Ma il Quirinale non è Sanremo

ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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La dimensione prevalente di questi giorni sull’elezione del presidente della Repubblica è, come previsto, quella mediatica. Dalla Maratona Mentana a Romanzo Quirinale, attraverso tutti i talk show soliti che alternano le elezioni presidenziali con la ormai consueta pantomima vax – no-vax (lasciateci vivere la pandemia in pace, verrebbe da dire, e almeno toglieteci di mezzo i siparietti Scanzi-Loy et similia). Era ovvio, e non c’è tanto da “moralisticheggiare” sopra. Semmai cogliere la limitatezza di una linea informativa che, salvo rare eccezioni, è diventata tutta “colore” senza molta informazione di prima mano, che una volta invece costituiva la base su cui poi innestare “il colore” e “i retroscena”. Ma anche qui, facciamo uno sforzo e andiamo oltre, anche perché di Quirinale, conti, meccanismi, coalizioni e lotte politiche abbiamo scritto in tempi non sospetti, a fine novembre 2021.

E in fondo pur seguendo con interesse (come potete immaginare) l’oroscopo ciarliero sul nome o magari sull’eletto/a, quando leggerete questo pezzo, l’uomo o la donna designati, sono l’ultima questione che si pone – o si porrebbe – al termine di una riflessione generale sullo stato dell’arte della politica italiana.

Di “catafalchi” elettorali, Lancia Flaminia da giorno dell’inaugurazione e altre graziose fatuità (con eccezioni, sia chiaro) invece siamo pieni. Per di più, in trasmissioni generaliste e permeate di grande faciloneria e chiacchiera da bar, o artefatte da un’adrenalina da studio televisivo sportivo, si alza il lamento sulla “politica che non fa il suo dovere”, sui “franchi tiratori” o peggio i voti “pop”, con un atteggiamento di finto scandalo che in realtà perpetua proprio il populismo che in teoria dice di combattere (come sempre il moralismo applicato alla politica, peraltro).

Sarebbe bene invece ripartire da alcune considerazioni generali e particolari sulla politica e lo stato attuale della politica italiana, per capire perché questo passaggio così delicato non si risolve in tre giorni di votazioni e capannelli mediatici, e probabilmente nemmeno con la “liberatoria” elezione del presidente, quale esso o essa siano, perfino se avvenuta alla quarta votazione.

Palazzo Montecitorio

Il mandato

La prima considerazione – che vale per ogni elezione presidenziale ma ancor più in tempi in cui si passa in una legislatura sola da governi populisti di destra (il gialloverde) a governi non organici di presunto centrosinistra (il giallorosso) e con il gruppo di maggioranza relativa delle ultime elezioni politiche, il M5S, sfaldato in cinque gruppi e con esponenti al misto e perfino senza indicazione di gruppo parlamentare – è che si sta eleggendo un presidente della Repubblica che ha un mandato di sette anni in cui sono compresi un anno e mezzo di questa legislatura, un’ipotetica legislatura piena di cinque anni e perfino un pezzo di quella seguente. Praticamente tre ere geologiche. Se ne vorrà tenere conto in qualche commento?

Il mandato della presidenza del Consiglio

Con il nuovo presidente della Repubblica dovrà esserci un garante politico (il presidente del Consiglio dei ministri pro-tempore) che dovrà per l’appunto garantire all’Unione Europea che l’Italia adempia i suoi obblighi sui fondi del Pnrr tra il 2022 e il 2026, rispettando la tabella di marcia delle riforme e la finalizzazione delle riforme stesse. Abbiamo oltre trecento miliardi di euro, di cui metà a prestito, su cui non sono ammessi né ritardi né giochetti perché sono soldi che fanno parte della “famiglia” Unione Europea e il giudizio finale sull’Italia ci resterà appiccicato addosso per i prossimi venti anni almeno. Senza contare i quasi ottanta miliardi di euro della programmazione del settennio 2021-2027 che ovviamente stanno slittando per tutti in Ue, ma certo non sono “argent de poche”. La nuova presidenza della Repubblica è di fatto il “tribunale di ultima istanza” sulla garanzia che l’Italia come paese deve agli altri paesi Ue. E la fama si riverberà sulla posizione mondiale del nostro paese. La presidenza dovrà garantire il gioco libero e autonomo di una presidenza del Consiglio su sette anni decisivi per l’Italia nell’Ue e nel mondo. Varrà la pena fare una scelta meditata?

Ma l’Europa non è solo fondi economici

Nel frattempo che si sviluppa la trattativa sul settennio 21-27 (più tre anni praticamente) e l’incidenza del Pnrr, l’Unione Europea è chiamata a riformare le sue istituzioni decidendo di fatto se l’Ue andrà avanti a “cerchi concentrici”, come immaginava Delors, dando maggiore forza alle cooperazioni rafforzate e stabilendo un ruolo di punta per l’Unione in campo internazionale alla pari con Russia, Usa, Cina e alcuni paesi emergenti come l’India. Senza un coordinamento Quirinale-Palazzo Chigi-Farnesina noi non saremo protagonisti ma al seguito di Francia e Germania e forse persino dopo la Spagna. Chi ha lo “standing” in queste tre posizioni chiave e sulla base di quali ragionamenti politici?

Il Quirinale

Un “nuovo mondo” in sette anni 

Certo, i processi internazionali e diplomatici sono quelli meno soggetti a cambiamenti immediati ma in sette anni avremo due votazioni per il presidente degli Stati Uniti d’America e almeno una se non due in Russia, per dire. Poi il cambio del segretario generale dell’Onu o una sua possibile riconferma e almeno una dozzina di nuovi capi di stato… certo le politiche internazionali degli Stati, almeno in Italia, non dipendono dal Quirinale ma dalla Farnesina (siamo ancora una Repubblica parlamentare) ma, insomma, un presidente della Repubblica empatico/a verso il mondo apre porte e spiana cammini anche all’esecutivo in carica… chiedere a Di Maio (e Mattarella) circa la Francia e Macron, sempre per dire…

E venendo alla politica interna del nostro paese, non è che manchino gli elementi di approfondimento.

Il ruolo della politica e dei partiti in Italia

Il centrodestra potrebbe aver archiviato definitivamente Silvio Berlusconi ma di sicuro per come l’ha fatto non riceverà alcuna eredità: Berlusconi potrebbe chiudersi ancora di più e dunque dedicare le sue capacità (che gli hanno comunque permesso di “tenere banco” per quasi due settimane con l’ipotesi “impossibile” della sua candidatura) per decidere di occuparsi solo della sua vera eredità politica ed economica, ovvero Mediaset e dintorni. Oppure potrebbe farsi vivo a sorpresa per garantire il voto a un presidente della Repubblica che sia grato a lui (ma non a Salvini e Meloni). D’altronde non è lui che ha sempre detto ai tempi del “Patto del Nazareno” che l’unico che gli somiglia è Matteo Renzi? In comune hanno la voglia tutta italica di poter dire: l’ho fatto io!

Il centrosinistra arranca, ma non è una novità. La cosa che gli ha ricordato Giorgia Meloni nella conferenza stampa a tre e cioè che, avendo avuto gli ultimi presidenti della Repubblica, dovrebbe almeno non avere pregiudiziali, non avendo i voti necessari a scegliere da soli, è ovviamente un’affermazione reversibile (se la destra avesse avuto i voti avrebbe potuto eleggere, di malavoglia, anche Berlusconi ma la maggioranza di centrodestra è una fola, come abbiamo visto).

Rimane il fatto che dal momento che la “conventio ad excludendum” stavolta sembra giocare contro il Pd, da tempo avrebbe dovuto smarcarsi dal ruolo di kingmaker proprio per giocare il ruolo decisivo di kingmaker all’ultimo e non farsi irretire in una contrapposiziome di “rose” che ha l’unico effetto di dimostrare che il centrosinistra è minoritario, il campo largo col M5S non funziona granché, e per di più non si hanno idee generali (e nomi anche potenzialmente “neutrali”) da far girare, per poi cavalcarle al momento opportuno. Che qualche giornale giochi a voler fare il “sensale” del Quirinale (anche millantandolo, negli anni) ci sta, che il Pd faccia il “lavoro sporco” per la direzione di questo o quel quotidiano per scarsa fantasia e desiderio comunicazionale è davvero un peccato a 14 anni dalla sua nascita con altri orizzonti.

La battaglia per il Quirinale d’altronde non poteva cambiare la situazione in campo, solo renderla – come la pandemia per la società civile nel complesso – più evidente: il sistema politico italiano non è in crisi da adesso.

Palazzo Chigi

Draghi non è “l’uomo della Provvidenza”
(e forse non l’ha mai neanche pensato)

Draghi è il miglior esponente di un percorso politico e tecnico al servizio dello Stato ma con sue convinzioni fondate sulla logica, sul mercato, su un orizzonte del possibile. Chiedere a lui di essere l’unico nome, ricorrente, per ogni incarico di rilievo salvo poi avere nei suoi confronti un atteggiamento di “censura” in nome di un generico “primato della politica” non è ingeneroso solamente, ma anche privo di logica. La politica avrebbe dovuto utilizzare il tempo di Draghi come un’opportunità di ripensarsi, di rivedere le forme partito, di approndire temi e immaginare soluzioni per il futuro, ma non lo sta facendo: Draghi fa, naturalmente direi, Draghi, e non è poco per l’Italia in Europa e nel mondo; sono i partiti che non fanno i partiti.

Non è Draghi che dovrebbe rinnovare la rappresentanza e il legame con la società, che dovrebbe occuparsi di un sistema elettorale che al di là dei tatticismi ha bisogno di riconnettere popolo e rappresentanti (vedi alla voce astensionismo); che dovrebbe affrontare il problema di un Parlamento immiserito per le sue funzioni e di un Governo che governa attraverso una miriade di leggi delega che ci mettono un tempo infinito a essere prodotte e poi altro tempo a essere applicate nei vari gangli dello Stato. Questi temi non nascono oggi con il Governo Draghi ma appartengono a una storia ultratrentennale di Commissioni per la Riforma da Bozzi (finire degli anni Ottanta dello scorso secolo) in poi, passando in ultimo per il referendum malamente assortito e perso da Renzi e per le risposte populiste vincenti nelle ultime elezioni politiche.

Nel finire del secolo scorso si era tentata una riforma attraverso la democrazia dei partiti, in questo secolo la forzatura si è tentata attaraverso la costruzione di ogni sorta di civismo populista (la Lega e M5S, ma quante liste di partito rimangono ancora nelle competizioni locali dove chiunque presenta, ancorché esponente di partito, quasi solo liste civiche per “camuffarsi”?). La verità è che una riforma della democrazia dei partiti si tiene solo con una riforma dei diritti e doveri di cittadinanza e le due cose o stanno assieme o non vanno da nessuna parte. E questa riforma i partiti non possono delegarla a Draghi e nello stesso tempo dichiararlo persona “non grata” alla politica.

Qualunque ruolo giochi Draghi, il ruolo del Governo e del Parlamento, la rappresentanza della società (da cui il sistema elettorale, che è funzione della politica) e un sistema dei partiti che abbia il coraggio di parlare di finanziamento della politica, eleggibilità, contendibilità delle leadership sono una questione che i partiti non possono eludere sperando di “fermare il sole” durante la battaglia. Le stesse questioni immiserite dal dibattito nei talk show televisivi “sì vax-no vax” che più in generale e su molti altri temi e diritti civili e sociali si legano al diritto al dissenso e alla sua inclusione nelle scelte collettive, comunque da prendere, sarebbero più un’opportunità da cogliere che una tabellina di scelte preconfenzionate da sciorinare a uso dei militanti (pochi oramai, peraltro).

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Certo, sono temi da far tremare i polsi ma anche imprescindibili e sottostanti alle scelte politiche di queste ore e giorni, e paradossalmente, pur nella confusione di suoni e di cachinni che risuonano alti nel’aere mediatico, l’impressione è che questo sottofondo ci sia, ma venga vissuto piuttosto come una zavorra che come una matassa da sbrogliare con raziocinio. Per questo fanno premio i termometri della giornata e i vaticinii. Ma ciò che è in gioco, se guardiamo bene gli argomenti, non è solo un nome o la prevalenza di una singola posizione personale o di parte, bensì una indicazione di sistema, solo che la si voglia vedere e affrontare. Per questo, alla fine, questa elezione è (o sarà stata, quando leggerete?) così difficile e incerta, a ben vedere.

Ma il Quirinale non è Sanremo ultima modifica: 2022-01-27T12:10:59+01:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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