Se conosci l’umanità femminile. Donne medievali di Chiara Frugoni

FRANCO MIRACCO
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La scrittura creatrice nei libri di Chiara Frugoni procede mediante Immagini che rendono ancor più intelligibile la Storia, come a dire la regola virtuosa di un “visibile scrivere” dal quale si ottiene l’avvincente cerchio frugoniano su cui vanno assieme Storia e Storia dell’Arte. Nel primo capitolo di Donne medievali, inevitabilmente lasciato ai drammi di donne vissute come “ombre”, vediamo il dolore devastante delle ignote madri di un Massacro degli innocenti intagliato su di una piccola tavola in avorio del V secolo, o il Massacro, sempre degli innocenti, con le madri sopraffatte da un destino dominante un orrore che deve restare senza alcun soccorso, realisticamente miniato per il Codice di Egberto del X secolo. 

Massacro degli Innocenti, 400 d.C. 

Immagini che ci riportano dalle devastate donne ignote dei giorni di Erode alle ugualmente sconosciute e dolorose madri, subito dimenticate, i cui figli muoiono annegati nel Mediterraneo mentre altre madri precipitano nell’angoscia di un figlio più che innocente, eppure morto per assideramento o di fame in una Europa di nuovo barbara. La stessa barbarie che fu ricamata sulla lunga tappezzeria di Bayeux per appendervi il massacro di Hastings fra normanni e inglesi. Un racconto creato “forse fra il 1066 e il 1068” con donne afflitte, sofferenti, abusate in modo impietoso ma che non hanno nome e le cui afflizioni “ruotano intorno a temi come l’inganno, il tradimento, la prepotenza dell’animale più forte verso quello più debole”. Il capitolo “donne in ombra” si chiude dopo aver aperto davanti ai nostri occhi uno spiraglio su di un mondo immenso, quello dove si susseguono una dopo l’altra le pagine dello “splendido manoscritto delle decretali di Gregorio IX”. Manoscritti miniati che ci consegnano i decreti papali, anzi, il vastissimo corpo delle leggi canoniche distribuite in moltissimi riquadri che potremmo definire pittorici, perché documentano, con immagini e parole, i percorsi dell’arte di più secoli, cui ci accostiamo leggendo e vedendo lo svolgimento di cerimonie matrimoniali o di come si vestivano e si atteggiavano giudici, avvocati, vescovi, abati, notai, visti mentre applicano i codici pontifici. Se nei loro capolavori Boccaccio e Chaucer (richiamati più volte nel libro) ci hanno fatto assaporare il dolce e l’aspro, la fragilità e l’inganno, la fatalità sanguinosa e la stravaganza più imprevedibile, della trascorrente natura dell’epoca medievale, questi manoscritti miniati (dipinti?) spiegano l’onore che Dante concede nel Purgatorio al superbo Oderisi da Gubbio: “l’onor di quell’arte ch’alluminar chiamata è in Parisi”. Ma ecco che Oderisi, fattosi cortese, dice al poeta: c’è chi dipinge meglio di me e aggiunge “più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese”. Anche se non sempre avrebbero voluto ridere le carte delle decretali, è evidente però che l’arte avanzò di molto per le diverse vie di un gran pennelleggiare con varietà sensibili all’inventare, riquadrare, immaginare fervide decorazioni, e alberi, fiori, uccelli, volpi, sirene, saltimbanchi, fantasie più che ornamentali.

Donna sui trampoli che allatta il suo bambino, 1335-40 

Tra queste una, il passeggio continuamente a rischio di una donna costretta al suo “gioco”. Frugoni:

Anche se è solo una fantasia , questa la dice lunga sulle associazioni mentali che scattavano nel rappresentare una donna: la vediamo in precario equilibrio costretta a camminare su altissimi trampoli mentre allatta il suo bambino e in più tiene sulla testa un pesante recipiente, probabilmente una brocca piena d’acqua. Allevare i figli e lavorare duramente, questo sembra essere, per il nostro miniatore, il destino di una donna, il perfetto destino di una donna in ombra.

E se la “donna sui trampoli” fosse il gelido affioramento visivo di una satira raffinata, lo sfogo geniale dipinto però da una miniatrice, da una Banksy silenziosa e in ombra alla metà del XIV secolo? A gioirne più di tutti sarebbe Chiara Frugoni, ed è un gran peccato che non si possa dare un nome all’immaginaria Banksy, anche se, almeno per un momento, possiamo credere alla sua esistenza non appena torniamo a osservare l’orgoglio, la tenerezza, la fatica dell’essere donna e del suo non lasciarsi andare mai. La Bologna dei secoli XIII e XIV fu in assoluto tra i maggiori centri europei, se non il maggiore, di produzione libraria. Paleografi e storici parlano di un esteso tessuto culturale e lavorativo composto da librai, cartolari, leggitori di libri, copisti, notai, studenti e, naturalmente, miniaturisti e pittori (forse tra questi la miniaturista della frugoniana donna trampolante?). Quella città universitaria fu un laboratorio di scienza e di arte e spesso capitava di trovarvi chi, oltre ad essere maestro insuperabile in miniatura e pittura, faceva il notaio perché su quei libri i copisti vi si affaticavano con leggi, codici, testi giuridici, decretali, quindi Bologna università d’Europa per laici e religiosi. Di conseguenza un leggendario grand tour cui, per alcuni secoli, parteciparono professori, dottori, studenti, che sarebbero ripartiti dopo aver acquistato, spesso da loro stessi commissionati, libri e manoscritti preziosissimi, che nel corso del tempo divennero patrimonio perenne delle più prestigiose biblioteche europee. Allora, non furono solo Oderisi da Gubbio, Franco Bolognese o Paolo di Iacopino Avvocati, lui l’artista-notaio, gli autori di desiderabilissimi tesori librari, perché furono in molti altri a partecipare a quelle imprese. E c’è chi tra i nostri scrupolosi paleografi e storici ha sommato non meno di trecento copisti nella Bologna duecentesca, mentre potrebbero essere stati attorno ai quattrocento coloro che si dedicarono alla miniatura e alla pittura. Luce ovunque di sapienza e di immagini e di colori nel medioevo bolognese, un’illuminazione d’arte e di cultura accesa da non poche donne, come ricordava fin dalla metà del secolo scorso il paleografo Beniamino Pagnin. Donne che hanno un nome, ma per il loro incarico di copiste chi garantiva doveva essere il padre o il marito. Così per Cristiana di Corradino di Vitale, o la signora Montanaria di messer Onesto, non sapendone di più per Flandina Tibaldini, Antonia, Algia. Ma finalmente la miniatrice: domina Donella miniatrix, uxor quondam domini Guillielmi miniatoris. Miniatrice sì Donella, però accompagnata dal nome del marito miniaturista. Per essere totalmente se stessa, per poter disporre liberamente della propria vita una donna, come scrive Frugoni, avrebbe dovuto mostrarsi indomita e avventurosa, oppure essere una santa o una regina, e lo stesso non le sarebbero mancati ostacoli e imposizioni. Ben lo si capisce nei capitoli con protagoniste donne quali Matilde di Canossa o la copiosamente geniale Christine de Pizan. E mentre “la donna sui trampoli” chiusa nella sua sfida si allontana da noi, se a dipingerla sia stata Donella o una sua amica, pur sempre Banksy, ovvio, ne saremmo di molto rallegrati, ma quel che ci importa dire è altro: in quella Bologna capitale mondiale dei libri Donella, Flandina, Cristiana, Antonia e a seguire una lunga linea al femminile, potrebbero essersi riconosciute tra loro, non solo perchè donne ma in quanto donne della “ città dei libri”. Il secondo capitolo di Donne medievali ha un titolo che nel tener conto di quando il mondo uscì dal nulla “ed era la vita”, secondo Ildegarda di Bingen di cui si dirà più avanti, a quando l’uomo e la donna si posero nella più drammatica solitudine rispetto a Dio, che si allontanò da loro cacciandoli dal giardino di Eden per averli condannati a conoscere il male e a sopportare fatiche e dolori immensi che divennero il continuum della storia dell’umanità; tuttavia quel titolo scorre subito verso una nuova storia. Con “Il corpo peccatore, il corpo senza peccato. Eva, Maddalena e Maria” si propone dell’altro dopo il sonno di Adamo e l’eloquente serpente che capisce Eva (perché mai nell’eloquenza del serpente scivola molto di Dio, dei suoi pensieri e disegni?). E perché se il lascito edenico non può essere omesso, dato che in esso si avvera l’insondabile mistero della primordiale irresponsabilità dell’uomo e della donna per la loro nascita o genesi con in più l’eloquenza seduttiva del serpente e di Eva, nei Vangeli, che nulla dicono della “madre di tutti i viventi”, si fa totalmente diverso il rapporto tra l’umanità femminile e il Figlio dell’uomo? Un mutamento questo che porterà lo scandalo, con potenti e sublimi verità, attraverso la civiltà umana ristabilendo così la vera genesi della creazione mediante “il rapporto di amicizia e di affetto di Cristo con le donne”. Ed è scandalo con Maria di Magdala, la donna che annuncia la Resurrezione ai discepoli spaventati e incerti, ed è scandalo con la Samaritana che ascolta la parola di un Giudeo attorno ad un’acqua “viva che spegne ogni sete in eterno”, ed è ancora la donna della Samaria ad aprirsi con i suoi chiamandoli a “venire a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto, che sia lui il Messia?”. 

La samaritana al pozzo Venezia, San Marco, prima metà del XII sec. 

Episodio questo che all’improvviso diviene irrevocabile con il manifestarsi violento dell’onda d’urto della nuova Creazione comparsa con Cristo, giunto misteriosamente stanco e assetato al pozzo del Vecchio Testamento, il pozzo di Giacobbe. Attorno a quello spazio profetico cambia il tempo della Storia, che si compie nell’ universalità dell’istante in cui Cristo rivela la sua sconvolgente natura, umana e divina, alla Samaritana. Del tutto ignari di quanto è accaduto i discepoli, che “si stupivano che a una donna Cristo avesse rivelato uno dei segreti del regno di Dio”. Chiara Frugoni, nel cogliere il lato fantastico dell’episodio, scrive: “C’è un particolare da romanzo. Nell’impeto della sorpresa e dell’entusiasmo di fronte all’uomo che le si è rivelato come il Messia, la samaritana, per correre in città e annunciare la notizia, abbandona la sua anfora. Quell’anfora segna il cambiamento psicologico della samaritana che passa dal disprezzo e dall’ostilità al rispetto, alla fiducia, e infine alla fede”. Chi dimostra di aver capito la grandiosità dello scandalo samaritano è il mosaicista, che nel XII secolo stende, nella solennità di uno spazio aureo segnato da strie di porpora, le vesti di una regalità bizantina, in alto nella Basilica di San Marco, sulle acque di Venezia, volendo con il suo mosaico esaltare per ben due volte la figura della Samaritana, in tal modo doppiamente discepola di Cristo. La certezza della nuova storia è data nell’immagine marciana dall’inaudito atto della donna che tende la sua mano aperta verso la mano benedicente di chi per lei è ormai il Messia. L’inaudito è in quel reciproco rivelarsi con le mani, visibilissime, quasi a comporre un arco al di sopra del pozzo di Giacobbe ricolmo d’acqua e simile a una croce greca da cui fuoriesce il rosso sangue che infonde vita a un albero profeticamente trinitario. Ma torniamo agli inizi, a quanto accadde mentre cominciava “l’alba dell’umanità” con Adamo, Eva e il Serpente. Poche altre raffigurazioni del racconto biblico sui due progenitori, “composti” da Dio affinché vivessero in Eden, comunicano un uguale sentimento panico per un qualcosa di predominante, che avviene dinanzi a noi ogniqualvolta osserviamo quel bassorilievo di Wiligelmo sulla facciata del duomo di Modena. Dio, dalle vesti rese solenni nell’allargarsi a campana, ha appena finito di formare, uniti tra loro dalla stessa materia, l’uomo e la donna. È come se da un monolito, da un unico blocco di pietra, sia stata ricavata una sorta di misura che è data dal combinarsi di linee e volumi congiunti nella compiutezza di una sintesi protocubista. Semplicemente, quel combinarsi è l’ingranaggio di una intelligenza messa in carica per animare quel tutto unico – Adamo ed Eva – orientato verso il Creatore che stringe nella sua mano la mano di Eva. Di seguito la scena del peccato originale. Adamo ed Eva, maschio e femmina, stabilmente sullo stesso piano. Solo che di fronte a loro, al posto di Dio, c’è il Serpente che si fa tutt’uno con l’albero, evidentemente per rendere più accettabile, più credibile, più naturale la tentazione, che è resa per davvero appetibile dall’esuberanza wiligelmica dei frutti. Siamo al momento della decisione presa in comune, quella che porta i due a mangiare il frutto proibito. Umanamente Adamo ed Eva condividono “il peccato”: a ognuno lo stesso peccato o, se si vuole, la stessa colpa. Questa la versione di Wiligelmo che, stando ai due bassorilievi, sembra rifarsi a quanto sottolineato da Chiara Frugoni quando, commentando il primo racconto della creazione, scrive: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”. Il “dopo” di quel primo, indispensabile peccato, ritorna più volte nelle pagine di Donne medievali e questo perché: “Nella letteratura religiosa maschile, soprattutto monastica, la donna non è altro che la proiezione del desiderio (colpevole) dell’uomo(…). Poiché la maledizione di Dio si estende alle discendenti di Eva, è sempre attuale in loro il peccato della progenitrice. Tutte le donne sono Eva”. 

Wiligelmo, la creazione di Eva Il peccato originale, Modena, 1120 ca.

Come a dire che da Eva in avanti si è consolidata “una rovinosa eredità”, di cui fa testo una lettera scritta nel 1095 dall’abate Goffredo di Vendôme, sapendo che con simili sconcezze i “medioevi” passati, presenti e prossimi continueranno a deliziarci. Frugoni:

È una lettera violentemente misogina nella quale Eva, mai nominata, è riassunta nel suo sesso colpevole e rovinoso per il genere umano. Eva non solo è privata dal nome, ma di tutto, di mente , di cuore , di un’anima, e di un corpo dal quale è stato ritagliato, in modo mostruoso, solo il suo sesso a rappresentarla. Raramente un testo è stato così orribile.

Messo da parte l’impataccato rincorrere, nel corso dei secoli, la figura di Eva con le sue tante “colpe”, le colpe di un sesso che “ha avvelenato il nostro primo genitore” (l’abate Goffredo e le sue ossessioni), è il turno della disorientante Maddalena, la grande peccatrice. Disorientante, se si tiene conto di una storia dell’arte che di Maddalene ne ha create a bizzeffe, essendo più di una la sua possibile identità. È figura trasmigratrice per una sua leggendaria alterità tra errori non celabili, penitenze laceranti, passioni e ritorni apocalittici, apparizioni angeliche, sempre persa in una stremata presenza accanto a Cristo. Nel suo nome si celano “tre distinte persone”, che Frugoni esplicita chiaramente:

La prima è Maria di Magdala da cui Cristo scacciò sette demoni… colei che si mise al servizio del Salvatore e lo seguì fino al Calvario sotto la croce… lo riconobbe nell’ortolano… La seconda è Maria, sorella di Marta e di Lazzaro che, presagendo la morte del Salvatore… aveva sparso sui piedi di Cristo un prezioso profumo, asciugandoli con i suoi capelli… La terza è la peccatrice senza nome che in casa del fariseo bagnò di lacrime i piedi di Cristo, li asciugò con i suoi cappelli e li unse con un costoso unguento…

Lukas Moser, Storie della Maddalena, Germania, 1431 

Ne deriva quanto si legge in Donne medievali: “Maddalena, la santa peccatrice, peccatrice nella carne, mantenne nella sua storia l’inquietante capacità attrattiva della figura femminile, condannata dalla misoginia ecclesiastica a dover ricomporre la sua immagine solo a prezzo di una durissima ascesi”. Alcune immagini della Maddalena tra quelle richiamate da Chiara Frugoni, ma con iconografie che successivamente muteranno. C’è l’affresco di Giovanni da Milano in cui “spiccano i cappelli lunghissimi e biondi: una costante nell’iconografia della santa”, e c’è la crocifissione di Giotto nella Cappella degli Scrovegni con Maddalena che “non sorregge la Vergine perché è inginocchiata ai piedi della croce; con i suoi lunghi capelli biondi asciuga piangendo il sangue che cola dai piedi di Cristo in un rivolo sottile che raggiunge il cranio, segno geroglifico del Golgota… ma anche teschio di Adamo”. In continuità, ci si augura, con le distinzioni iconografiche di Frugoni sono riapparse alcune altre Maddalene, evocazioni indissolvibili di una umanità femminile struggente e determinata nel corso dei secoli. Se Correggio compone nella luce di un giorno nascente una Maddalena “impossibile”, attestata com’è nella tenerezza fisica verso il neonato Gesù, con però dietro di lei l’ombra di un piccolo angelo annuvolato perché sa qual è il fine del suo vaso con i sacri unguenti, con il Rosso Fiorentino l’apostola degli apostoli si scaglia come un rosso cuneo di dolore nello stringersi alla Madre ai piedi della croce.

Se in Andrea del Sarto c’è l’incredulità di un patimento che toglie il respiro a una giovane donna atterrata nel torcersi le mani dinanzi al corpo ritrovato e di cui sostiene su di sé il piede amatissimo, con Tiziano, nella sua opera estrema, la Maddalena si erge nell’urlo disperato di una Pietà diventata solo Morte. Ma è il Savoldo che dipinge totalmente Maddalena: una donna sul punto di uscire dall’ombra e che per un momento scopre il volto di chi ha consumato l’abitudine del sentirsi osservata ed allora, nel suo sguardo, non c’è sorpresa, piuttosto la scelta di allontanarsi. Ed è per questo sentimento di estraneità che il nostro sguardo non si distoglie dai suoi occhi profondi ma non più di sfida, perché quel tempo è finito e la donna ha vissuto quanto le servirà per credere in un oltrecielo di esperienza e conoscenza. A Maddalena, avvolta in uno zendale di seta argentea, non interessa mostrarsi diversa da quanto è stata fino al termine della sua notte. Alle prime luci dell’alba sa che è giunta l’ora di mettersi in cammino verso il Sepolcro, a dirlo è il segno latente di un vaso dentro cui è deposto il balsamo prezioso, il balsamo più profumato. Un vaso come nuovo, che si è mosso dal segreto di un edificio non più nuovo per accendere di luce, che è luce di un altro mattino, la seta dello zendale dentro cui Maddalena sembra proteggersi. Alle sue spalle, che s’incappano per farsi guscio d’ostrica, Savoldo ha dipinto la sottile balzana scura di una non lontana città di mare ancora immersa nel respiro della notte, anche se non manca molto alla luce di un giorno che tornerà su di un mondo di uomini, case, templi, e alberi di navi che nessuno sa se si riempiranno e se partiranno. Una città verso cui voltare le spalle, una città da dimenticare, una specie di Gerusalemme che ha rifiutato l’impossibile di cui proprio quella donna per prima darà testimonianza. 

Maria Maddalena, Savoldo, Londra 1535-1540 circa 

Il dopo della vita della Maddalena è ricordato da Chiara Frugoni che cita antiche fonti dove

si raccontava che la Maddalena (cioè Maria di Betania), insieme a Marta, Lazzaro, Massimino (uno dei settanta discepoli di Cristo) e Sidonio o Cedonio… era giunta dalla Palestina a Marsiglia dopo un miracoloso viaggio in una barca senza remi e senza vela, spinta dagli angeli. Da lì il gruppo iniziò l’opera di evangelizzazione e Massimino fu eletto vescovo ad Aix-en-Provence. Maddalena poi si ritirò in una grotta della Sainte-Baume vicino… alla città di Saint-Maximin, dove per trent’anni, nuda, come la sua omonima Maria Egiziaca, condusse un’aspra vita di penitente cibandosi solo della musica divina che quotidianamente per sette volte gli angeli le facevano ascoltare portandola in cielo.

Queste storie della Maddalena furono dipinte per una chiesa a lei dedicata in una cittadina tedesca, forse poco più di un villaggio nel XV secolo, dove Lukas Moser dipinse nel 1431 per l’altare della santa un grande trittico, sulla cui cuspide si vede la cena in casa del fariseo. Chiara Frugoni:

La Maddalena non ha alcun nimbo perché è ancora una nota peccatrice: indossa un sontuoso abito rosso foderato di pelliccia e, chinata a terra, ha sciolto una parte delle lunghe trecce bionde per asciugare i piedi di Cristo bagnati dalle sue lacrime. Il pittore ha indugiato nel piacere di offrire alla vista una tavola imbandita che mostra la ricchezza dell’ospite.

Al di sotto della lunetta gli episodi francesi della santa, avventuratasi per mare con i suoi altrettanto santi compagni in viaggio su di una barca soltanto “spinta dagli angeli”, e che approderà a Marsiglia. La pittura di Moser ama soffermarsi in modo accurato, quasi minuzioso, sui principali capitoli della storia occidentale della Maddalena, ispirato com’è dalla sua incantevole passione nel volere e saper dipingere i particolari della vita materiale e religiosa di un favoloso tardo Medioevo. Per questa ragione, quando dipinge l’incontro con Gesù in casa del fariseo il pittore non ignora alcun dettaglio, alcun gesto, di quel santo desco, infatti descritto da Frugoni:

Lussuoso vasellame, varietà di cibi sparsi sulla mensa e altri ancora in due piatti sovrapposti recati dall’ancella sollecita. In un mastello sono posati altri vasi cesellati colmi di bevande da tenere in fresco. È una cena all’aperto, forse d’estate, al riparo di una pergola di vite.

La grande pala d’altare nel Baden-Württemberg si propone, in un certo qual modo, come un fiabesco armadio in legno di rovere su cui si mostrano i dipinti essenziali o di cui vengono, in particolari occasioni, scoperti altri dipinti, dato che alcune immagini non sono visibili quando i pannelli centrali del trittico restano chiusi. A favorire i risultati eccellenti dell’impresa di sicuro le tecniche pittoriche usate da Lukas Moser: dipingeva su pergamene che poi incollava sui pannelli in rovere e questo indubbiamente lo aiutava a esaltare una ricercata preziosità figurativa e la vivacità dei colori, qualità ritenute dall’artista indispensabili al suo buon dipingere per il suo ben raccontare delle storie. E non per nulla Chiara Frugoni osserva:

Nel pannello centrale, fuori dalle mura di Marsiglia che non li ha accolti, i viaggiatori si riposano sotto una tettoia all’aperto, con il bel tetto disegnato a losanghe. Manca Maria Maddalena che appare in sogno nell’alta casa soprastante a rimproverare il principe di Marsiglia e la moglie che non hanno soccorso lei e i compagni.

A far intravedere da che parte guardasse il dipingere di Moser c’è quella tettoia (ma non solo) col frugoniano “bel tetto disegnato a losanghe”. Di tetti simili ce ne saranno stati anche nelle Germanie, ma quello di Moser è in tutto identico ai superbi tetti policromi dipinti su tegole di terracotta luminosamente verniciate, che sono il fantastico scorrere dei colori sulle architetture borgognone di Beaune. Questa è la città francese dove Nicolas Rolin, il cancelliere di Filippo il Buono, fondò qualcosa di estremamente armonioso, giusto, meditato, secondo la cortesia e lo spirito di una grande civiltà cui non poteva bastare solo il soccorrere e assistere gli ammalati, i bisognosi. E così fu costruito l’Hôtel-Dieu, un gran decoro, ammirevole ed efficiente a eterno beneficio dell’anima di Rolin e del suo stare al mondo esaudendo il proprio desiderio di rendere possibili alcuni capolavori, quelli creati dai maggiori pittori fiamminghi del Quattrocento. Che Lukas Moser, nel dipingere le storie della Maddalena, fosse al corrente di quanto in pittura stava accadendo nelle terre fiamminghe o francesi parrebbe più che scontato, se solo ci si accorge dell’iscrizione da lui voluta quando giudicò la sua opera finalmente portata a buon fine. – “Grida, arte, grida e lamentati fortemente poiché, ahimè, adesso nessuno si cura più di te” – Sembrerebbe il grido o il lamento di un pittore malcontento, in ogni caso di un pittore mosso da una rabbia culturale cresciuta a difesa di un’arte, la sua, che dichiaratamente guardava a ovest delle Germanie, verso le “officine” fiamminghe. Da Maddalena a Maria, a conclusione del secondo capitolo su di una figura, Maria appunto, che sembra trovarsi in uno spazio che non rientra in quello della storia. Nella monumentale edizione dei “Vangeli” (Torino,2006) “caratterizzata da una nuova traduzione e dall’accuratissimo commento storico filologico-narratologico di Giancarlo Gaeta”, lo stesso Gaeta nella sua introduzione nomina appena Maria, dal “concepimento miracoloso”. Un mistero non penetrabile pertanto, che può essere accettato rifacendosi al Wittgenstein citato da Gaeta all’inizio dei suoi Vangeli: “Il cristianesimo non si fonda su di una verità storica, bensì ci dà una notizia (storica), dicendo: adesso credi!”. Il mistero mariano d’altronde è perfettamente sintetizzato da Chiara Frugoni:

La Chiesa ha dedicato ben quattro dogmi (maternità divina, verginità, immacolata concezione e assunzione) al corpo della Madonna, innalzando Maria a vette siderali rispetto alle altre donne che la possono venerare , implorare, ma certo non possono identificarsi con lei.

Chi sapeva di andare “oltre” dando un iconico significato umano e divino al sentimento che univa Maria a suo Figlio fu Cimabue, che dipinse una vibrante Assunzione Glorificazione.

Donne medievali:

Maria risorta anima e corpo si stringe a Cristo in un abbraccio struggente che la porta a scivolare in braccio al Figlio. Infatti non solo Cristo abbraccia la madre ma lascia che la gamba e il piede sinistro di Maria si sovrappongano alla sua gamba: un’unione fisica in una forma spirituale.

La coraggiosa e innovativa iconografia di Cimabue divenne il punto focale in un trittico “dai colori squillanti” dipinto verso il 1310 dal Maestro di Cesi: “Sulle ante scorrono gli ultimi momenti della vita di Maria. Il centro della pala è invece occupato dall’Assunzione della Vergine. Maria si abbandona fra le braccia di Cristo risorto chinando il capo sulla sua spalla, insieme madre e sposa”. Monastero isola felice, scrive Chiara Frugoni. Per generazioni moltissime donne, fin da bambine, trovarono nel monastero

l’unico luogo dove le loro inclinazioni e la loro personalità si sarebbero potuto esprimere e maturare in una quieta pace, mai maltrattate, sempre nutrite, senza correre il rischio di morire prematuramente di parto.

Di qui in avanti anche solo una pagina oppure uno qualunque dei capitoli di Donne medievali è un invito ineludibile a meglio conoscere e approfondire le biografie, le opere, le idee, in breve a far presto, Covid o non Covid, nel correre a visitare i luoghi dove quelle donne, “indomite e avventurose”, vissero da regine, da sante, da scrittrici, da poetesse, da accenditrici di civiltà. Ci sono capitoli che si presentano come volumi a sé stanti, intensamente attrattivi e di cui non vorresti arrivare all’ultima riga. Capitoli oppure soltanto poche pagine ma che incuriosiscono ancor di più, come nel caso di Rosvita, monaca, drammaturga, “cronista e storica del suo tempo”. Tra i monasteri quello di Gandersheim, un leggendario polo espansivo, governato da donne, di quella che fu la “politica” religiosa, culturale, assistenziale, sociale, dell’età d’oro ottoniana. Qui Rosvita visse e scrisse le sue opere, che furono tantissime, tra cui il Carmen de gestis Oddonis, qui conobbe un’altra sorprendente figura di monaca e di intellettuale, la badessa Gerberga II, strettamente imparentata con gli imperatori ottoniani. Rosvita fu sua discepola, che di Gerberga disse:

Fu lei che continuò la mia istruzione, offrendomi un’introduzione alle opere di quegli scrittori che lei stessa studiava con uomini istruiti.

Un’impressionante sorellanza cresciuta nelle scelte di vita e nelle vocazioni spirituali e intellettuali di molte donne che si sentirono libere, nei loro monasteri, di poter contribuire, “nella prima metà del X secolo”, a un insieme di coincidenze e concatenazioni alla base di una autentica rinascita religiosa, culturale, morale. Al tempo di Ottone I a guidare la Chiesa tedesca ci fu San Bruno, fratello dell’imperatore, ma come scrisse Christopher Dawson “fu anche un grande protettore dell’istruzione, conoscitore del greco e guida di un nuovo movimento di rinascita culturale che accompagnò la restaurazione dell’impero”. Una rinascita che si diffuse a partire dalle comunità monastiche e che ebbe quali principali rappresentanti i monasteri femminili, con badesse e monache che nel dedicarsi a una rigorosa e vasta ricerca di studi e saperi, esercitarono un’immensa influenza formativa che si consolidò spesso con produzioni di scritti memorabili. È il caso di Rosvita, ma anche, nel XII secolo, della “monaca alsaziana Herrad, badessa di Hohenbourg, autrice di una enciclopedia adorna di splendide miniature in un nesso inscindibile con il testo, intitolata Hortus deliciarum, alla quale certo collaborarono le consorelle”(Frugoni). E siamo al singolare e sfaccettato “mondo” di Ildegarda di Bingen ( 1098-1179), donna e monaca tedesca dall’esistenza ardente, ingegnosissima, dedita a un audace, irruente tumulto di creatività intellettuale a tutto campo tra scienza e misticismo visionario. 

Frugoni:

La grande monaca benedettina… entrata in monastero a otto anni, oltre a opere di edificazione religiosa scrisse di medicina e di scienze naturali, e poi ancora numerose lettere (…). Parecchi manoscritti di uno dei suoi libri più famosi, il Liber Scivias (Sci vias lucis, conosci le vie della luce), sono ornati da bellissime e complicate miniature.

Nell’edizione del 1997 del suo libro Cause e cure delle infermità si legge che “fu medica, naturalista, poetessa, musicista, esorcista, linguista, proclamata santa cattolica e nel 2012 Dottore della Chiesa Universale”. Inoltre, “fu badessa e fondatrice di due monasteri, consigliera di papi e imperatori”. Ildegarda, una fantasiosa, ispirata, autorevolissima donna europea dall’incondizionata volontà medievale di conoscere tutto, di condividere con altri le sue visioni e conoscenze, di professare la sua fede quasi fosse un vento che desse luce e ragion d’essere alle opere della natura e degli uomini, all’universo intero. Le capita di scrivere come se stesse dipingendo un enorme affresco e lo fa col destare un’immagine del firmamento ritagliata sulla figura umana. Il suo non è l’uomo vitruviano, è l’uomo universale divinamente compreso nella natura.

Delle armonie del firmamento… il firmamento emette anche suoni meravigliosi, come il mulino o il carro quando ruotano, ma i suoni del firmamento non possiamo udirli a causa della sua distanza (…). Il firmamento è, invero, parabonabile alla testa dell’uomo, il sole, la luna e le stelle, agli occhi, l’aria all’udito, i venti all’odorato, la rugiada al gusto, i lati della terra alle braccia e al tatto. E le altre creature che sono al mondo sono paragonabili al ventre, la terra, invece, al cuore…

Pensiero e sentimento, immaginazione e realismo, si susseguono sincronizzati tra loro negli scritti di Ildegarda. Per la donna e per la monaca corpo e mente vengono vissuti liberamente per via della conoscenza, dello studio, ma innanzitutto perché “Ildegarda, con in mano lo stilo e il viso rivolto al cielo dal quale trae ispirazioni, traduce in parole la visione dell’amore di Dio che si è incarnato nella Terra, popolata di chiese e di città” (Frugoni). 

C’è una semplicità nella santa scrittrice – da cui si estendono certezze di verità – che colpisce per un suo umanesimo liricamente visionario:

La luna è travagliata da molti pericoli e da molte tempeste, proprio come una madre affronta pericoli e disagi nel dare alla luce i suoi figli. Alcuni tempi della luna sono, quindi, sani e altri no, alcuni prosperi e altri no. Se l’uomo avesse agito rispettando la sua natura originaria, anche le stagioni e le condizioni dell’aria nelle stagioni sarebbero rimaste immutate, vale a dire che questa primavera sarebbe stata come quella trascorsa, e questa estate come quella passata, e così via.

A me sembra che in Ildegarda ci sia già, agli inizi del secondo millennio, molto della storia letteraria, culturale, ideale, della Germania dei grandi romantici di là da venire. Non c’è ipocrisia o reticenza “biedermeier” o un’incomprensibile e tormentata “innocenza” monacale, al contrario c’è il rifiuto di ogni ambigua esclusione di parole e significati quando la grande badessa scrive non astrattamente di procreazione:

Ebbene, alcuni uomini non aspettano l’età matura, né la giusta fase di luna, ma vogliono riprodursi in un tempo qualsiasi, a loro capriccio. (…). E il maschio non si avvicini alla femmina, quando questa non è che una fanciulla, ma quando è una giovinetta, poiché allora sarà matura; né la tocchi da imberbe, ma solo quando avrà la barba, poiché egli allora sarà maturo per fecondare.

Madre e maestra per maschi e femmine anche sui più riposti desideri:

Così colui che asseconda sempre i suoi desideri, per libidine e per eccesso del corpo, perde il suo seme, spargendolo ogni volta che sente salire l’impeto della procreazione, e spesso muore col suo seme. Mentre chi effonde correttamente il suo seme, correttamente procrea.

Sarà necessario attendere la fine di molti altri oscuri, violenti, crudeli medioevi per capire, finalmente, l’eccezionale valore di simili lezioni accese nei monasteri di donne e volte ad assicurare un futuro migliore alla società umana. Ci sono almeno tre capitoli in Donne medievali che si distinguono per essere libri a se stanti, come si è detto. Capitoli che riguardano le storie di Radegonda, Matilde di Canossa e Christine de Pizan, “donne con una personalità così speciale da lasciare dietro di loro una nitida scia che, ripercorsa a ritroso, le porta di nuovo a noi vicine”( Frugoni). Radegonda nasce nella famiglia reale della Turingia, una regione conquistata dai Franchi nel 531 che annientano chiunque si opponga loro. Siamo in un’epoca appartenente alla tarda antichità o al primissimo medioevo, ma poco cambia stando alla realtà richiamata da Chiara Frugoni su un periodo “caratterizzato da una violenza sconvolgente e brutale, dove si susseguono assassinii, conflitti fratricidi, imboscate, torture efferate e massacri”. In un quadro storico così terribilmente tempestoso, la giovanissima turingia diviene preda di guerra e poco dopo sarà costretta a sposare Clotario I, un matrimonio subìto ma che la farà regina del regno franco di Soissons. Una donna la cui regalità le era stata concessa per aver sposato Clotario I appartenente alla dinastia merovingia. Una dinastia che, secondo alcuni storici, presentava “un quadro dì illegalità, di delitti e di assoluta incapacità assai più oscuro di qualsiasi altro regno barbarico”. A questo sistema di potere Radegonda seppe e volle sottrarsi rinunciando allo sposo e, quindi, alla corona, lei stessa imponendo il suo farsi monaca per una nuova e diversa esistenza che la resa “famosa nel suo tempo e nei secoli successivi”, essendo dotata, come scrive Frugoni, di “un’indomita personalità” al pari di Ildegarda capace di una vita fatta di ardimenti non comuni, di opere mirabili, di sbalorditivi miracoli e di terribili mortificazioni mistiche. Se non si ha presente l’allucinatoria dimensione del sovvertimento sociale, culturale, religioso, civile, che spaventosamente investì per non meno di due secoli il continente europeo dopo la caduta di Roma, non si può capire la grandezza prometeica di alcune indomite personalità che vollero rimettere a fuoco “il cannocchiale arrovesciato” (Montale) della storia. Una costellazione storica stava crollando ma di quel dramma bisognava poter salvare le conquiste di civiltà raggiunte nel passato, e nel riconoscere le componenti irrinunciabili della grande Eredità era altrettanto irrinunciabile il suscitare una nuova era, un mondo nuovo. Non si sa se Radegonda, se il vescovo e storico Gregorio di Tours suo contemporaneo, se il suo dotto amico Venanzio Fortunato, abbiano percepito qualcosa di simile a una riflessione sull’antichità paragonabile al lamento serliano, del tutto di là da venire, e divenuto basilare a partire dal XV secolo: “Roma quanta fuit ipsa ruina docet”. Vero è che della vertiginosa caduta di Roma ebbe dolorosissima e suggestiva coscienza il poeta Rutilio Namanziano, prefetto dell’Urbe nel 414 e che rimase romano fino all’ultimo, come si legge in quel capolavoro della tarda latinità che è il De reditu suo, cioè l’indimenticabile “ritorno a casa” nella Gallia Narbonense dell’ultimo grande poeta romano. Nel porsi in salvo dalle scorrerie delle bande di Goti e di Vandali e dopo essere fuggito avventurosamente da Roma, Rutilio, nel creare un’elegia della fine, vive il “rimpianto” che non sarebbe più stato postumo quando, molti secoli dopo, ebbero a riviverlo sapienti e artisti legati al primato della “rinascita” lodato da Petrarca in poi. In fondo, la generazione dei nonni di Radegonda o di Venanzio era la stessa di quella del poeta e prefetto dell’Urbe Rutilio inorridito dalla rovina di un intero universo, in dissoluzione attorno a chi per più di un millennio aveva creduto nell’eternità di Roma.

Rutilio:

Non possono più riconoscersi i monumenti dell’epoca passata: bastioni immensi ha consunto il tempo vorace; crollate le mura, rimangono solo tracce: giacciono le case, sepolte in ampie rovine. Non ci indignamo del fatto che i corpi mortali si dissolvono: vediamo dagli esempi che anche le città possono morire.

Il romano nel suo ritorno a casa piange, e piangendo vede, senza poter capire però, che ciò che osserva sugli scogli e nelle grotte di un’isola che in lui causa disgusto, incredibilmente rappresenta, invece, il punto di ripartenza di una nuova storia, che proprio nella sua Roma sarà trapiantata.

Ancora Rutilio:

Con l’avanzare in mare già si profila la Capraia; l’isola si presenta squallida, piena di uomini che fuggono la luce. Con termine greco essi, da sé, si denominano monaci, perchè vogliono vivere soli, senza testimone alcuno. Hanno paura dei doni della fortuna, temendone i colpi: chi mai si renderebbe volontariamente infelice, per poter non essere infelice?

Le imprevedibili ma costanti coincidenze della storia: dopo la tragedia della caduta di Roma vissuta e raccontata da Rutilio, e che nello scrivere fa capire di conoscere bene e di amare Virgilio, Cicerone, Seneca, eccetera, l’ex prefetto dell’Urbe sceglie di concludere la sua vita lì dove era nato, in Gallia; la stessa meta, circa un secolo più tardi, di un altro poeta: un raffinato cantore protomedievale dell’estrema latinità, quel Venanzio Fortunato, nato cristiano a Valdobbiadene, ieri come oggi terra del vino, e che comporrà epitalami nella Gallia dei merovingi facendovi un’accorta, ottima carriera ecclesiastica, e che per noi vale in quanto il bon vivant e biografo, seppure assai “parziale” e reticente, devoto alla nostra Radegonda. Che per fortuna ebbe un’altra biografa, la monaca Baudonivia.

Frugoni:

Radegonda ebbe una vita colma di avversità, ma, dotata di una personalità straordinaria, pur di profonda fede, non mise mai a tacere l’interesse per chi viveva oltre le mura del monastero; ci viene incontro palpitante di emozioni, di ansie, di progetti, di iniziative, anche se quasi un millennio e mezzo ci separa da lei, così vicina a noi per la indipendenza delle sue scelte. Fu una donna indomita e di grande autonomia mentale: in un periodo storico in cui la condizione femminile era soggetta a tanti condizionamenti, riuscì a esercitare una funzione sociale, politica e perfino culturale.

Per Matilde di Canossa si potrebbe ritornare, in parte, su quanto appena detto per Radegonda: “non mise mai a tacere l’interesse per chi viveva oltre le mura” del castello di Canossa, o delle terre comprese tra le rive del Po e l’Arno, sempre pronta a levare il proprio sguardo politico molto al di là dei suoi domini tosco-emiliani di frontiera, sia verso la città di san Pietro, sia più a nord verso le città e i paesaggi imperiali della Germania e della Lorena. Sua madre, Beatrice di Lorena, consapevole di dover mostrare forza e grazia regali e “vista” acuta, la educò in tal senso, consigliandole antiche verità da cui Matilde trasse la sua linea di governo basata sull’idea “che debole e fragile è il regno che possiede una sola lingua e un’unica costumanza”. Infatti, Matilde “parlava la garrula lingua dei Franchi, appresa in Lorena, e conosceva bene il linguaggio dei Teutoni , oltre al latino e al volgare italiano” (Frugoni). Una formazione culturale questa che introduceva a scelte di campo, sul piano politico e ideologico, orientate su orizzonti europei, implicazioni e pretese imperiali, visioni diverse ma fiorenti in un respiro multiculturale. Il tutto sviluppatosi su relazioni e contrasti d’ambito familiare tra dinastie regnanti, il che dette inedito spazio all’insolito e quasi impossibile “esperimento” voluto da due ammirabili donne, dapprima Beatrice e poi sua figlia Matilde, abili nel custodire e rafforzare in ogni modo il carattere di radicamento della dominazione canossana. Un’infrangibile volontà a tutela di diritti ereditari su città, villaggi, montagne, foreste, strade e sentieri per pellegrini ed eserciti; in sintesi, una rete feudale di diritti che aveva per emblema il godere di un Castello divenuto il passaggio obbligato, nella sua strategica rilevanza, per l’unità cristiana e dell’Impero e per alcuni grandi protagonisti della riforma spirituale della Chiesa medievale. 

Enrico IV chiede aiuto a Ugo di Cluny e Matilde di Canossa, Città del Vaticano, 1111-15

Chiara Frugoni, quando scrisse Una lontana città, passò dalle parti di Canossa con l’avvicinarsi alla vita di Matilde scritta dal monaco Donizone e alla sua “disputa” tra le città di Mantova e di Canossa, entrambe pretendenti nel decidere a chi toccasse “la lode maggiore” di ricevere il corpo del potente e ricchissimo marchese Bonifacio padre della mitica contessa. È noto che Matilde si dedicò alla cura della memoria e delle tombe dei suoi più diretti familiari e antenati e lo fece “come la migliore delle madri”. L’altercatio fra le due città è vinta da Canossa cui vengono consegnate “le spoglie dei membri della grande famiglia”.

Frugoni:

Nel poema, scritto per compiacere Matilde nel glorioso passato familiare, si è operata una trasposizone involontariamente audace con l’avere promosso i resti corporei che in sé nulla hanno di religioso ad una sfera sacra: questo è il nuovo sentimento con cui si rappresenta e si sente la città.

Di qui fino ai giorni dell’inverno del 1077 con le pianure e i fiumi ghiacciati, mentre su Canossa città-castello-valico rifluisce la matildica necessità reciproca sia di Gregorio VII papa che di Enrico IV imperatore di trovare, in quel luogo canossano, il “successo” dell’espiazione imperiale nelle notti del terribile gelo appenninico, però già nell’attesa di confondersi e riscaldarsi in ginocchio per il perdono e per la pace davanti a Ugo abate di Cluny e a Matilde cugina di Enrico. La donna, cui le cronache medievali attribuirono lodi quali “sapientissima”, “illuminata”, dalla “grande prudenza”, non mancò di essere celebrata anche attraverso immagini, tra le quali la più nota è la miniatura che ce la fa vedere durante il colloquio di mediazione con l’abate e l’imperatore.

Scrive Frugoni:

La mediazione fu l’avvenimento che legò più di ogni altro evento il nome di Matilde alla storia e forse, almeno in quei giorni febbrili , la giovane donna provata per la perdita della madre, fu felice.

Impossibile comunque dire di Matilde senza quell’immagine, paradigma di un romanzo dinastico su scala europea e di un tempo in cui l’orgoglio di una donna, nel saper essere libera e potente, non conobbe alcuna scadenza. Verità dell’immagine e valore delle parole a commento dell’immagine: “Rex rogat abbatem, Mathildim supplicat atque (il re invoca l’aiuto dell’abate e nello stesso tempo supplica Matilde)”. Se del Castello di Canossa restano alcune rovine, non così per il Duomo di Modena di cui la contessa fu “generosa mecenate” nel rinnovare un monumento disseminato di storia e di emozioni d’arte memorabili per architettura e scultura di un Medioevo da cui spirano pensieri e bellezza. Il capitolo matildico può concludersi così, se si sa che si è fatto cenno solo a poco cose di una storia infinita:

Matilde dedicò gli ultimi anni della vita a soccorrere non più la Chiesa ma singole chiese e monasteri con cospicue elargizioni e a concorrere alla loro fondazione e costruzione… Matilde fu una donna ardita, appassionatamente devota alla causa delle Chiesa, alla quale sacrificò ogni altro interesse, potente e sola, un destino subìto e voluto. 

Il gran libro sulle donne che ribaltarono il Medioevo degli uomini si conclude su di una ripugnante fandonia sessista, ovvero sulle secolari e grottesche fake news riguardanti la cosiddetta papessa Giovanna, ma se ne va, il libro frugoniano, in gloria con l’impetuosa energia umana resa straordinariamente affascinante dalla genialità letteraria cresciuta in Christine de Pizan, cui si aggiunge il consapevole agire di una Penelope dell’azienda di famiglia, ma autosciente di esserlo nel suo conservare la duttile caparbietà nel diventare “altra” rispetto al marito, quale fu Margherita Datini. La papessa Giovanna:

In realtà non è mai esistita, ma dal 1250 fino al 1550, dunque per tre secoli… tutti coloro che hanno narrato la vicenda, spesso uomini di Chiesa molto vicini al papato, hanno creduto e fatto credere a una storia che sembrava compromettere la reputazione della Chiesa stessa. Una donna, travestita da uomo, avrebbe occupato il soglio pontificio. Sarebbe stata scoperta perché colta dai dolori del parto…

E Chiara Frugoni prosegue dando infine significato all’invenzione di una figura femminile che fu persistente traccia “di una ossessione maschile: la paura che la donna potesse esercitare delle prerogative maschili, la paura di un corpo di donna di cui si teme la perversa seduzione”. 

Finalmente Christine de Pizan, una donna che l’Unione Europea e il suo Parlameno dovrebbero onorare una volta venuti a conoscenza di quale fu la sua vita , delle idee e dei principi morali per cui si batté, delle ingegnosissime e splendide opere che scrisse e pubblicò, del modello di produttività intellettuale che interpretò inventandolo da zero, per la forma e la qualità di una vita affrontata e risolta tra il sentimento, la ragione e il rigore di una umanistica sapienza, tutto ciò pone Christine de Pizan tra le radici profonde di ogni nostra progressiva comunanza. Non si può scrivere di storia senza saper narrare. Di conseguenza il capitolo 5 si apre in siffatto modo:

Tommaso di Benvenuto aveva delle proprietà nel territorio di Pizzano (oggi piccola frazione nel comune di Monterenzio nel Bolognese); studiò medicina a Bologna dove insegnò astrologia fra il 1344 e il 1356, e poi si spostò a Venezia. Qui lo raggiunse un condiscepolo, Tommaso Mondini di Forlì, e Tommaso ebbe così modo di conoscere sua figlia e di sposarla.

Da Chiara Frugoni alla stessa Christine che scrisse:

Nacqui da nobili genitori, in Italia nella città di Venezia, nella quale mio padre nativo di Bologna la Grassa ove io fui poi allevata, andò a sposare mia madre, che vi era nata (…). Mio padre ebbe l’apprezzamento dei Veneziani e per il valore e l’autorità della sua scienza fu tenuto in conto di consigliere stipendiato della suddetta città dove io nacqui.

Nell’organizzare il proprio “sistema” di lavoro e di relazioni pubbliche, Christine non perse mai di vista la risorsa rappresentata dalle biblioteche a partire dal suo trarre “profitto dai manoscritti della biblioteca di casa del colto padre”.

Frugoni:

Tuttavia, insieme al padre, (…) poté frequentare la grande Biblioteca Reale del Louvre a cui il colto re Carlo V stava dando grande impulso e del quale , divenuta autrice e biografa, tessé le lodi, fondandone il mito.

Ed è la biografa reale a ricordare:

Che dire di più della saggezza del re Carlo e del suo grande amore per lo studio e la scienza; che fosse così, ben lo dimostrava la bella collezione di libri importanti e la bella biblioteca, dove aveva i principali volumi, scritti dai massimi autori, di religione, di teologia, di filosofia e di tutte le scienze, molto ben eseguiti e riccamente miniati. I migliori copisti che si potevano trovare erano di continuo occupati per lui in tale opera.

Sta dicendo del re ma in quel che dice lei si identifica totalmente: è il suo autoritratto. Sopra si è accennato al modello di produttività intellettuale che la De Pizan interpretò inventandolo da zero, ma lo spiega in dettaglio Chiara Frugoni:

Da imprenditrice e copista, in “Le livre de l’advision” Cristine valutò la propria produzione letteraria non in titoli ma in quantità di volumi, di fogli e di quaderni riempiti: “Dal 1399 quando cominciai a scrivere e fino al 1405 (ma ancora non mi fermo), ho portato a termine quindici volumi principali senza contare gli altri di piccola entità, i quali tutti insieme sono formati da circa settanta quaderni di grande formato”. Si tratta di più di ottocento fogli riempiti recto e verso, quindi Christine in sette anni produsse più di duecento pagine manoscritte all’anno. Componeva davvero velocemente.

Almeno trent’anni prima di Gutenberg e del suo stampare a caratteri mobili, questa donna scrive e crea volumi manoscritti non essendo da meno della produttività delle future tipografie cinquecentesche. Scrittrice ed editrice, però di manoscritti e miniature con la coscienza, estremamente in anticipo sui tempi, del suo ruolo di intellettuale indipendente, di scrittrice per se stessa e per gli altri. A dimostrazione l’incredibile miniatura fatta per il manoscritto Le livre de la mutacion de fortune:

Christine stessa si è fatta ritrarre mentre ammira gli affreschi corredati da didascalie… affreschi che devono rappresentare tutta la storia dell’umanità così come narrata nelle cronache. Che l’autrice sia entrata all’interno dell’immagine da lei stessa ideata sottolinea il desiderio di Christine di essere ammirata per la capacità di scrittrice ma anche per la fervida immaginazione visiva, sostenuta dalla sua cultura in campo artistico.

Ma la consapevolezza dichiarata ed esibita del proprio talento che viene apprezzato e riconosciuto, non è cosa già rinascimentale?

Scrive per l’appunto Chiara Frugoni:

Notiamo la precocità di questo apprezzamento poiché nel Medioevo il ritratto fisiognomico era del tutto sconosciuto in quanto non ricercato né voluto. E qui Christine introduce un ricordo personale, perché ci tiene a fare conoscere la propria qualità di intenditrice di opere d’arte: “Io stessa conosco una donna che si chiama Anastasia, espertissima nell’eseguire miniature e sfondi nei libri: non c’è artista in tutta Parigi, dove vi sono i migliori del mondo, che la superi, né che esegua così delicatamente motivi floreali e miniature come lei, e il suo lavoro è così stimato che le si affidano le rifiniture delle opere più ricche e più lussuose. Lo so per esperienza, perché lei ha dipinto per me alcune miniature ritenute uniche tra quelle degli altri grandi artisti”.

Ha imparato a comunicare se stessa eccome, e lo ha imparato dopo le umiliazioni e i sacrifici che ha dovuto superare per la perdita del padre e dell’amatissimo marito, uomini certo non trascurati dai favori reali. Desidera essere vista per quello che è diventata grazie al suo genio, ed è così che la vediamo nelle miniature dei suoi manoscritti. Sempre “con il suo inconfondibile abito blu e il semplice velo svolazzante bianco”. Vestita di blu, che lei reputa essere il colore della giusta divisa di una “intellettuale affidabile e scrupolosa”, ed è in blu quando presenta le sue opere alla regina Isabella di Baviera o mentre scrive sul tavolo da lavoro o se spiega i suoi scritti ad alcuni dignitari o quando educa, volume alla mano, suo figlio. Nata bene conosce la felicità nel legame con il padre e nell’amore per il marito. D’improvviso la Fortuna si volge altrove.

Frugoni:

Per Christine, vedova a venticinque anni, iniziò un periodo tristissimo. Si trovò sola e povera, con tre figli piccoli, la madre e una nipote a carico – tre volte doppia come si descrisse –, a doversi destreggiare fra complicati atti giudiziari e processi per i quali non aveva alcuna preparazione.

Una donna distrutta in attesa delle udienze nella Camera dei conti:

Quante volte errai senza meta passando le mattinate in quel palazzo, morendo di freddo, in cerca dei miei avvocati e procuratori per ricordare loro di sollecitare la mia causa.

O non è forse precocissimo dal punto di vista letterario questo immettere nei suoi scritti i momenti più personali, più intimi, più insopportabili a volte, tanto più se c’è da riprendersi la vita ogni giorno? Simili pensieri che riguardano se stessi e ciò che ci circonda, simili indagini interiori, simili riflessioni sulle esperienze vissute, troveranno il loro successo molto dopo, tre secoli più tardi, con gli scrittori e le scrittrici che resero imperdibile la grande letteratura dei cosiddetti romanzi di formazione. Ma ciò che la rende immortale è il suo Città delle Dame dove “fece un resoconto crudo e realistico dell’infelicità di tante donne maltrattate” (Frugoni).

Christine:

Dio! Quante botte senza cause né ragione, quante infamie, oltraggi, offese, servitù e ingiurie devono sopportare tante nobili e oneste donne, senza che nessuna di loro protesti. E quante sono quelle che , con tanti figli, muoiono di fame e di miseria, mentre i loro mariti stanno in luoghi dissoluti o se la spassano in città nelle taverne, per di più, quando i mariti rientrano, picchiano le povere donne, ed è tutto quello che ricevono per cena.

Prima del libro suo più famoso ci fu un altro passaggio assai determinante e che avvenne quando il principe Filippo l’Ardito le commissionò un trattato che onorasse la memoria di suo fratello, il re Carlo. Un compito che la inorgoglì e commosse “dal momento che nella mia giovinezza e nella mia infanzia insieme ai miei genitori fummo nutriti del pane offertoci dal re”. Naturalmente è Chiara Frugoni a restituirci il valore storico dell’evento:

Quell’incarico fu decisivo per la carriera di Christine nel mondo delle lettere, perché le fu riconosciuta la qualità di autore politico. Anzi, diciamo meglio: era la prima donna a scrivere di storia e di politica, circostanza eccezionale, tanto più se si pensa che erano passati solo pochi anni da quando aveva cominciato a comporre ballate!

Innumerevoli le eccellenze nelle pagine della scrittrice, per esempio quando loda la civiltà e il progresso,

ai quali diedero importante impulso le donne, in particolare Cerere, che insegnò agli uomini ad arare e a seminare la terra: una donna e non una dea per Christine, la quale, nella determinazione degli uomini a trasformare personaggi femminili in divinità, vede il rifiuto di riconoscere a donne realmente vissute bravura e talento (Frugoni).

Non c’è dubbio, le donne vissute nel Paleolitico avrebbero dato ragione a Christine, perché furono loro e non Cerere a capire a cosa servissero le erbe e le piante sparse in ogni luogo. Che s’intende dire? Che da più di vent’anni, a seguito di ricerche e scoperte dovute ad archeologhe e studiose di preistoria tra la Toscana e la Puglia, sappiamo che la prima farina fu immaginata, ottenuta, lavorata e mangiata da esseri umani trentamila anni or sono, nel Paleolitico. A maggior gloria di Christine de Pizan, le scienziate e le studiose, che hanno riscritto la storia dell’evoluzione umana nell’area mediterranea, hanno “messo in evidenza l’importanza della raccolta, attività tradizionalmente svolta dalle donne e quindi degli alimenti vegetali nella dieta umana già nel Paleolitico”.

 Le tre Virtù aiutano Christine a costruire la Città delle Dame, Londra, 1410-14 

Nel tentativo di riassumere il molto contenuto nel capitolo pizaniano conviene rifarsi a Chiara Frugoni:

Christine, che colloquia alla pari con Dio come fosse uno degli autori con cui in passato si era misurata, non desidera diventare un uomo per possedere virtù e qualità che ritiene di non possedere, non c’è affatto una freudiana “invidia del pene” ma, come almeno in apparenza sostiene, si dispiace di non poter servire Dio come invece possono fare gli uomini, esseri perfetti e senza vizi.

Nello scrivere Le livre de la Cité des Dames De Pizan non evita, né potrebbe farlo, “il suo tagliente sarcasmo” (Frugoni), che però diventa rabbia e indignazione in diversi passaggi della Città delle dame. Dopo aver evocato il suicidio di Lucrezia leggiamo, al contempo, Chiara Frugoni e Christine de Pizan:

La storia è raccontata per opporsi a chi sostiene che le donne traggano piacere nell’essere violentate: “Mi irrita e mi rende triste – spiega l’autrice – che gli uomini dicano che le donne vogliono essere stuprate e che a loro non dispiace essere violentate, anche quando si ribellano e urlano; non riesco a credere che possano gradire una così grave villania“, un’affermazione che purtroppo possiamo aggiornare al nostro tempo.

Ad aiutare la scrittrice nel fondare la Città l’apparizione di tre Virtù: Ragione, Rettitudine e Giustizia, che dimostreranno quanto fossero lontane dal vero le affermazioni misogine maschili e, dopo averle demolite , aiuteranno Christine a costruire una città fortificata, abitata soltanto da donne illustri. “Se è Ragione che ‘si incarica di portare via’ le sporche pietre nere e grossolane“, cioè le accuse più rozze e insensate formulate dalla parte maschile” (Frugoni), sarà la Rettitudine a sollecitare la muratrice: “Mescola la malta del tuo calamaio e costruisci con la forza della tua penna, perché ti fornirò abbastanza materiale”. Non si può certo dire che la nostra gran dama non conoscesse l’arte di scrivere e di illustrare le cose della politica, e nemmeno si può ignorare che Christine de Pizan altro non sia stata che una luminosa, generosissima, formidabile militante intellettuale a noi contemporanea. 

Scrivendo da Venezia doveroso far sapere che l’Università di Ca’ Foscari ha previsto che si tenga una Conferenza annuale su Christine de Pizan perché

è la scrittrice e filosofa medievale – nata proprio a Venezia, anche se cresciuta a Parigi – che ha saputo guardare con sguardo nuovo e vitale la tradizione filosofica (e poetica) dei suoi tempi, facendo della filosofia e della scrittura gli strumenti per immaginare e realizzare una nuova società.

Margherita Datini, sesto e ultimo capitolo, va ricordata per aver compiuto alcune “normali” imprese per nulla facili da ottenere e soprattutto da accettare e da sopportare. Lo seppe fare però, affrontando inspiegabili prepotenze e notevoli difficoltà, ma dandosi anche obiettivi che Margherita seppe realizzare e che rivelarono in lei

una donna molto intelligente, dotata di integrità morale, di solido buon senso e di ottime qualità organizzative, venendo incontro alle attese di Francesco Datini, che tuttavia sottostimò il fatto che proprio queste doti non configuravano la moglie rispettosa, obbediente e malleabile che avrebbe desiderato in risposta alle esigenze del proprio carattere, autoritario e irascibile (Frugoni).

Il Datini marito, nato a Prato circa nel 1335, tenendo al centro delle sue attività imprenditoriali l’industria della lana e le attività finanziarie e bancarie, seppe muoversi su mercati e commerci senza molti scrupoli, “comprando e vendendo di tutto”, dal vino e dal sale agli schiavi, dalle armi alle stoffe, e questo in vari porti e scali del Mediterraneo. Capitalista accorto e prudente, meticoloso nel sommare un archivio di 140 mila lettere, instancabile nel lavoro, nei viaggi, ma di certo non una specie di odioso Scrooge, dato che “ebbe una grande sensibilità per gli oggetti artistici e per i manoscritti, che acquistò e vendette contribuendo alla diffusione della cultura” (Frugoni). Chissà di quali vizi e virtù del Datini s’innamorò Margherita che con la madre e i fratelli, lei la più piccola di sei, si trovava ad Avignone avendovi trovato asilo“ dopo che il capofamiglia Domenico Bandini ebbe tagliata la testa per ragioni politiche il 30 dicembre del 1360 e tutti i beni della famiglia furono confiscati” (Frugoni). Per nulla trascurabile il particolare rappresentato dalla madre di Margherita, Dianora Gherardini, dunque appartenente alla nobilissima e politicamente irrequieta famiglia toscana dei Gherardini guelfi bianchi, una cui discendente fu Lisa Gherardini, Lisa come Monna Lisa, moglie di messere del Giocondo eccetera. Questo poco importa, importa invece sapere che il padre di Margherita dovette essere uomo politicamente impegnato, importa sapere che i Bandini-Gherardini non erano gente nuova, non erano mercanti fattisi ricchi “partendo quasi del nulla”, erano famiglie precedute da storie e poteri antichi. Qui le ragioni che portarono il quarantenne Francesco Datini a celebrare “il matrimonio con la sedicenne Margherita, concluso con un grande banchetto”? Quella compiuta dall’arrembante con giudizio Datini, scrive Chiara Frugoni “fu una scelta oculata e disinteressata da punto di vista economico perché la sposa, a causa delle precarie condizioni finanziarie della famiglia, portò in dote solo giovinezza e molte qualità, oltre alla speranza di una prole numerosa”. Prole che non venne se stiamo a Margherita, ma che Francesco ebbe da altre donne, tra queste alcune schiave, in particolare una di nome Lucia, che lo rese padre di una bambina, Ginevra. Il problema del figlio che non ebbe causò a Margherita un dolore profondo, che nel sentirsi donna

in colpa per la sua infertilità, fu portata a essere sempre sulla difensiva e spinta, per equilibrare la sua grave imperfezione di sposa, a dare al marito sempre il meglio di sé come efficientissima padrona di casa e governatrice dell’azienda domestica in un viavai continuo di contadini, operai e muratori (Frugoni).

Margherita imparò a essere amministratrice di un’azienda di dimensioni rilevanti, imparò a leggere e a scrivere così da poter seguire in autonomia affari e lavori secondo i criteri giudicati corretti dal marito, e imparò anche a essere madre da quando “in casa era venuta ad abitare Ginevra e Margherita le si affezionò molto”. Madre in tutto, nel vestire la bambina, nel farle trovare i cibi che le piacciono, nel preoccuparsi se cade e si fa male o se ha il mal di gola. Dimostra un sincero amore materno per Ginevra e scrive al marito “della Ginevra non ti dare manichonia”. La grande normalità di una donna forte e normale nel senso vero della parola. Ben lo sapeva il marito e con lui lo sappiamo anche noi leggendo Chiara Frugoni:

Nonostante i tanti rimbrotti e le critiche, Francesco Datini era molto legato a Margherita, e lo scrisse una volta da Pisa, non direttamente all’interessata ma, scontroso e riservato com’era all’amico e socio Monte Angiolini, in una lettera del 13 marzo 1385 (…). Ma lasciamo parlare Francesco che trova una espressione molto bella per dire il suo legame: “Dite a Margherita che, nonostante ella sia come sia e parli chi vuole parlare, io non ho intenzione né di andare né di restare in nessun luogo, dove ella non sia con me; e, parli chi vuole parlare, non mi sembra di essere uomo senza di lei“. 

Se conosci l’umanità femminile. Donne medievali di Chiara Frugoni ultima modifica: 2022-02-03T18:04:44+01:00 da FRANCO MIRACCO
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