Mattarella e Draghi, cosa bolle dietro la tregua apparente

Confermata la resa della politica. Centrodestra e centrosinistra sono da rifare. Grande confusione sotto il cielo, ma la situazione non è affatto eccellente
ALDO GARZIA
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Nuda, fragile, incapace di decidere. Così si è ripresentata la politica italiana nella settimana quirinalizia. Le fumisterie su presunte “dittature sanitarie” o “stati di necessità” permanenti, preludio di restringimenti di libertà democratiche, sono spettri per ora inconsistenti. La conferma di Sergio Mattarella sul Colle è piuttosto la materializzazione di una debolezza che viene da lontano e corre in tutte le formazioni politiche (dal 1992, Tangentopoli?). Non che i pericoli non sussistano. Come ci insegna la storia della Repubblica di Weimar all’inizio degli anni Trenta, se la politica a un certo punto non risponde ai vuoti di decisione e non ritrova strategie, la catastrofe si avvicina inevitabile. Anche questa volta il pericolo di una torsione a destra del sistema istituzionale è stato tuttavia (e per fortuna) rinviato. Ha prevalso lo status quo per governo Draghi e istituzioni al prezzo però di un ulteriore colpo alla credibilità della politica come arte del governo dei processi sociali ed economici. Per la seconda volta (la prima è stata la rielezione di Giorgio Napolitano sette anni fa) si è preso atto della difficoltà nel decidere.

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Pur nell’apparente immobilismo del permanere di Mattarella e di Mario Draghi al loro posto, le due coalizioni escono con le ossa rotte. Di più il centrodestra per l’incapacità tattica del suo leader sulla carta (Salvini) e di quello storico (Berlusconi). Hanno entrambi bruciato nomi e chance sull’altare di impossibili spallate che i numeri a disposizione rendevano improbabili. Ora i commenti da questo fronte della barricata parlano di “centrodestra da rifare”. Matteo Salvini è al dunque: la Lega punterà al centro del sistema politico, abbandonando sovranisti e avventurieri d’Europa in stile Orban, o resterà sul carro di Meloni sempre più a destra? Se Berlusconi avrà filo da tessere, il problema riguarderà pure ciò che resta di Forza Italia: tentare un’aggregazione al centro o convincere la Lega ad abbandonare Fratelli d’Italia al suo destino? Tutto si muoverà in vista delle elezioni politiche del 2023.

Problemi identitari e di programma riguardano ugualmente il centrosinistra che pure ha giocato meglio nella settimana quirinalizia, seppure in catenaccio alla Nereo Rocco. Enrico Letta, leader della coalizione larga o stretta che sia, deve rifare i conti con i 5 Stelle e con Mattero Renzi. Le divisioni tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio emerse nella soluzione del puzzle Quirinale (il secondo avrebbe preferito l’elezione di Draghi e ha evitato il dialogo con Salvini, il primo è stato più disponibile a grandi manovre come nel caso della candidatura spericolata della “agente/ambasciatrice” Elisabetta Belloni) fanno parlare di possibili scissioni con Di Maio che resterebbe collocato sul fronte sinistro dello schieramento politico. Altro problema per il segretario del Pd è la resurrezione di Renzi, escluso dai vertici di centrosinistra (Letta, Conte, Speranza) ma poi determinante nel bocciare la candidatura di Belloni, tanto da far dire in conferenza stampa a Letta che il centrosinistra in versione larga ha tenuto botta “dai centristi alle posizioni più movimentiste” (da Renzi a Speranza/Fratoianni).

Come sciogliere questi nodi alla marinara non sarà facile per Letta. Si pone per prima la questione della legge elettorale. Solo qualche mese fa il leader piddino si era dichiarato d’accordo con Meloni nel non volerla riformare. Ora le cose sono cambiate. Non solo Renzi chiede più proporzionale, come parte dei 5 Stelle. Il Pd appare diviso tra i fautori del modello tedesco (proporzionale con soglia di sbarramento alta più maggioritario con premo in seggi) o accettazione di più proporzionale. La tecnica di una legge elettorale non è una bazzecola: può favorire o cementare le possibili coalizioni. Uguale problema si pone al centrodestra, dove una coalizione da Meloni a Berlusconi (più Toti, Lupi e altri centristi) appare assai difficile. Come del resto l’altra coalizione alternativa che vada nel caso da Renzi e Calenda fino a Speranza e Fratoianni passando per Conte e Di Maio.

Nell’immediato, intanto, cosa succederà nel governo e al Quirinale? Per l’esecutivo, si vocifera di un possibile rimpasto. Vedremo. Draghi non esce certo rafforzato dalla settimana quirinalizia: il governo necessita di una messa a punto per arrivare alla scadenza elettorale del 2023 e per rispettare gli impegni europei (a iniziare dal Piano di ripresa e resilienza). Per quanto riguarda il Colle, Renzi e Meloni hanno riaperto il confronto sull’elezione diretta del capo dello Stato. È probabile – proprio su impulso di Mattarella – che si ponga intanto il problema di una riformulazione della Costituzione sulla norma che ora non prevede la rielezione (allo stesso tempo non la esclude) del presidente della Repubblica stabilendo al contempo la riduzione temporale del suo mandato (da sette a cinque anni?). Lo stesso è accaduto in Francia, quando Mitterrand fu eletto per due volte consecutive presidente della Repubblica (1981, 1988) e quindi permase all’Eliseo fino al 1994 (dal 2002 il mandato dura cinque anni).

Rovesciando in conclusione un detto maoista: “Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione non è affatto eccellente”.

Mattarella e Draghi, cosa bolle dietro la tregua apparente ultima modifica: 2022-01-30T15:29:53+01:00 da ALDO GARZIA
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