Gli scacchi di Putin

FRANCESCO MOROSINI
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L’indipendenza dell’Ucraina da Mosca è all’origine di crisi intermittenti che mostrano come sia lontana la stabilità oltre quella che fu la Cortina di ferro nell’Europa dell’Est. Questo preoccupa le cancellerie europee. Infatti, fare i vasi di coccio (l’Italia e gli altri Stati aderenti alla NATO e alla UE), per di più scheggiati, tra vasi di ferro quali Mosca e Washington (pur se entrambe con problemi seri, dalle debolezze della Russia nell’inverno dell’era Putin agli USA invischiati in una sorta di guerra civile fredda interna) è spiacevole. Ecco la ragione per la quale le attuali vicende dell’Ucraina, che in qualche modo rappresentano una ferita profonda dell’identità russa, pongono in ambasce questi vasi di coccio: trovarsi esposti sostanzialmente inermi ad una tempesta in un’Europa ipotizzata pacificata.

La “questione Ucraina” è solo una scommessa geopolitica oppure c’è la possibilità reale che il Cremlino muova l’Armata Rossa su Kiev? La partita che lì si gioca, se portata allo stremo, vale tanto per Mosca da assumersi una scelta così pesante? Dipende dalla percezione della minaccia che ha il Cremlino. Ad esempio, se l’entrata dell’Ucraina nella NATO assumesse tali connotati, la posta in gioco renderebbe accettabile per Mosca un rischio bellico? Con quali limiti? Anche potenzialmente diffuso oltre la zona contesa?

Specularmente parlando, per l’Occidente la partita ha lo stesso peso? Diversamente, fino a dove gli interessi dell’Occidente consentirebbero a quest’ultimo di spingere? Potrebbe anche essere che la posta in gioco per USA e alleati consenta di arrivare come limite massimo ad armi politiche quali sono le sanzioni economiche. Possibile. Ciononostante, proprio cattive letture delle intenzioni del campo antagonista (la convinzione che data l’asimmetria d’interessi mai gli USA farebbero una guerra) potrebbero spingere il Cremlino a mosse azzardate, tali da tagliarsi i ponti alle spalle facendo precipitare la situazione.

Ma lo stesso potrebbero fare Kiev e/o gli USA credendo che gli obiettivi del Cremlino siano solo tattici invece che anche simbolici (lo Stato Rus’ di Kiev fu l’espressione dei primi vagiti della nazionalità russa nel IX secolo e fu a Odessa, Ucraina meridionale, che fu ambientato il film simbolo della Rivoluzione di Ottobre la “Corazzata Potëmkin”). Ugualmente questo è uno scenario che potrebbe indurre a micidiali passi falsi. In questa situazione la pace dipende anche dal fatto che nessuno perda la faccia; perché è sufficiente che l’opponente (quale esso sia) vada con le spalle al muro, sia pure solo simbolicamente, per innescare potenziali risposte belliche. Pertanto, sarebbe opportuno capire qual è il punto di non-ritorno in questo “campionato geopolitico” tra USA e Russia e coprotagonisti.

Sotto questo profilo è certo utile, come ricorda Andrea Gaspardo su Difesa on line (19,02/2022), riandare al ragionamento geopolitico di Lee Kuan Yew, già Primo Ministro di Singapore che ci ricorda: “Gli interessi nazionali dei diversi paesi si possono dividere in due categorie: le questioni marginali e le questioni fondamentali. La differenza tra di esse è che, per le questione marginali, sarebbe una follia per un paese entrare in guerra, mentre per le questioni fondamentali, sarebbe per il medesimo paese una follia non entrare in guerra”. Guardando in questa prospettiva, per il Cremlino il punto più probabile di rottura, fino alle estreme conseguenze, è Kiev nella NATO. Per l’Occidente probabilmente il gioco non vale la guerra diretta quanto piuttosto l’affondamento dell’economia russa con le sanzioni. Però nulla esclude (magari per la necessità di Washington di compattare il fronte interno) che comunque poi si produca lo stesso la risposta armata. Forse, allora, il sogno di calcoli ex ante perfetti è un’utopia in quanto la razionalità strategica dovrebbe puntare ad obiettivi adattivi e comunicabili/comprensibili ala controparte (cfr. sulla crisi di Cuba del 1962 M. Crozier e E. Friefberg Attore sociale e sistema, Etas Libri, 1978, pp. 227). Questo in specie anche al fine di impostare una distensione.

Per la Russia, in aggiunta, c’è la sua storica preoccupazione di accerchiamento geopolitico legato a quattro timori strategici che “perseguitano” il paese fin dai tempi del Granducato di Mosca per giungere all’attuale Federazione russa: la porosità delle frontiere, le condizioni di arretratezza economica rispetto all’Occidente (il Pil russo è sotto i primi 10 paesi – l’Italia è ottava – e, nonostante la dimensione geografica, inferiore all’italiano), la complessità multinazionale nonché multiculturale. Di qui la necessità di esorcizzare queste preoccupazioni geopolitiche dominando il suo estero vicino: in fondo il Patto di Varsavia fu solo la variante bolscevica di questa costante storica. In questa logica la presenza di armi nucleari NATO a Kiev potrebbe essere percepita come una minaccia esistenziale.

L’alternativa? Forse Putin cerca una sorta di nuova Yalta per legittimare gli interessi russi negli equilibri geopolitici del XX secolo. Ma a danno di chi? Ecco perché la trama della crisi ucraina è aperta e carica di pericoli. Molti gli sbagli dagli esiti tragici possibili. Il Cremlino, ad esempio, deve fuggire dall’errore dell’URSS brezneviana degli anni ’70 del ‘900 quando, dinnanzi a momenti di debolezza ricorrente degli USA post Vietnam, provarono a dare una spallata al mondo capitalista su di un arco globale che dall’Afghanistan giungeva, dopo la rivoluzione dei garofani a Lisbona, alle ex colonie portoghesi. Fu un errore di calcolo che portò al crollo dell’URSS. Il motivo è che mancavano già allora (prime crepe dell’impero rosso) le risorse economiche e, conseguentemente, militari per agire. Analogamente, e ancor più, vale per oggi.

All’inverso, gli States devono evitare la pericolosa tentazione di far “rotolare indietro” la Russia dall’Europa oltre gli Urali verso l’Asia, ripescando la dottrina USA del “roll back”, elaborata in piena Guerra fredda in opposizione al comunismo sovietico da John Foster Dulles, al tempo Segretario di Stato sotto Eisenhower. Se questi sono gli schemi che reciprocamente guidano Mosca e Washington in Ucraina è facile il passo falso, al di là delle intenzioni. Infatti, si cammina sul ghiaccio sottile. In tal caso, infatti, sarebbero alti i rischi di innesco bellico, anche fortuito.

La prudenza imporrebbe di evitare reciproci azzardi o atti accolti dalla controparte come tali, onde evitare che si giunga a guerra aperta. Qui il rischio maggiore, se risultasse irrealizzabile contenere localmente gli scontri, consiste in un’escalation delle operazioni militari fuori controllo. Nondimeno va riconosciuto che finora le truppe dispiegate sul campo dell’Armata Rossa appaiono prioritariamente “argomenti di pressione” politica per fini geopolitici. Come detto, allora, guai che Casa Bianca o Cremlino si trovino con le spalle al muro: poiché l’opzione bellica sarebbe nei fatti.

Venendo a scenari meno drammatici, Putin probabilmente punta ad un indebolimento della presenza degli USA in Europa, probabilmente nella convinzione che la fuga da Kabul (la possibile Sarajevo del XXI secolo) è ormai una costante d’azione di Washington, nonostante le ripetute affermazioni ideologiche della Casa Bianca del cosiddetto “interventismo democratico”, in quanto espressione del loro declino. Così il Cremlino, via dispiegamento militare in Ucraina, punta ad una ricollocazione geopolitica meno atlantica degli Stati europei; però rischia l’effetto boomerang. Resta il fatto che se l’immagine degli USA uscisse male da questa crisi, allora l’equilibrio geopolitico e geoeconomico dell’Europa ne sarebbe sconvolto. Un problema enorme visto che l’UE è in area dollaro e l’hardware militare che ne protegge le economie è statunitense. Il risultato sarebbe un sottosopra geopolitico di scala continentale.

In ragione di ciò la sfida diplomatico/militare ucraina che oppone la Federazione russa agli USA riguarda da vicino l’Italia. Non solo perché come membro dell’Alleanza atlantica è impegnata militarmente in Europa orientale in diverse operazioni NATO: in Romania, ad esempio, opera da una base aerea vicina al confine ucraino alla sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; in Lettonia, invece, partecipa con truppe alpine e mezzi pesanti all’operazione Baltic Gurdian, ufficialmente per la “riaffermazione della coesione e della solidarietà tra i Paesi membri” della stessa NATO; infine opera con navi in missioni di sorveglianza navale dal Mediterraneo al Mar Nero in quella che per alcuni osservatori è la nuova “guerra fredda” dei mari.

Ma anche in ambito geoeconomico il paese è coinvolto. Certo, è vero che l’Italia direttamente è priva di grossi interessi economici in Ucraina, come evidenzia l’import/export con Kiev che, dati antecedenti alla pandemia, si attesta attorno al 4%. Nondimeno ci sono due elementi di peso da considerare. Qui le cose che contano per il Belpaese, e non solo, sono due: la prima è che l’Ucraina è il maggior produttore di grano nel Vecchio continente è che di conseguenza una crisi di lungo corso (senza considerare gli effetti di scontri armati) potrebbe avere conseguenze negative sugli approvvigionamenti alimentari. La seconda è l’operatività delle condotte che ci portano il gas russo. Tra l’altro qui merita ricordare che il gas russo, oltre che a transitare per l’Ucraina verso Occidente, è pure decisivo per Kiev. Un fattore economico-politico di certo condizionante: nel senso che può contribuire a “raffreddare”, almeno da parte di Kiev, la crisi.

Ad ogni modo per Roma i punti critici da considerare, anche escludendo il rischio di coinvolgimento militare diretto, sono più ampi di quelli sopra indicati. Difatti, come dimostra la teleconferenza di parti rilevanti della nostra imprenditoria con lo stesso Presidente della Federazione russa, in questa crisi Roma si trova in difficile equilibrio tra i vincoli NATO e i rapporti col Cremlino. Perché se con Washington il Belpaese si gioca una credibilità che poi si riflette sui mercati finanziari (cui abbiamo consegnato col debito pubblico parte della nostra sovranità), dall’altra parte, viceversa, c’è la partita con Mosca che va oltre i rifornimenti di gas riguardando pure aree di businness sia industriali che bancari.

La qualcosa vuol dire la presenza in Italia di forti interessi economici orientati a Mosca e quindi divaricati, sebbene ora frenati dall’emergente rischio geopolitico, rispetto all’Alleanza atlantica. Naturalmente, se la tensione si mantenesse alta, le priorità geopolitiche ovviamente diverrebbero, nella Penisola come ovunque, egemoni sul business. Tanto più se gli USA ricorressero alla “bomba atomica” delle sanzioni contro Mosca: ovvero alla sua esclusione dal sistema Swift (il più grande sistema internazionale per l’effettuazione di pagamenti tra banche) così isolandola finanziariamente e commercialmente. Senza Swift non potremmo né acquistare né pagare il gas: sarebbe un inverno di gelo. Alla faccia della narrazione che ci illude di poter all’infinito giocare agli alleati con Washington ma liberi di commerciare con Mosca. 

La Cina, intanto, potrebbe valutare la crisi a Kiev come uno stress test delle reazioni degli Stati Uniti in relazione a sue possibili azioni (politiche, diplomatiche, militari) su Taiwan. Attenzione quindi. L’Ucraina è più vicina di quanto forse crediamo e ci interroga sul ruolo che vogliamo avere nell’attuale confronto sui destini del Vecchio continente tra USA, Russia e, all’orizzonte, il Celeste Impero. Che vuol dire anche tra democrazia liberale e democratura.

Gli scacchi di Putin ultima modifica: 2022-01-30T12:09:15+01:00 da FRANCESCO MOROSINI
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