Il papa che vive con noi

La Chiesa di Bergoglio è nel mondo e Francesco dialoga con il mondo. Questo dialogo, questo incontro con il mondo reale, quello che esiste, cioè con noi, non con l’apparato di partito, cioè con l’apparato ecclesiale, ci porta alla natura della sua Chiesa: la sua è una Chiesa sinodale.
RICCARDO CRISTIANO
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L’intervista concessa da Francesco a Fabio Fazio evidenzia una novità che come spesso accade è stata spiegata da padre Antonio Spadaro, il direttore de La Civiltà Cattolica che offre spesso e volentieri la chiave interpretativa più profonda e interessante del pontificato: “Papa Francesco considera il dialogo con giornali e televisioni non una concessione, ma parte integrante del suo ministero pastorale: questa è una vera novità”. Che Spadaro colga un punto appare evidente, e che sia una novità pure. La Chiesa di Bergoglio è nel mondo e il papa dialoga con il mondo. Questo dialogo, questo incontro con il mondo reale, quello che esiste, cioè con noi, non con l’apparato di partito, cioè con l’apparato ecclesiale, ci porta alla natura della sua Chiesa: la sua è una Chiesa sinodale. Cosa vuol dire? Vuol dire che i suoi membri camminano insieme: camminano insieme tra di loro e poi, ovviamente, con il resto della società.

Una Chiesa sinodale, cioè una Chiesa costituita dai battezzati, da tutti i battezzati, archivia l’idea di “ala marciante della cattolicità”, molto simile all’ala marciante del proletariato. La Chiesa “ala marciante della cattolicità” è la Chiesa clericale, quella in cui i consacrati sono i padroni di casa, gli altri, i laici, seguono ed eseguono. Questa Chiesa clericale si vede benissimo nel vecchio rito. Il sacerdote volgeva le spalle ai fedeli, celebrava lui il rito, indicava lui la retta via, quella che viene dalla Verità, che solo lui conosce e indica. Nella Chiesa sinodale, come nel nuovo rito, si celebra insieme. Non c’è solo il ministero sacerdotale, tutti i fedeli hanno un ministero, la Chiesa è tutta ministeriale. C’è il ministero del lettore, che è un laico o una laica, c’è il ministero degli aiutanti, uomini e donne, che cooperano nella distribuzione delle ostie e nella raccolta delle offerte, e poi ci sono altri ministeri. Presto, è l’auspicio di molti, tornerà, come era alle origini, anche il ministero del diaconato femminile. Questa Chiesa è la Chiesa del Popolo di Dio. Popolo di Dio in cammino. In cammino vuol dire che vive qui, su questa terra, in questo mondo, che capisce e condivide con chi non appartiene alla Chiesa. Dialogando. Convivendo. Dunque la Chiesa non è giudice eterno, al di fuori e al di là della storia. 

Calata in questo mondo la Chiesa sinodale sceglie ogni giorno, tutta insieme, come rendere vivo il vangelo, come rendere carne il corpo di Cristo. Non segue un’ideologia eterna e immodificabile, ma un incontro quotidiano, continuo. I tempi cambiano, e i cristiani, fedeli al vangelo, cambiano con essi. Non c’è un politburo che gli dice come cambiare. 

Indubbiamente questo corpo non ha solo carne, ha anche uno scheletro. Questo scheletro è la sua ossatura. La gerarchia. La Chiesa sinodale non elimina le ossa. Questo no, ma sa che senza muscoli le ossa non vanno da nessuna parte. 

Per capire il rapporto di questa Chiesa sinodale con la società in cui e con cui vive, nella visione di Francesco, bisogna rinunciare all’idea di “cristianità”, di società perfetta. Non vuole indottrinare, nella sua perfezione assoluta, il resto della società. Piuttosto, come recita la celebre frase di Ignazio di Loyola, continua a “cercare e trovare Dio in tutte le cose”. Questa ricerca la porta ovunque, in tutti gli ambienti, non solo in quelli che hanno il pagamento dei bollini annuali di sostentamento della stampa cattolica in regola. Quindi si rivolge a tutti, non sta chiusa nella sua assoluta Verità comunicando solo con chi la possiede e la segue. La sua parola d’ordine è che Dio perdona, non condanna, e perdona chiunque chiede perdono. Il perdono, ha detto Francesco, è un diritto umano!

Questa Chiesa sinodale, fraterna e non clericale al proprio interno, è fraterna anche al proprio esterno, con gli altri. Il papa della fratellanza non va a imporre la fede, ma a parlare con gli spettatori e le spettatrici di un talk show che possono essere credenti o non credenti, laici o consacrati, ricchi o poveri, di destra o di sinistra. Entra in punta di piedi nelle loro case, non fa una lezione di teologia, piuttosto gli parla di canzoni, di quando era bambino e voleva diventare un macellaio come quel macellaio che vedeva con tanti soldi nella tasca anteriore del grembiule. Non parla di San Tommaso, ma vede i lager per migranti in Libia e ci chiede: “lo sapevate?” “Vi sembra normale”? Così la sera, all’ora di cena, ci chiede solo di pensare insieme a questo nostro mondo dove viviamo insieme tra guerre, rapine, devastazioni ambientali, complicità. Questo colloquio senza rete e senza cattedre, ci fa sentire la sua fede un compagno di viaggio: abbiamo davvero scelto la scristianizzazione? Abbiamo davvero scelto di non dirci più cristiani? E perché lo avremmo fatto? Perché qualcuno ci voleva far credere che il cristianesimo fosse una forma bigotta? Essere sempre e comunque d’accordo col prete? Il Gesù di Francesco, come quello di cui parlò anni fa Enzo Bianchi, sembra invece un Gesù vestito con indosso un paio di jeans e che ci parla seduto su un muretto, qui, sotto casa. 

Allora Benedetto Croce poteva avere ragione a dire che “non possiamo non dirci cristiani”… Pensarci mentre il papa parlava di migranti e di lager, di archiviare il clericalismo e di Verbo “che si è fatto carne” e quindi richiede il tatto per capire la realtà, non astrazioni, aiuta a capire perché il papa abbia citato Dostoevskij e non Ildebranda di Bingen. Perché se ha un suo linguaggio, una sua cultura, ha anche un linguaggio comune con il nostro, può parlare come noi. La novità del cristianesimo, diceva Croce, sta dentro di noi, non nelle verità eterne delle ali marcianti. Scriveva Benedetto Croce che il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia compiuta, “la sua legge attinse unicamente dalla voce interiore” e “la coscienza morale, all’apparire del cristianesimo, si avvivò, esultò e si travagliò in modi nuovi”. Questa rivoluzione è la fratellanza di cui Francesco ci ha parlato semplicemente, mentre comodamente seduti a casa aspettavamo l’ora di andarci a coricare cercando un po’ di svago e trovando il modo di chiederci se davvero abbiamo scelto di dirci scristianizzati.

Qualcuno, un po’ ingenuamente, ha detto che non si è parlato di Ior, di pedofilia. È come dire che per valutare il mondo dopo l’Illuminismo non si possa tacere della P2. Se Fazio ha dimostrato qualche limite l’ho trovato nell’eccesso di formalismo, proprio quello che Francesco non ama nella sua Chiesa, credo anche fuori. Ma questi sono dettagli. Solo soffermarcisi rende più complesso capire che questa davvero è una Chiesa in uscita! Il papa va dove di lì a breve ci sarebbe stata Luciana Litizzetto perché parla con noi, vive come noi, ama l’umorismo, non tiene il broncio, è uno di noi, che ci parla di una rivoluzione che abbiamo dimenticato ma che è ancora dentro di noi. Non parla in latino, non vive nel chiuso delle sua torre eburnea. Vive con noi e vuole dialogare con noi. Questa è la rivoluzione di Jorge Mario Bergoglio.

Il papa che vive con noi ultima modifica: 2022-02-07T15:33:02+01:00 da RICCARDO CRISTIANO
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