#Quirinale2022. Il Pd e il ritorno dei dalemiani

Un nuovo intervento sul dibattito avviato dalla nostra rivista, prendendo spunto da un’intervista di Biagio De Giovanni a proposito della conclusione dell'esperienza di Art. 1, con il rientro nel Partito democratico.
CARLO RUBINI
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Ringrazio per l’invito del direttore a partecipare al dibattito [Renzo Scarpa, Adriana Vigneri, Ettore Siniscalchi] che ha provocato l’articolo di Biagio De Giovanni sul ritorno di Massimo D’Alema nel Pd. Coloro che mi hanno preceduto, Scarpa e Vigneri, hanno avuto più di me ruoli politici importanti e militanza attiva; i miei più marginali trascorsi all’interno del Pci, Pds, Ds, Pd risalgono a molto tempo fa, in due fasi distinte e a loro volta lontane tra loro e non hanno sortito molto, anche se sono stati utili, più come esperienza umana che politica. Non si butta via niente in fondo. La premessa è necessaria perché gli esiti non brillanti della mia presenza in quel partito a lungo mi hanno condizionato nel giudizio su quel gruppo dirigente e solo ora riesco ad essere sufficientemente distaccato.

Biagio De Giovanni alla fine non si esprime sul potenziale rientro nel Pd di quel gruppo che fa capo a D’Alema. 

Coglie piuttosto l’occasione per rinnovare la sua critica severa a D’Alema e al dalemismo e non si perde troppo a valutare le conseguenze di un eventuale rientro. Forse ciò dipende dal fatto che la collocazione di un gruppo all’esterno o all’interno di un partito oggi non cambia molto in una situazione di partiti divisi a loro volta al loro interno in correnti, che si comportano come partitini autonomi. 

Anche se la consueta sicumera di D’Alema lo potrebbe far pensare, dubito in ogni caso che un rientro possa far riacquisire a lui e al suo gruppo quella centralità nel partito, la cui perdita attraverso l’operazione politica di Renzi è stata la ragione principale della fuoriuscita. 

Ho già avuto occasione di scrivere in diretta proprio negli stessi giorni in cui maturava che quella scissione, camuffata da dissenso su contenuti politici, non mi è parsa una tradizionale scissione ‘a sinistra’ del Pd. Fino a quel momento, D’Alema e soprattutto Bersani non avevano espresso contenuti molto diversificati a ‘sinistra’ da quelli che in modo più esplicito andava delineando Renzi. Il loro fino ad allora era stato stabilmente un comportamento politico contrassegnato da un moderatismo di ‘doppiezza’ di lunga tradizione, preoccupato soprattutto di occupare il centro del corpo del partito rimanendo coperti sui contenuti, che facevano esprimere agli altri, alle loro ali e se ne differenziavano tacendo. E se operavano scelte di governo erano di natura difficilmente catalogabili secondo gli schemi come scelte di sinistra. Tant’è che proprio a D’Alema Nanni Moretti implorava in un suo film di dire una buona volta ‘qualcosa di sinistra’. 

D’Alema, quando ha governato, e Bersani in seguito ministro e precedentemente presidente dell’Emilia-Romagna, avevano compiuto atti in politica estera e interna e in politica regionale che senza difficoltà si sarebbero potuti assegnare anche a governi moderati di centro destra. E allora la loro uscita dal Pd era dipesa piuttosto dal fatto che era stato scippato loro il ponte di comando, attraverso una rottamazione renziana riuscita a metà, ma che qualcosa aveva prodotto. Non erano più i titolari della ditta e tanto bastava: “non gioco più e cerco di andarmene con il pallone, oppure lo sgonfio e vi arrangiate”. Può sembrare banale e riduttivo ma mi pare che le cose siano andate così. Non è proprio stata una scissione ‘di sinistra’.

Quanto alla critica di De Giovanni al dalemismo come sempre gliele canta bene, ma ormai lui dice cose inconfutabili che appartengono alla storia. Non sono solo o non sono più un giudizio politico, ma a distanza di oltre trent’anni assumono anche i caratteri di un giudizio ‘storico’, ampiamente dimostrato. Soprattutto sul versante del ‘continuismo’ rispetto al Pci, che D’Alema ha pienamente interpretato.

Io stesso, che ero entrato nel Pds alla sua fondazione nel ’91, provenendo dall’esterno con poca o nulla esperienza delle dinamiche dei partiti, mi ero reso conto in un amen che non avevamo fondato un partito nuovo come ingenuamente da ‘anime belle’ avevamo in mente e che i segnali di ‘continuismo’ con il Pci erano palesi ed evidenti anche nelle federazioni; e quella veneziana in cui stavo allora aveva ancora una sua importanza nella geografia politica italiana. 

Chi già allora cercava di spiegarmi la dinamica di ciò che era accaduto con il passaggio da Pci a Pds mi raccontava continuamente questa storiella, la cui sostanza per maggiore chiarezza ‘virgoletto’, ed era questa: “Occhetto ha fortemente voluto il cambio d’immagine e in parte di contenuti, abbandonando il riferimento ormai anacronistico e comunque scomodo al Comunismo. Ma chi ha in mano tutto il partito e i rapporti con le federazioni era ed è D’Alema, che impone a Occhetto questo scambio, tenendolo, per così dire e scusandomi per la schiettezza, per i coglioni: ‘ fai pure la svolta, ma la continuità con la struttura del partito precedente la garantisco io. Garantisco la continuità e le persone che dal centro alla periferia resteranno al loro posto di prima’.” A coronamento di questo ruolo, spesso di D’Alema si diceva che fosse ‘doroteo’, in riferimento all’analogo ruolo svolto da certi democristiani nella Dc di allora, un parallelismo perfetto.

Biagio De Giovanni

Questa non facile storiella che mi raccontavano gli informati di allora si è confermata ed è poi diventata una verità storica oggi difficilmente confutabile. Il continuismo Pci-Pds e poi a cascata nelle diverse sigle successive è stato prima di tutto nel mantenimento della vecchia dirigenza e nella formazione di una nuova legata a doppio filo con la vecchia. E devo per altro ammettere che almeno per tutti gli anni Novanta questa dirigenza, anche nei più giovani, ha espresso una capacità di azione politica soprattutto all’interno del partito, nel mantenerlo strutturato e agganciato ai suoi riferimenti sociali, che non ho più riscontrato in seguito, né nel Pd né in altri partiti. 

Tutto ciò però nei fatti si è poi convertito in una continuità anche ideale con il partito precedente nato nel lontano 1921. Una patina di conservazione quasi mitica ha aleggiato a lungo anche dopo il 1991 e le immagini dei padri fondatori del Comunismo rimasti a lungo appesi con malcelato orgoglio sui muri delle sezioni erano l’icona palese di una nostalgia dura a morire, anche quando le sezioni hanno assunto il nuovo nome di ‘circoli’. È pur vero che quel partito precedente da almeno due decenni aveva assunto una fisionomia socialdemocratica e che aveva a modo suo fatto i conti con tutte le contraddizioni del legame con l’Unione Sovietica e quant’altro, ma certamente il legame con il passato ha pesato a lungo, anche dopo la fondazione del Pd, nonostante fosse stata volutamente cancellata per la prima volta e non casualmente, credo, il termine ‘sinistra’, cercando, e non riuscendoci, di fare del Pd un partito ‘semplicemente democratico’.  

Ripeto, tutto ciò è storia ormai. 

Piuttosto sono in difficoltà a valutare il giudizio severo di De Giovanni che attribuisce a D’Alema e al dalemismo la causa, e tutti i mali conseguenti, della sconfitta della sinistra in Italia. Se guardo però il panorama europeo, mi pare che in modi e forme diverse tutti i partiti della sinistra europea da molto tempo, chi più chi meno, hanno conosciuto una fase lenta ma inesorabile di involuzione e di perdita di consensi e soprattutto di legame con la propria naturale base popolare variamente intesa; e semmai inserirei il declino della sinistra italiana in questo più generale contesto. 

D’Alema a suo tempo ha cercato di tener duro con una linea di conservazione, ma non credo che anche senza la sua azione le cose sarebbero andate diversamente. È un declino storico forse avviato per sempre per i partiti tradizionali di sinistra. E devo anche dire che neppure il nuovo corso renziano, fosse pure andato a compimento come invece non è andato, avrebbe potuto arrestare il percorso. Anche il precedente britannico di Blair, che Renzi apertamente cercava di ripercorrere, si è dimostrata una parentesi che non ha potuto molto per il declino o il ridimensionamento del Labour, semmai sempre tentato da successive involuzioni a sinistra ancor più perdenti.

La storia comunque ci riserva sorprese. Sui partiti di sinistra dico questo con il senno di poi, ma nulla è mai scontato.

Il quadro politico generale non solo in Italia è in veloce evoluzione. Mentre scrivo l’elezione del presidente della Repubblica con il rinnovo del settennato a Sergio Mattarella ha creato uno sconquasso tale che c’è da dubitare che tutto resti come prima. 

Per tornare, concludendo, a D’Alema, il suo eventuale rientro con i suoi in uno scenario del genere può essere del tutto ininfluente, come invece potrebbe generare una ricomposizione e un’immagine diversa dei partiti. Con un Pd che, pur senza rimettere al centro D’Alema e i dalemiani ma solo riavendoli all’interno, riacquista o recupera una più netta fisionomia socialdemocratica e che stabilmente, con un nuovo sistema proporzionale, fa alleanza, potenzialmente vincente, con un ampio fronte liberal democratico che oggi obiettivamente ha davanti a sé uno spazio più ampio che non in passato.

Immagine di copertina: D’Alema al congresso del Pse di Budapest del 2015

#Quirinale2022. Il Pd e il ritorno dei dalemiani ultima modifica: 2022-01-30T20:35:59+01:00 da CARLO RUBINI
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