L’Arsenale e la modernità della Serenissima

GIOVANNI LEONE
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Dalla Repubblica Serenissima abbiamo sempre molto da imparare, diversamente da oggi a quel tempo si sono fatte scelte lungimiranti di grande attualità, basti pensare alla soluzione per l’emergenza idrica risolta costellando la città di vere da pozzo e cisterne dove si raccoglieva l’acqua. E l’Arsenale?

L’Arsenale di Venezia occupa un’estesa porzione della superficie di una città sostanzialmente satura di cui era il cuore pulsante: una risorsa importante e insostituibile, circa 48 ettari, tra spazi coperti, scoperti, con i grandi campi d’acqua dei bacini. Molto più che un grande cantiere nautico, era centro avanzato di ricerca applicata all’avanguardia della scienza e della tecnica del proprio tempo dove si realizzavano in serie prodotti artigiani di altissima eccellenza. Il nome viene da daras-sina’ah che in arabo vuol dire “casa d’industria” e in veneziano diventa darzanà, poi arzanà (com’è citato da Dante nell’Inferno), quindi arzanàl, arsenàl e infine arsenale. Si trattava di un vero e proprio complesso “industriale” con modalità artigianali, con alte mura a proteggere i segreti della marineria veneziana a cui la serenissima deve la supremazia per mare. 

Il futuro dell’Arzanà è il futuro della città di Giovanni Leone
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L’Arsenale e la modernità della Serenissima di Giovanni Leone
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Era un distretto produttivo integrato di straordinaria modernità, con maestranze altamente specializzate che realizzavano tutte le componenti delle imbarcazioni, dal cordame agli scafi, dagli alberi ai remi. Vi lavoravano una media di duemila arsenalotti, con picchi che arrivavano a cinquemila unità quando gli abitanti erano centomila, quindi il cinque per cento della popolazione. Il modello produttivo, improntato alla razionalità e al buon senso tipico della cultura artigianale, sembra anticipare quello toyotista sviluppato durante la Seconda guerra mondiale nelle fabbriche della Toyota dal giovane ingegnere Taiichi Ohno, basato su: massimo utilizzo e valorizzazione delle risorse disponibili per incrementare la produttività in fabbrica; eliminazione degli stock e delle giacenze di materia prima e lavorata in fabbrica, per un sistema di governo del flusso logistico che produce solo quando serve in rapporto alla domanda, permettendo così di ridurre drasticamente lo stazionamento del materiale fermo in attesa di essere lavorato. Il successo di questo modello di impresa e della nuova organizzazione imprenditoriale giapponese è testimoniato dalla crescita e dallo sviluppo dell’economia giapponese, dove gli standard di “qualità” sono d’importanza cardinale, proprio com’era all’Arsenale.

Il Canaletto, Arsenale, University of Liverpool

Durante la visita di Enrico III di Francia nel 1574, per dimostrargli l’abilità tecnica in campo nautico, venne realizzata in sole 24 ore una galea, imbarcazione versatile, veloce e maneggevole, spinta da vele o a remi, che aveva fatto conquistare alla Serenissima prestigio e potere con i successi nella navigazione commerciale e nell’azione di contrasto all’impero Ottomano. 

Ospitava un processo scientifico di ricerca empirica e arte applicata in un distretto produttivo che accorpava scienza e tecnica, all’interno di una sequenza produttiva in spazi specializzati. È una forma alta, superiore alla semplice catena di montaggio “meccanica”, perché capace di razionalizzare la produzione ottenendo un incremento massimo di produttività e al tempo stesso di conciliare la specializzazione con l’altissima qualità di una produzione d’arte artigiana di eccellenza, espressione di una ricerca scientifica e tecnica all’avanguardia. L’arsenale non è novità ma convergenza ed esaltazione di tradizione e innovazione.

L’esperienza costruttiva, sintesi tecnologica di scienza e tecnica, produce qui un know-how all’avanguardia con innovazioni che non si limitavano alla nautica ma si estendevano all’architettura. A quel sapere tecnico si devono infatti soluzioni costruttive stupefacenti per l’epoca, come le struttura di sostegno dei soffitti di Palazzo Ducale a Venezia (un palazzo in forma di città con saloni grandi come piazze), o i tetti di edifici monumentali come i Palazzi della Ragione di Padova e Vicenza (che sono vere e proprie carene navali rovesciate).

Il Canaletto, Il ponte dell’arsenale, collezione privata Woburn Abbey. Disegno a matita rossa, poi ripassato a penna. Si vede il ponte levatoio in legno del Paradiso, coi tiranti per sollevarlo. Sullo sfondo, a sinistra, il campanile di San Francesco della Vigna.

Il compendio dell’Arsenale resta sotto la giurisdizione militare fino al 2013 quando lo Stato lo restituisce alla città. La superficie di competenza della Marina italiana viene ridotta al quaranta per cento, utilizzata ancora oggi per proprie attività istituzionali, tra cui anche la formazione, con l’Istituto Studi Militari Marittimi. Nell’area scoperta è anche esposto il sottomarino Enrico Dandolo, della classe Toti costruiti negli anni Sessanta e dismessi negli anni Novanta.

Il restante sessanta per cento è stato ceduto al Comune di Venezia, con vincolo di inalienabilità e indivisibilità ma con libertà di diversificare le destinazioni d’uso e di concedere in uso gli spazi. La più parte è stata devoluta alla Biennale di Venezia per le sue mostre, un fabbricato ospita il Padiglione delle navi del Museo storico navale (la cui sede principale è fuori dalla cinta muraria ma sempre sulla fondamenta dell’Arsenale). Una parte delle tese dell’Arsenale nuovo (straordinaria teoria di capannoni) è utilizzata per esposizioni, feste ed eventi pubblici e privati. Da qualche anno nei bacini e in alcune tese si tiene il Salone della Nautica. In altre è ospitato l’Ismar (l’Istituto di scienze marine del Cnr). Nelle rimanenti il Consorzio Venezia Nuova (CVN) con la sua controllata Thetis SpA (che ha acquisito con l’esperienza in laguna un know-how che potrebbe essere applicato non solo localmente ma che stenta ad acquisire autonomia e vita propria per vizi strutturali e limiti endemici) e il ministero delle Opere pubbliche ex Magistrato alle Acque. Fino a qualche anno fa c’erano ancora aree dedicate alla cantieristica, dismesse e anch’esse concesse al CVN per la manutenzione delle dighe mobili del Mo.S.E.

Mostre ed esposizioni temporanee, ricevimenti ed eventi mondani, hanno visto un grande sviluppo in una città che è di suo una spettacolare cornice scenografica, ma sono tutte attività legate alla funzione turistico-ricettiva che non può continuare a essere attività prevalente, lasciando la città in balia delle sue fluttuazioni, insegnando che le attività economiche vanno differenziate.

Ci sono luoghi come questo che sono naturalmente vocati alla ricerca applicata, alla produzione di beni e servizi, alla trasmissione di sapere in forma integrata, allo studio della natura e della biologia. L’Arsenale nel suo complesso potrebbe riacquistare carattere unitario e tornare a essere ciò per cui è stato concepito, cioè il cuore pulsante della realtà socioeconomica della città: centro di ricerca applicata, con attività diversificate ma tutte afferenti all’ambiente e al mare, alla tecnica e alla nautica, alla scienza e all’artigianato di eccellenza, a dar vita a un insieme in cui gli spazi espositivi diventino espressione della ricerca avanzata che vi si conduce, funzionali alla divulgazione e alla formazione di sapere.

Questo distretto produttivo e di sperimentazione, in quanto motore di progresso con elaborazione e trasmissione di sapere, è naturalmente vocato a ospitare un insieme coerente di attività a formare un’unità plurale sinergica.

Immagine di copertina: Il Canaletto, Il ponte dell’arsenale, Collezione privata, Woburn Abbey.

L’Arsenale e la modernità della Serenissima ultima modifica: 2022-02-09T20:22:03+01:00 da GIOVANNI LEONE
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