“Dismalamoci” dai neologismi stranieri e “rinfamiamo” l’italiano

“Parola di Dante”, l'ultimo lavoro di Luca Serianni sul sommo poeta, ci conduce lungo gli antichi sentieri del nostro idioma, percorsi con gli strumenti della filologia e dell’analisi lessicale, in un’indagine che è un viaggio nel mondo delle parole dantesco, padre dell’italiano moderno.
MARIO GAZZERI
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Un viaggio agli albori della lingua italiana, un’indagine nel lessico dantesco padre dell’italiano moderno. Un affascinante studio delle “prime attestazioni” (molte delle quali ancora in uso), dei latinismi, dei gallicismi, dei termini dialettali usati dal Sommo Poeta, un certosino lavoro di recupero dell’originalità della nostra lingua, mortificata oggi da una marea montante di neologismi stranieri. Sono solo alcuni aspetti, alcuni meriti dell’ultima fatica di Luca Serianni, professore emerito di Storia della lingua italiana presso l’Università La Sapienza di Roma. Una fatica che si è tradotta in un libro dal titolo semplice – Parola di Dante, il Mulino editore – ma dal contenuto complesso pur nella sua affascinante scorrevolezza.

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L’opera in cui affondano le radici dell’italiano (e della letteratura italiana, aggiunge lo studioso), La commedia di Dante, forse appesantita dal tributo dei posteri che la vollero “Divina”, è il trionfo della poesia ma si presenta anche come una miniera di vocaboli che hanno posto le basi di una lingua, che hanno forgiato un paese, che hanno offerto a un popolo la possibilità di definirsi tale. La Commedia è insomma l’“invenzione” di una lingua che è tuttora parlata e compresa pur nelle varie accezioni dialettali. Serianni, dunque, contesta l’opinione di quanti ritengono la lingua del grande fiorentino e l’Italiano odierno due lingue distinte, soffermandosi invece su un altro grande problema che riguarda lo stesso “atto di nascita” del poema di cui non esiste una sola copia originale e tanto meno una copia firmata come era uso, non solo allora, e come Petrarca e più di lui Boccaccio fecero.

Codice Palatino 313, la più antica versione miniata conosciuta della Comedia, conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze

Il problema di individuare la vera Commedia consiste dunque in un lavoro di indagine filologica delle numerosissime copie che si diffusero in tutta Italia e non solo. L’opera di Dante ebbe da subito un successo straordinario, veniva letta ovunque con la solennità che si usa per i testi sacri e fornì ai copisti, presenti su tutto il territorio nazionale, l’opportunità di impegnarsi in un lavoro che, anche indirettamente e di riflesso, avrebbe fornito loro due ‘briciole di gloria’. Delle tante copie, dunque, l’una diversa dall’altra vuoi per l’interpretazione non sempre corretta delle prime copie dell’originale vuoi per il dialetto del copista (per cui ad esempio la parola ‘quello’ diventa ‘quillo’ per via delle origini meridionali del copista) o per interpretazioni errate o addirittura di diverso significato (“parole stravolte”), critici e i filologi nel corso dei sette secoli dalla morte del Poeta si sono concentrati per ritrovare la vera Commedia. Individuando, come ci suggerisce Serianni, alcune delle “parole assenti”, delle “parole stravolte”, dei latinismi e di tutto quanto, per i più svariati motivi, non poteva essere opera di Dante.

“Lo scotto che inevitabilmente paga un’opera divenuta popolare – avverte poi Serianni – è quello dell’alterazione dei significati originali”. Occorre poi ricordare, ci informa citando l’opera del grande Tullio De Mauro, la centralità della lingua di Dante nell’italiano contemporaneo, in particolare per quanto riguarda il “vocabolario fondamentale”, quello costituito da “poco più di duemila parole di uso tanto frequente da coprire i nove decimi di tutte le occorrenze di un testo scritto o parlato”.

Quando Dante comincia a scrivere il poema – annota De Mauro citato dal Serianni – il vocabolario fondamentale è già costituito al sessanta per cento; “La Commedia” lo fa proprio, lo integra e col suo sigillo lo trasmette nei secoli fino a noi.

Per quanto riguarda i latinismi, c’è peraltro da dire che molti vocaboli erano già presenti nella lingua volgare del Trecento e Dante ne aveva utilizzati in abbondanza anche nel Convivio. Parole come “digressione”, “serotino”, “trascendere” che sono ancor oggi in uso nella lingua parlata o, nel caso di “serotino”, in poesia.

Poscia più che ‘l dolor poté il digiuno, verso 75 del XXXIII canto dell’Inferno; Luigi Ademollo, disegni originali composti per l’Inferno e il Purgatorio della “Divina Commedia” [ms, sec. XIX, cart., mm 320 x 240 (Firenze, BNCF, Nuove Accessioni 706)]; fonte

La lettura di Parola di Dante suscita il nostro interesse anche nelle citazioni di altri famosi dantisti. Il Sapegno, ad esempio, annotava come alcuni endecasillabi danteschi entrati nell’uso comune della lingua italiana si basano su un equivoco lessicale e, al riguardo, cita i celebri versi del terzo canto dell’Inferno: “Noi siam venuti al loco ov’ io t’ho detto / che tu vedrai le genti dolorose / c’hanno perduto il ben dell’intelletto”. L’intelletto va inteso infatti come “verità, secondo la definizione di Aristotele […] e quindi la Somma Verità”, scriveva Natalino Sapegno. Nulla quindi a che vedere con il “senno” o con la “capacità di ragionare” secondo una più superficiale lettura del termine ancora oggi in voga.

In questo viaggio attraverso gli oltre quattordicimila endecasillabi della Commedia scopriamo la preziosa originalità di centinaia di neologismi danteschi molti dei quali caduti in disuso. “Dismalare”, ad esempio, cioè purificare dal male (“Lo monte che salendo altrui dismala”) o “Rinfamare”, riportare alla fama (“ch’ai miei propinqui tu ben mi rinfami”) o, ancora, “pennelleggiare”, cioè dipingere (“Le carte che pennelleggia Franco bolognese”) e mille altri, alcuni rimasti in rare forme dialettali toscane, come “I dindi”, cioè i soldi, o “il pappo” vale a dire il cibo, oggi usato al femminile per indicare il cibo per i bambini. Parola quest’ultima che non esiste nell’opera di Dante che usa invece “pargolo” o “infante”. Ma moltissime sono anche le cosiddette “prime attestazioni”, cioè i vocaboli usati per la prima volta dal Dante e ancora oggi, se non in uso, sicuramente comprensibili come inghirlandare, eclissare, infiorare, impinguare e, ancora, burrato (‘burrone’), lacca (‘frana’), petraia (‘roccia, pietra’), bronco (‘sterpo’), tolletta (‘ruberia’).

Serianni ci conduce per mano lungo gli antichi sentieri del nostro idioma che vanno percorsi con gli strumenti della filologia e dell’analisi lessicale per poter meglio apprezzare la bellezza della lingua che quotidianamente parliamo e che, non dimentichiamo, si colloca al quarto posto tra le lingue più studiate al mondo.

Immagine di copertina: Dante Alighieri, Divina Commedia , ms., sec. XV inizi, memb., mm 250 x 151 (Firenze, BNCF, Banco Rari 215); fonte

“Dismalamoci” dai neologismi stranieri e “rinfamiamo” l’italiano ultima modifica: 2022-01-27T16:26:23+01:00 da MARIO GAZZERI
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