanzioni ad hoc sono state poi imposte anche ai deputati ucraini Taras Kozak e Oleh Voloshyn, considerati “pedine dell’Fsb” per essere stati al centro del tentativo russo di reclutare ex funzionari o funzionari in carica per assumere il controllo del governo ucraino.  

Intanto le famiglie del personale dell’ambasciata americana in Ucraina hanno già ricevuto l’ordine di lasciare il Paese, suggerendo ai cittadini americani di fare altrettanto, mentre la Gran Bretagna ha iniziato a evacuare parte del personale e le relative famiglie (anche la Germania e l’Australia stanno ipotizzando di avviare le procedure). Secondo Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, invece, non è ancora il momento per procedere all’evacuazione delle famiglie dei dipendenti delle ambasciate dell’Unione. 

Sergey Lavrov e Anthony Blinken a Ginevra

Tornando ai negoziati, il 21 gennaio la svolta, certamente auspicata, ma non attesa, non è avvenuta, mostrando il profondo divario tra le parti. Russia e Stati Uniti hanno, tuttavia, concordato sulla necessità di allentare la tensione e Washington si è impegnata a fornire nel corso di questa settimana una risposta scritta alle richieste – le note “garanzie di sicurezza” – presentate da Mosca a novembre e rivolte a Stati Uniti e Nato, sottolineando la necessità di proporre alcune idee su cui riflettere in una riunione di follow-up. 

Blinken, secondo quanto dichiarato, non si aspettava svolte significative, ma crede sia stato intrapreso un percorso chiaro in termini di comprensione delle posizioni e dei timori reciproci. Dopo le diverse occasioni di confronto di questi mesi ha ribadito, inoltre, la disponibilità di Biden, confermata anche dalla controparte russa, a intrattenere nuovi colloqui, se utili a favorire eventuali progressi diplomatici. 

Cauto, come sempre, Lavrov che, pur avendo considerato l’incontro “utile e franco”, non si è sbilanciato sul percorso intrapreso. “Lo capiremo”, ha dichiarato, “quando riceveremo le risposte a tutti i punti della nostra proposta.”  

È ancora presto per dire se sia stato superato lo stallo, considerato scontato, che ha caratterizzato la prima fase dei colloqui.  

Un esito scontato perché era noto che gli Stati Uniti non avrebbero mai accolto le “garanzie di sicurezza” cui si accennava in precedenza, in cui il governo russo ha richiesto, tra l’altro, uno stop all’espansione a est della Nato, in Ucraina e Georgia in particolare (una richiesta in aperto contrasto con la policy “open door” della Nato), alla presenza di infrastrutture militari della Nato stessa e il ritiro di quelle dispiegate nei Paesi dell’Europa dell’est dal 1997 in poi (anno di stipula del Nato – Russia Founding Act). 

E la scorsa settimana il Cremlino si è spinto oltre chiedendo, come parte delle garanzie di sicurezza, che siano ritirati le forze e gli armamenti dalla Romania e dalla Bulgaria.

Si tratta di punti cruciali per la Russia che mira almeno a ottenere un accordo “legalmente vincolante”, memore della promessa, mai formalizzata ufficialmente, fatta a Gorbaciov che gli Stati Uniti non avrebbero cercato di ampliare la Nato nei territori un tempo appartenenti all’Unione sovietica. Sarebbe alquanto improbabile, infatti, un accordo ratificato da due terzi dei senatori americani, vista la delicata condizione politica in cui versa il Paese in questo momento. Anche il tentativo da parte occidentale di orientare i colloqui focalizzando l’attenzione su problematiche concrete, quali le piattaforme di lancio dei missili e il dispiegamento di truppe, potrebbe aver contribuito, secondo Galeotti, all’interruzione del primo round di colloqui, visto che la Russia chiedeva una radicale riforma degli accordi di sicurezza dell’Europa. 

In particolare, l’adesione dell’Ucraina alla Nato è una redline per il Cremlino, ma è opportuno ricordare, secondo Dmitri Trenin, direttore del Carnegie Moscow Center, che proprio all’inizio di dicembre del 2021 il dipartimento di stato americano aveva comunicato all’Ucraina che era improbabile l’approvazione di una sua eventuale adesione nel prossimo decennio. Se la Nato decidesse di concentrare le proprie forze militari negli stati membri dell’est Europa, questo porterebbe a favorire una militarizzazione delle linee di demarcazione che corrono lungo i confini occidentali di Russia e Bielorussia, spingendo la Russia stessa a dispiegare i missili a breve raggio a Kaliningrad, ossia l’exclave russa tra Polonia e Lituania. 

Un’alleanza ancora più stretta con la Bielorussia potrebbe portare a esercitare una pressione maggiore sull’Ucraina, prefigurando un riconoscimento e un’integrazione delle repubbliche del Donetsk e del Luhansk nella nuova entità geopolitica con Russia e Bielorussia. Nelle prossime settimane sono previste esercitazioni militari congiunte tra i due Paesi che forniranno alla Russia, secondo Reuters, nuove opzioni in caso di attacco militare, dando origine a un nuovo potenziale fronte. Peraltro, dalla Bielorussia le truppe russe si troverebbero molto più vicine alla capitale visto che la distanza con il confine bielorusso è di appena novanta chilometri. 

In questa delicata fase non hanno certo aiutato poi le dichiarazioni del ministero della Difesa russo che, secondo fonti Ansa, ha annunciato la decisione di condurre, tra gennaio e febbraio, esercitazioni in tutti i mari di competenza delle sue flotte (Atlantico, Pacifico, Artico e Mediterraneo), coinvolgendo oltre centoquaranta navi, sessanta aerei e circa diecimila effettivi. 

“Desideriamo ricordare alle grandi potenze che non ci sono né incursioni di minor importanza né nazioni piccole. Così come non ci sono vittime di minor importanza o lutti di poco conto per la perdita dei propri cari. Lo dico come Presidente di una grande potenza”, Volodymyr Zelenskyj, presidente dell’Ucraina

Anche il cyber attacco contro i siti del governo ucraino, avvenuto tra il 13 e il 14 gennaio, ha inasprito ulteriormente le tensioni: l’Ucraina, infatti, ha dichiarato di avere le prove di un coinvolgimento diretto della Russia decisa, sempre secondo il Paese, “a condurre una guerra ibrida volta a “destabilizzare la situazione in Ucraina fermando il lavoro del settore pubblico e minando la fiducia nelle autorità da parte dei cittadini.” 

Ma quali sono, dunque, le reali intenzioni di Putin? E, soprattutto, considerato lo stallo dei negoziati, cosa sta aspettando?

Secondo il Carnegie Endowment for International Peace, in parte Putin ha già ottenuto ciò che voleva, chiedendo di prestare attenzione alla Russia quale potenza di rilievo che non può essere marginalizzata nell’agenda americana e che può generare criticità in aree in cui è in una posizione di vantaggio. Lo dimostrano l’incontro one-on-one a Ginevra con Biden, un chiaro riconoscimento del ruolo della Russia quale “degno avversario”, oltre alla ripresa del dialogo, interrotto dopo l’annessione della Crimea, sulla stabilità cyber e strategica. Tutto questo in un momento in cui la Russia percepisce la debolezza degli Stati Uniti, guidati da un presidente che potrà contare su un solo mandato e alle prese con la gestione di numerose criticità interne. Dunque, secondo la Russia, maggiormente “disposti a compromessi.”

Se pensiamo poi alle sue intenzioni, secondo Trenin, l’Occidente spesso tende a rappresentare Putin come una persona avventata, ma in realtà è cauto e calcolatore, soprattutto quando si tratta di ricorrere all’uso della forza. Non è certo avverso al rischio, come dimostrano le operazioni in Cecenia, Crimea e Siria, ma i benefici devono superare i costi. “Non invaderà l’Ucraina semplicemente in base all’orientamento dei leader occidentali”, sostiene il direttore. Vi sono, comunque, alcuni scenari, continua Trenin, che potrebbero spingere il Cremlino a inviare truppe in Ucraina. Nel 2018 Putin aveva dichiarato che un tentativo da parte dell’Ucraina di riconquistare i territori nella regione del Donbas con la forza avrebbe scatenato una risposta militare russa, ricordando un noto precedente: il conflitto russo-georgiano. La minaccia di ricorrere alla forza deriva anche dalla frustrazione legata allo stallo dei processi diplomatici. In particolare, è stato vanificato il tentativo di indurre il presidente Zelensky a firmare un accordo sul Donbas. La decisione di quest’ultimo di utilizzare droni armati nell’area ha aumentato drasticamente le tensioni con Mosca in un momento in cui l’Ucraina non poteva permetterselo. In particolare, Putin incolpa Zelensky non solo di aver rifiutato il dialogo con i rappresentati del Donbas, ma anche di aver promesso di concludere la guerra e di implementare gli accordi di Minsk, senza poi dare seguito a tale promessa, sotto l’influenza di “elementi radicali”. 

Sempre secondo Trenin, al di là della retorica legata alla “fratellanza” russo-ucraina, punto su cui torneremo, l’obiettivo che sta maggiormente a cuore a Putin è naturalmente quello di evitare l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Nel 2014, dopo aver mandato le truppe in Crimea in risposta al rovesciamento del presidente Yanukovych, disse di non poter immaginare di arrivare a Sebastopoli per incontrare il personale della Marina militare della Nato. “Naturalmente”, ha proseguito Putin, “molti di loro sono persone meravigliose, ma sarebbe meglio se venissero qui a incontrare noi, se fossero nostri ospiti, anziché il contrario”. Non è solo l’adesione alla Nato a preoccupare il Cremlino o lo status democratico del Paese, un modello cui i suoi concittadini potrebbero puntare, ma è anche la prospettiva di un upgrade qualitativo del suo apparato di sicurezza grazie ai finanziamenti e alle partnership con Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi alleati. 

Le forze militari in campo

Come si accennava in precedenza, l’obiettivo ultimo è cambiare gli scenari post-Guerra Fredda nell’est Europa in cui la Russia non ha molta voce in capitolo in quanto è sotto il controllo della Nato. Evitando eventuali adesioni di Ucraina, Moldavia e Georgia, ritiene forse di poter rimediare ai danni sostenuti dopo la fine della Guerra Fredda. Dunque, si ritorna a un tema che Europa e Stati Uniti non intendono accettare: la politica delle “sfere di influenza” e dei blocchi. Il 10 gennaio Marta Dassù ha ricordato su la Repubblica che Putin, convinto che il crollo dell’Urss sia stato la “più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, “sembra volere riannodare il filo della storia. Punta al riconoscimento di una sfera di influenza della Russia, con una sorta di Yalta 2”. Rovesciare l’esito della Guerra Fredda non sarà possibile (e Putin lo sa), sostiene l’analista russo Fyodor Lukyanov, ma il presidente ritiene prioritario ottenere nuove “garanzie di sicurezza ai propri confini”. E, ha aggiunto Dassù, per ragioni esterne e interne, ossia il timore di un “contagio democratico a partire dalle aree ex sovietiche”. 

Pur consapevole della difficoltà di trovare punti di accordo tra le parti, all’inizio del primo round di colloqui Dassù ha sottolineato un punto cruciale, ossia le possibili prospettive future, incerte in quanto i negoziati sono ancora in corso: “… non è la Yalta 2 cui sembra aspirare Putin. Potrebbe essere forse – ma è un grande forse – l’avvio di un dialogo alla Helsinki 2 sulla sicurezza europea [il riferimento è alla Conferenza di Helsinki (l’atto finale fu firmato nel 1975) sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE) e alla relativa stipula di un trattato che ratificava il definitivo riconoscimento delle frontiere europee postbelliche, individuava nella distensione l’obiettivo da perseguire nei rapporti internazionali e invitava all’impegno nel promuovere il rispetto dei diritti umani anche nei Paesi del blocco socialista]: principi, regole, misure di fiducia, combinati a un rilancio del controllo degli armamenti e alla conferma del contenimento militare della Russia.”

Lo smantellamento dell’architettura di sicurezza dell’Europa definita dopo la Guerra fredda e il ritiro dagli accordi internazionali fondamentali che regolano i diritti degli stati all’autodeterminazione non sono, tuttavia, opzioni accettabili per l’Occidente. Ricordiamo che tra il 1988 e il 1989 Gorbaciov aveva dichiarato più volte che i Paesi dell’Europa centro-orientale “dovevano essere pienamente padroni del proprio destino: la dottrina della ‘sovranità limitata’ era ormai superata e ciascuno avrebbe dovuto operare ‘a modo suo’ senza ingerenze esterne.” Dichiarazioni che contribuirono a indebolire i regimi comunisti, incoraggiando i movimenti di opposizione. A Malta nel 1989 Bush senior chiese rassicurazioni sull’intenzione dell’Urss di non ricorrere alla forza in quell’area. Tra la fine del 1989 e la prima metà del 1990 le forze armate sovietiche si ritirarono dai Paesi ex satelliti (nel marzo 1991 sarà sciolto il patto di Varsavia). 

Il destino dell’Ucraina rimanda, inoltre, a un altro importante obiettivo della presidenza Putin: il suo “lascito” in termini politici, anche in vista delle elezioni del 2024. Secondo l’analisi di Eugene Rumer e di Andrew S. Weiss del Carnegie Endowment for International Peace, con l’annessione della Crimea Putin ha assunto il ruolo di “gatherer of Russian lands”, il primo governante dopo Stalin ad ampliare il territorio del Paese. Ma per consolidare il suo lascito manca un tassello, l’Ucraina, che rappresenta il suo “unfinished business”, ossia il ripristino del dominio russo su territori fondamentali del suo storico impero. Non parliamo necessariamente della costituzione di una “Urss 2.0”. Questa operazione non ha solo una valenza geopolitica, ma generazionale, strategica e personale. 

Ma cosa vuole davvero?

La generazione dei sessanta-settantenni ha beneficiato del regime sovietico, Putin incluso. Ma con il crollo del 1991 tutto è svanito. Per gli analisti il vero stallo con l’Occidente non inizia nel 2014, ma risale agli anni Sessanta. Vista la ratio della nostalgia generazionale per l’antico impero, l’approccio russo nei confronti dei Paesi vicini non cambierà neanche quando la generazione di Putin lascerà il potere.   

Ciò che è svanito con il crollo dell’Urss è anche la profondità strategica che rappresenta il “cuscinetto” tra la terra russa e i potenti avversari europei, nonché il requisito essenziale per garantire la sicurezza dello stato. La ricerca di tale fattore ha definito la policy del Cremlino da Pietro il Grande, se non prima, salvando la Russia da Napoleone e dai nazisti. Dunque, riconquistarla è una priorità fondamentale.  

E ora veniamo all’Ucraina, il “gioiello della corona”. Rumer e Weiss ritengono che nessuna parte dell’impero russo e sovietico abbia mai avuto un ruolo più significativo, nell’ambito della strategia russa verso l’Europa, dell’Ucraina, essenziale per dimensioni, popolazione, posizione e per la funzione di fulcro dell’economia imperiale e sovietica russa, senza dimenticare il legame profondo in termini culturali, religiosi e linguistici con la Russia, come ci ricorda la storia di Kiev, culla dello stato russo (la Rus’ di Kiev). 

Paradossalmente è stata proprio l’Ucraina ad avere un ruolo di primo piano nella dissoluzione dell’Unione sovietica con la sua dichiarazione di indipendenza alla vigilia del colpo di stato di agosto del 1991. 

Nel 2021 la retorica putiniana sull’Ucraina ha raggiunto l’apice con la pubblicazione a luglio del saggio L’unità storica di russi e ucraini, un “popolo solo”, secondo il presidente. Riscrivendo e reinterpretando la Storia in base alle proprie esigenze politiche, Putin sostiene che l’Ucraina, inalienabile parte della Russia, non sia e non sia mai stata uno stato indipendente, sia priva di un’identità etnica, di una sua cultura, religione e lingua, abbia sempre prosperato quando era parte della Russia, ribadendo che ciò che, in termini territoriali, è definita Ucraina non ha una base storica ed è composta da terre prese dall’impero russo e dall’Unione sovietica. A suo avviso, l’indipendenza dell’Ucraina è sempre stata ispirata e promossa dai nemici della Russia e utilizzata come arma contro di essa. La retorica è stata poi diffusa dai media di stato, tra disinformazione e propaganda, e rafforzata da un articolo di Dmitri Medvedev, convinto che negoziare con i leader ucraini, burattini nelle mani dei sostenitori stranieri, non abbia davvero alcun senso.  

Putin ritiene, dunque, che sia suo “dovere” invertire il percorso verso l’Occidente dell’Ucraina, rappresentata come un Paese “rimasto orfano”, un “protettorato”, e proteggere gli interessi e la sicurezza russi. 

Quali scenari possiamo, dunque, attenderci nei prossimi giorni o settimane? 

Secondo Foreign Affairs, sono tre i possibili scenari cui dovremmo prestare attenzione, ricordando sempre che l’obiettivo finale è quello di paralizzare le capacità militari ucraine, seminare il caos nel governo e rendere l’Ucraina uno “stato fallito” in modo da eliminare definitivamente ciò che considera “una minaccia”. 

Tornando agli scenari, nel primo caso la Russia potrebbe riconoscere o annettere formalmente la regione del Donbas. I parlamentari russi, sulla scia anche della proposta del Partito comunista, si sono già attivati per promuovere un confronto sull’opportunità di riconoscere l’indipendenza delle due regioni separatiste filorusse dell’Ucraina, come avvenne per l’Abkhazia e l’Ossezia del sud. Si eviterebbe un’escalation militare, ma con pochi vantaggi. Si rischierebbe di “cristalizzare” ulteriormente lo status quo, perdendo l’occasione di inserire una “quinta colonna” filorussa nell’ambito della politica interna ucraina. Gli Stati Uniti e la Nato potrebbero prevedere dispiegamenti ulteriori di truppe lungo il versante orientale della Nato, creando un “dilemma della sicurezza” che il Cremlino vuole evitare.  

Nel secondo scenario si potrebbe assistere a un’offensiva limitata, per annettere ulteriori porzioni di territorio nell’est dell’Ucraina e nel Donbas, eventualmente come un’estensione del riconoscimento o una piena annessione. In questo caso la Russia cercherebbe di conquistare Mariupol, un porto strategico del Mare di Azov, così come Kharkiv, un’altra città dalla rilevanza simbolica in termini storici. Potrebbe, inoltre, con una mossa ancora più ambiziosa e una più vasta offensiva, stabilire un “ponte terrestre” collegando la Crimea alla Russia continentale oppure lanciare un’operazione anfibia per conquistare Odessa, uno dei porti più importanti del Paese, per poi spingere le forze russe già presenti in Transnistria.  

Secondo questo scenario, l’Ucraina sarebbe privata dei porti economici vitali presenti lungo la costa meridionale e, quindi, senza sbocchi sul mare. Un’operazione del genere non renderebbe l’Ucraina uno “stato fallito”, ma esporrebbe la Russia a una lunga e costosa operazione militare. 

Il terzo scenario è quello che prevede un’offensiva militare su vasta scala, ma un’occupazione a lungo termine sarebbe improbabile. La Russia vorrebbe evitare di sostenere i costi di una costante guerriglia urbana nelle principali città e ulteriori perdite in termini di vite umane. Dovrebbe, dunque, conquistare e mantenere i territori invasi per stabilire e proteggere le linee di rifornimento e poi ritirarsi dopo aver ottenuto un accordo diplomatico favorevole o aver inflitto danni di vasta portata. In questo caso la Russia cercherebbe di colpire tutti i centri nevralgici dell’economia e della politica del Paese, tra cui i palazzi del governo, i servizi di sicurezza, con attacchi cyber alle infrastrutture critiche (la rete elettrica, ad esempio), o i produttori di armi ucraini. Tutto questo avrebbe un costo devastante in termini di morti, causando una catastrofe umanitaria e la “decapitazione” della leadership dell’Ucraina che potrebbe diventare, dunque, uno “stato fallito”. 

Indipendentemente dallo scenario che si verificherà nelle prossime settimane, secondo gli analisti l’amministrazione Biden ha perso l’occasione per scongiurare la crisi sul versante dell’Europa orientale, malgrado la gestione dei negoziati, in quanto ha focalizzato la propria attenzione sul processo diplomatico senza dispiegare subito strumenti di hard power. Attendendo così a lungo, Washington deve affrontare la Russia con una limitata capacità di deterrenza e coercizione, mantenendo un equilibrio delicato: evitare un confronto militare one-on-one con la Russia, punendo, nel contempo, la stessa per aver creato questi scenari. 

Nel frattempo, alcuni membri dell’Unione europea, in un caotico susseguirsi di eventi, si sono mossi in autonomia e hanno individuato possibili soluzioni che hanno causato frizioni tra le parti, mostrando le divisioni e la debolezza istituzionale dell’Unione in materia di politica estera. 

Nel corso delle ultime settimane la Germania, pur sollecitando ulteriori colloqui ed esprimendo il proprio supporto, si è dimostrata ambivalente nei confronti della minaccia russa. I circoli politici si stanno soffermando su ciò che non faranno, anziché sulle prossime mosse da intraprendere. Berlino non è stata in grado di promettere uno stop al gasdotto Nord Stream 2, in caso di guerra, e si è opposta a dure sanzioni. Anche in precedenza è stata fortemente criticata dall’Ucraina per aver bloccato la fornitura di armi alla stessa, come riportato dal Financial Times. Il capo della Marina tedesca vice ammiraglio Achim Kay Schoenbach, che ha poi rassegnato le proprie dimissioni, ha rilasciato, inoltre, controverse dichiarazioni sulla necessità di mostrare rispetto nei confronti di Putin, affermando non solo che la Crimea è persa, ma anche che l’idea dell’invasione è puro nonsense

Sempre nei giorni scorsi anche la Francia si è mossa in autonomia, esortando l’Unione europea a stringere il proprio patto di sicurezza con la Russia malgrado gli appelli all’unità di Stati Uniti e Nato. Pur credendo sia giusto un coordinamento tra europei e americani, il presidente francese Macron ha ribadito la necessità che l’Unione avvii il proprio canale di dialogo, con una “proposta e una visione congiunte, un nuovo ordine di sicurezza e stabilità per l’Europa”, per poi proporlo nell’ambito dei negoziati con la Russia.   

Per superare tali divisioni sono stati particolarmente proficui gli ultimi incontri avviati in sede europea, tra cui quello del Consiglio “Affari Esteri” e il meeting con il presidente Biden di lunedì scorso. 

Discorso a parte merita, invece, la Gran Bretagna che, pur avendo offerto il proprio supporto, anche militare, all’Ucraina, sembra voler assumere il ruolo di key player in questa crisi, instaurando un dialogo diretto con il ministro della Difesa russo Shoigu che ha accettato, dichiarando che “il ripristino dei contatti, in uno spirito di collaborazione, tra Russia e Gran Bretagna aiuterà a ridurre le tensioni in Europa.” Un’altra mossa britannica ha generato numerose critiche da parte degli analisti a livello internazionale: proprio in questi giorni, in base alle informazioni diffuse dall’intelligence del Paese (anche gli Stati Uniti erano in possesso di tali informazioni, ma erano discrepanti in alcuni passaggi), Mosca starebbe tentando di insediare un leader filorusso al posto dell’attuale presidente, mentre l’intelligence russa sarebbe in contatto con alcuni ex politici ucraini. La diffusione di tali informazioni, soprattutto se non supportate da un’indicazione chiara delle prove su cui sono basate, è stata ampiamente criticata: secondo Mark Galeotti, si tratta di dichiarazioni difficili da analizzare che possono contribuire non solo ad alimentare lo scetticismo di osservatori e analisti, ma anche a confermare la nota mancanza di unità presente nella coalizione dell’Occidente. Questo non è dovuto solo alle priorità delle nazioni coinvolte, ma anche all’assenza di un consenso su ciò che sta accadendo, esacerbata da messaggi contrastanti da parte dei governi coinvolti.  

Last, but not least, l’Ucraina, reale protagonista di questa crisi, che nei giorni scorsi avrebbe dovuto partecipare ai negoziati con Mosca, anziché ricevere aggiornamenti dagli altri Paesi. 

Tra fatalismo, paura, scetticismo e coraggio, si prepara ad affrontare dopo oltre sette anni anche questa nuova minaccia.  

Secondo le testimonianze raccolte dal Daily Mail, a Kharkiv, una città di oltre un milione di abitanti che è situata a circa quaranta chilometri dal confine russo, in un potenziale punto di ingresso per un’invasione russa, tra i giovani e i meno giovani, non solo uomini, spiccano certamente il desiderio di vivere in pace, ma anche la volontà di combattere e di reagire in caso di aggressione. Alcuni organismi non governativi offrono addestramento di base a coloro che intendono combattere e, secondo le stime, si è verificato un incremento dei civili decisi ad apprendere competenze militari e di primo soccorso.  

Come riportato da Radio Free Europe/Radio Liberty, il ministro degli Affari esteri ucraino Dmytro Kuleba ha dichiarato che “questo conflitto scatenato dalla Russia contro l’Ucraina finirà solo quando l’Occidente manderà un messaggio semplice alla Russia: l’Ucraina non è solo un Paese che supportiamo; è parte del nostro mondo, è una di noi e non ritornerà mai da voi.” 

Ultimo aggiornamento: 24 gennaio alle ore 23

Annalisa Bottani è autrice del recente libro La Russia che r/esiste, pubblicato da ytali.com.
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La crisi ucraina ultima modifica: 2022-01-25T13:45:16+01:00 da ANNALISA BOTTANI
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