José Martí, umanista e visionario

Profilo di un poeta e patriota cubano nell’anniversario della sua nascita.
FRANCO AVICOLLI
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Ricorre un nuovo anniversario della nascita di José Martí, nato a L’Avana, Cuba, il 28 gennaio 1853. Negli anni Sessanta Sergio Endrigo cantò una sua poesia, Coltivo una rosa bianca. La gioventù italiana che guardava con partecipazione interessata alla rivoluzione dei barbudos di Fidel Castro accolse il calore di quel motivo aggiungendo spirito romantico e freschezza alla lotta mutuata da Cuba contro l’imperialismo e i padroni. Dopo arrivò il ritmo di Guantanamera e altri versi dello scrittore e politico cubano entrarono a far parte del repertorio musicale rivoluzionario italiano e internazionale.

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“Io sono un uomo sincero” recita il verso di apertura e “vengo da ogni parte” continua con nostalgia, seguendo lo spazio sconfinato del sentimento. Con diverse varianti, Joseito Fernandez cantava il motivo dal 1932, imitato da una moltitudine di interpretazioni che hanno reso la canzone famosa nel mondo e forse hanno contribuito a collocare Cuba nel profilo indeterminato del sogno.

Le poesie fanno parte della raccolta Versos sencillos, un’opera scritta nella tensione di un “inverno di angustie in cui si riunirono a Washington i popoli ispanoamericani, sotto l’aquila temibile”. Si tratta della Conferenza Monetaria Internazionale del 1891 alla quale il cubano partecipa nella doppia veste di rappresentante dell’Uruguay e di corrispondente de La Nación di Buenos Aires. 

Sono anni convulsi in cui Martí partecipa alla complessità della vicenda storica e culturale di quell’ampia regione del subcontinente latinoamericano uscita da qualche decennio dal colonialismo di Spagna e Portogallo, per entrare senza soluzione di continuità nelle mire della potenza emergente degli USA che già avevano espresso i loro progetti con la Dottrina Monroe del 1823. Cuba non ha ancora raggiunto l’indipendenza dalla Spagna e Martí, esiliato, vive in prevalenza a New York. Negli USA fonda (1892) il Partido Revolucionario Cubano e la rivista Patria con lo scopo di dare una struttura organizzativa al movimento per l’indipendenza di Cuba. 

 Nell’ultimo decennio del XIX secolo è molto noto negli Stati Uniti soprattutto per l’attività di pubblicista: scrive per La America di New York, La Nación di Bartolomé Mitre (già presidente dell’Argentina e fine letterato, fra l’altro traduttore della Divina Commedia e dell’Eneide), per El partido Liberal di Città del Messico, la Opinión Nacional di Caracas e la Revista Ilustrada. Il ventaglio delle sue collaborazioni è così ampio da renderlo lo scrittore di lingua spagnola più letto del suo tempo. Per quanto riguarda la poesia, il nicaraguense Ruben Darío lo chiama maestro. 

Il 19 maggio 1895 i rivoluzionari cubani affrontano le truppe spagnole in quella che un film chiamerà la Primera carga al machete. José Martí, pur sollecitato a non prendere parte al combattimento, decide di capitanare il manipolo di insorti e viene colpito a morte.

Unità e complessità

Il vasto campo operativo in cui José Martí realizza la sua azione analitica, propositiva e organizzativa, evidenzia una figura di speciale significato nella storia di Cuba e dell’America Latina. Il suo impegno va dalla lotta per l’indipendenza di Cuba e dell’America Latina alla loro definizione identitaria, dal rapporto con gli USA alla differenza formativa e culturale tra le nazioni di lingua inglese e spagnola, prevalentemente.

Svolge il ruolo da letterato, da poeta e da politico. Traccia il profilo storico e culturale di Bolívar, San Martín e dei diversi personaggi che hanno avuto una funzione decisiva per la conquista dell’indipendenza, scrive sui letterati più salienti del mondo latinoamericano e degli Stati Uniti, senza tralasciare la quotidianità e la vita artistica. Offre con chiarezza di visione l’esistenza e consistenza di un continente che cerca uno spazio autonomo nel consesso internazionale. E quando la sua penna tocca gli Stati Uniti d’America, cosciente della minaccia che rappresentano per i destini delle repubbliche a sud del Rio Bravo e per Cuba, verso la quale nutrono da sempre mire annessionistiche, sceglie il confronto umanistico sostenendo che il paese “è il pericolo maggiore della nostra America” perché “non la conosce”.

Le sue opere Madre America e La Nostra America restano una chiave di lettura necessaria per la comprensione dell’America Latina e delle sue istanze politiche e culturali, riprese anche da scrittori come García Márquez e Octavio Paz, fra i molti altri. 

L’uomo latinoamericano di Martí ha una sua identità originale e autonoma che la Conquista ha costretto in una direzione innaturale e perciò distorta. Invita perciò il nemico potenziale a domandarsi perché difende le ragioni libertarie che nega alle repubbliche latinoamericane. La prospettiva ricongiunge Cuba e l’America Latina nella comune origine della terra madre che Martí chiama la Nostra America, nata “dal cane da caccia”, che segue un percorso diverso da quello dell’America del Nord nata ”dall’aratro”. L’atteggiamento positivo disegna una soggettività latinoamericana che per essere non ha bisogno di negare l’altro, di costruirgli contro una cortina di odio, né di sbeffeggiarlo o ridicolizzarlo.

L’immagine dell’America Latina che ne esce è fatta di spessore culturale, di soggetti e vicende che aspirano alla libertà e fanno grande l’uomo e l’umanità, e perciò può aspirare agli stessi diritti per i quali l’Europa e gli Stati Uniti hanno lottato. Sono temi ricorrenti nelle sue riflessioni su Emerson, Blaine, o sul generale Grant, lo spagnolo Sagasta, Darwin, Gambetta o sull’Italia ”due volte anima del mondo”. Con il suo breve saggio Il poeta Walt Whitman in cui afferma che la poesia è un grande fattore di coesione sociale, Martí porta a conoscenza del lettore di lingua spagnola il grande poeta che celebra Manhattan come espressione di forza e generosità di un popolo vitale e nello stesso tempo dell’uomo. 

All’argentino Sarmiento che pone il dilemma di “civiltà o barbarie”, il cubano risponde che la contrapposizione è tra la “falsa erudizione e la natura” e che i conflitti si devono alla mancata corrispondenza fra i caratteri della terra e i governanti che non comprendono “gli elementi veri del paese”. Governare significa creare, inventare e affidarsi “ai fattori reali del paese”. È necessario governare con l’anima della terra, stabilire un rapporto con essa, e comprendere che “il problema dell’indipendenza non è un cambio di forme, ma di spirito”.

Un messaggio generoso e umanistico forse attuale, mentre si elegge il Presidente della Repubblica d’Italia.

José Martí, umanista e visionario ultima modifica: 2022-01-28T11:40:07+01:00 da FRANCO AVICOLLI
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