Pregare nel Novecento: una storia femminile

“Preghiera di donne”, il volume collettaneo curato da Isabella Adinolfi e Giancarlo Gaeta, è un’indagine corale sul significato profondo della preghiera e di come essa sia stata praticata o vissuta da alcune tra le più grandi figure femminili del secolo scorso.
NICOLÒ GERMANO
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“La preghiera trasforma prima di tutto chi la pratica, è un’azione capace di trasferire dalla terra al cielo una parte dell’amore che risiede nel cuore di un uomo e di far respirare in lui la parola di vita che ha ricevuto”, scrive Isabella Adinolfi introducendo l’importante volume da lei curato, assieme a Giancarlo Gaeta, Preghiera di donne (il melangolo, pp. 180, 2021). Si tratta di un’indagine corale, sapientemente orchestrata, sul significato profondo della preghiera, e di come essa sia stata praticata (o, decisamente meglio, vissuta) da alcune tra le più grandi figure femminili del secolo scorso. Il Novecento è stato un secolo lunghissimo, pieno di momenti oscuri, di violente manifestazioni del male. Molti pensatori proprio in questo secolo, di fronte all’apparente assenza di Dio, hanno preferito abbandonare l’orizzonte di senso del religioso, per rivolgere la loro attenzione esclusivamente al piano dell’immanenza, negando la possibilità stessa di una trascendenza. E oggi è quest’ultima, come tutti possiamo facilmente constatare, la direzione perseguita dalla maggioranza della nostra popolazione europea: un disinteresse ostentato per la religione, e di riflesso per la sua più alta manifestazione pratica e quotidiana, la preghiera. 

Ma anche in pieno Novecento qualcuno ha continuato a preoccuparsi di Dio, a prendersi cura di quella trascendenza umiliata, offesa, financo impiccata (come scriverà Elie Wiesel ne La notte) dalle tragedie che hanno travagliato la storia, e l’umanità intera. Chi ha preso su di sé tale compito sono state delle donne: esse hanno risposto, ancora una volta, “Sì” alla voce che le interrogava direttamente, nella loro più profonda interiorità. Quello tracciato nel volume collettaneo è quindi un percorso femminile, una storia della preghiera, della mistica contemporanea così come essa è stata recepita e teorizzata nella riflessione di queste donne, appunto capaci di continuare il difficile lavoro dell’attenzione e della cura esemplificato, nella narrazione evangelica, dalla figura paradigmatica di Maria. 

Dio – anche se i cieli, nel nostro tempo, sembrano vuoti – continua a cercarci, e tocca allora a noi, come aveva ben compreso Simone Weil nelle note sul Pater, “mutare la direzione del nostro sguardo”. La direzionalità dello sguardo, fondamentale nella riflessione propriamente filosofica e concettuale, si fa ancora più necessaria nel momento effettivo della preghiera. E in un senso propriamente pratico: dove rivolgere il nostro sguardo, mentre preghiamo Dio? Come posizionarci? Serve davvero inginocchiarsi, incrociare le mani, chiudere gli occhi? La preghiera diventa allora (e cioè, ritorna ad essere), nel percorso spirituale di queste pensatrici, una difficile pratica quotidiana, un esercizio di attenzione che impegna tanto la mente, lo spirito, quanto il corpo. Si pensi ad Etty Hillesum, come ricorda Anna Foa nel suo contributo, al suo intenso pregare che diventa tale solo dopo aver imparato ad inginocchiarsi. Appunto, dopo aver allenato e costretto la propria attenzione, il proprio sguardo: solo così, in quella giovane ragazza così insicura e fragile, è germinata una forza che ha fatto della preghiera – quindi del rapporto con la trascendenza – “un’arma per combattere” addirittura “il Male”.

Nel presente volume sono contenuti saggi di Maria Concetta Sala su Cristina Campo e Chandra Livia Candiani, di Paolo Bettiolo su Catherine Pozzi (poetessa “altissima”, ancora poco conosciuta in Italia), di Anna Foa sulla preghiera ad Auschwitz, con particolare riguardo per l’esperienza di Etty Hillesum. Laura Boella interviene su Edith Stein, Isabella Adinolfi si sofferma su Simone Weil, Lucetta Scaraffia scrive su Ivan Illich e Adrienne von Speyr. Chiude il volume l’intervento di Giancarlo Gaeta, dedicato alle opere pittoriche di Serena Nono che impreziosiscono e insieme tengono legati i vari contributi ivi raccolti.

I dipinti di Serena Nono (che coprono un arco di tempo compreso tra il 1995 ed il 2020) raffigurano delle donne assorte in preghiera. Pure è in essi contenuto anche lo spazio, la possibilità che rende effettivo tale gesto, forse il più importante che la creatura umana possa compiere. Nono infatti, tramite un sapiente gioco di luci (lo sfondo terribilmente bianco della prima figura, scelta come immagine di copertina) e di ombre (il nero totale contro il quale alcune delle figure paiono lottare, ma che resta la condizione in cui la loro preghiera sorge), sembra indicare a chi guarda una modalità di rapporto alla trascendenza estremamente personale, ma non solipsistica. Anzi. Come nota Gaeta, Serena Nono nel dipingere dà “espressione a una spiccata sensibilità per tutto ciò che nel mondo si manifesta”, trasformando quasi la pittura in una forma di preghiera. Nono, nel gesto pittorico, sembra indagare – anche grazie ad una tecnica, ad un’espressività pittorica desunta dai grandi, da Schiele a Freud, passando per Bacon – ed interrogarsi sulla potenza della preghiera, sull’edificazione che da essa ne deriva per l’umano. E sceglie di dipingere delle donne, forse le sole che siano state in grado di accogliere e di trasmettere tale messaggio salvifico. 

Il volume è aperto da una splendida poesia di Simone Weil, La Porte, tradotta in italiano da Isabella Adinolfi. Ecco, è forse in tale componimento che, assieme ai dipinti di Serena Nono, possiamo rinvenire una traccia, uno spunto che ci guidi verso una lettura unitaria del volume. La Weil descrive un’attesa: è l’attesa di chi vive il tempo presente, un’attesa mai sopita di un pieno di senso, di una significazione, di un perché. In questa attesa risuona l’eco proto-isaiaca dei domandanti che decidono di non arrestarsi, di continuare a domandare che cosa porti con sé la notte. E allora, chi attende nella poesia della Weil, esorta (il guardiano?): “Apriteci dunque la porta e vedremo i frutteti,/ Ne berremo l’acqua fredda dove la luna ha lasciato la sua traccia”. Ma non giunge risposta. La porta non si apre. Chi domanda è deluso, preferisce andarsene. Eppure, quando anche l’ultima vedetta ha abbandonato il suo posto, la porta si apre, ed aprendosi lascia passare qualcosa: lascia passare “tanto silenzio”. In questo silenzio non appaiono né i frutteti né l’oasi attesi, quanto piuttosto uno spazio – “Solo lo spazio di vuoto e luce/ Fu d’improvviso presente da parte a parte, colmò il cuore/ E lavò gli occhi quasi ciechi sotto la polvere”. 

Nasce così, nel cuore del secolo buio e nel cuore di alcune coraggiose mistiche, la possibilità di un’invocazione, il luogo da cui far partire e al quale tendere le proprie preghiere. Preghiera di donne ci parla di questa strada. È sicuramente difficile percorrerla: oggi più di ieri, e domani più di oggi. Tramite essa siamo come scossi dal comodo rifugio che abbiamo scelto – appunto, il disinteresse verso il religioso, verso la trascendenza – e siamo costretti a ripensare il rapporto che intercorre tra noi, creature, e Dio, Creatore; ma appunto perché radicale tale strada ci farà riflettere anche su tutte quelle relazioni che viviamo stancamente ormai da troppo tempo: con gli altri, con la natura, con il mondo che ci circonda in tutta la sua difficile bellezza. 

Pregare (e ce lo insegnano appunto queste pensatrici) è allora un gesto di riconciliazione con quell’Altro che sentiamo ormai come sideralmente lontano, a tratti addirittura nemico. Diventa una postura di libertà, di riconoscimento pieno della propria funzione, e di accettazione, mai supina, della nostra funzione, del nostro significato. Pregare è qui lo stesso di amare – amare veramente. Ed è anche un modo, forse ad oggi l’unico praticabile, per restare all’altezza della nostra umanità. Scriveva Jean Daniélou: “Un mondo senza preghiera non è semplicemente un mondo irreligioso, è un mondo disumano”. Forse allora il Novecento, con le tragedie disumane che lo hanno caratterizzato, aveva davvero perso il significato profondo del pregare. E a cercarlo, a ritrovarlo, sono state tutte quelle pensatrici che hanno dato nuova linfa vitale alla preghiera, il gesto che può salvare l’umanità dalle follie di cui, senza il religioso, essa è tristemente capace. 

Immagini di copertina e nel testo: Dipinti di Serena Nono, tratti da Preghiera di donne

Pregare nel Novecento: una storia femminile ultima modifica: 2022-01-26T17:42:30+01:00 da NICOLÒ GERMANO
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