Venezia controcorrente

Se vuole confermare la sua vocazione di capitale della cultura, deve essere in grado di produrre una cultura “alta” che non sia fatta solo di parole ma che nei fatti possa contrastare le logiche di mercato, di questo mercato che sta fagocitando tutto. Deve muoversi controcorrente
ROBERTO CARLON
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Venezia è nel mondo. Amata e odiata, come è la bellezza oggetto del desiderio, alimenta l’illusione data dalla brama di possesso. Quella brama, come sappiamo, contiene sempre gli elementi che concorrono alla distruzione, soprattutto in momenti di decadenza come quello che stiamo vivendo. Un momento di riflessione sullo scenario di questa nostra città, città del mondo e nel mondo, è certo indispensabile, ma se vogliamo trovare la chiave di lettura dei problemi che apra a possibili soluzioni occorre, credo, esplorare fino al fondo delle cose.

Nello specifico, le criticità e le sofferenze sono molto evidenti, non occorre certo che sia io a ripeterle.
Si dovrà invece necessariamente provare a individuare le cause, sicuramente molteplici, e forse riconducibili a un punto nodale su cui valga la pena soffermarsi.
Da qui, subito, appare evidente che la modalità dell’offerta della bellezza si è adeguata alle logiche del mercato del turismo, omettendo la cura e le attenzioni di cui abbisogna, finendo per impoverire e deturpare inevitabilmente la bellezza stessa.

John Singer Sargent, Palazzo Labia, 1913

Ideale/reale

C’è da chiarire, credo, un aspetto ideologico che contrasta con quella che intendiamo essere la salvaguardia dell’integrità del patrimonio storico artistico e culturale della città.
Quello che può sembrare un sano principio ideologico “democratico” che sostiene il pieno diritto di tutti a fruire di questa bellezza, con tutta evidenza è diventato insostenibile nella realtà, e reca grande sofferenza alla città.
Si dirà che occorre sviluppare la consapevolezza della fragilità e della caducità e quindi la ricetta sarà l’acquisizione della sensibilità necessaria.

Se, come è ovvio, non è pensabile selezionare i visitatori, per quanto riguarda l’immediato quali possono essere le proposte da tradurre in azioni concrete? Numero chiuso, numero contingentato. Riconversione economica, rilancio delle attività artigianali. Cura e manutenzione. Riutilizzo degli spazi. Ma può bastare? Gli spazi sono in vendita e sono sempre più appannaggio di investitori stranieri. Anche in questo la ideologia maschera una contraddizione.
In ottica liberista trovare investitori, siano italiani o stranieri, è quanto viene preso per buono, necessario per la “crescita” e per creare occupazione. È un continuo rincorrere obbiettivi che non si sa dove ci porteranno.
È la illusione della libertà perché sembra ancora non essere chiaro che la base strutturale è fondata sulla oppressione, sullo sfruttamento, e finisce per costituire la ricerca di nuovi padroni.

Umberto Boccioni, Canal Grande, 1907

Il disastro è che non si sa come uscirne.

Sappiamo che nella logica della promozione delle vendite e dei consumi importante è vendere, e non importa tanto che ci sia da parte del fruitore la sensibilità rispetto a quello che compera; l’obbiettivo è vendere. Quindi anche in questo caso si vende l’immagine prima ancora che il prodotto, e i “promoter” sono diventati abilissimi, come sappiamo.

Venezia è in vendita, e adesso è ancora più vendibile perché attraverso l’uso delle immagini è facile farla diventare oggetto del desiderio per molti. Questa è una conseguenza di una cultura globale necessariamente orientata al consumismo, che si accompagna a un modello economico ormai bulimico per quanto riguarda la produzione di beni di ogni genere.

Per molti di questi ignari ospiti, la città è importante perché possono dire di averla vista, allo stesso modo per cui è importante vestire questa o quella “griffe” o possedere questa o quella automobile (o questo o quell’oggetto che si fa desiderare). È la logica dell’apparire. È lo specchio della alienazione, dello sfruttamento, dell’ossessione del possesso, del maschilismo, della società patriarcale. La mercificazione è ormai la cifra distintiva di tutti gli aspetti del nostro vivere surreale. Con lungimiranza ci ricordava Marx:

L’aumento dei prodotti e delle necessità finisce per produrre appetiti raffinati, innaturali e immaginari.

Il demone del consumismo compulsivo è oramai un fenomeno massificato.
È evidente che, sempre sotteso come finalità, il solito elemento propulsivo perverso che è, come sempre, il profitto, finisce per costituire una fabbrica di stereotipi. Il grande problema è che questa tendenza alla massificazione è sempre più degenerata e non si vede come si possa arrestare.

Sul piano contingente si tratta quindi di arginare una tendenza che sembra inarrestabile, andando a toccare interessi così strutturati e potenti da farla sembrare impresa impossibile da realizzare.
La bellezza, si sa, ha la capacità di abbagliare soprattutto chi la cerca come antidoto alla violenza del quotidiano.
Ma questo mostro, che è violenza di massa, viene appalesato come virtuoso solo perché “aperto a tutti”. L’ideologia diventa mistificazione. È questo il modo in cui l’immaginario stravolge il reale volendolo far apparire quello che non è e non può essere. Si vuole promuovere una forma di godimento a chi non può goderne affatto perché il modo stesso della proposta è fuorviante.

Clarence Alphonse Gagnon, La Salute dal Ponte della Paglia, 1905

È evidente che non è una soluzione stigmatizzare i consumatori, vittime inconsapevoli della violenza che è prima, e che viene esercitata nei modi che ne fanno dei fruitori stereotipati.
È la cultura dello scarto che produce questo.
È il prodotto della cultura divisiva e selettiva della Società, e quella cultura siamo noi.
Che fare?
Si devono costruire argini: la logica del contingente, del “qui e ora” ci chiama a intervenire.
Mentre l’incendio divampa, non possiamo temporeggiare, non resta che chiamare i pompieri.

Ma la necessaria crescita culturale della città implica che ci siano aperture mentali e visioni in grado di dirigere nella giusta direzione quel getto che serve a spegnere l’incendio. Intendo dire che è necessario un orientamento che favorisca una presa di coscienza, in modo da costituire una barriera al proliferare di nuovi incendi, e non basta ovviamente una polizza di assicurazione. Qui e ora non si tratta della Fenice che sta bruciando, tutta la città è sotto minaccia di incendio.

Sempre più le holding sono i nuovi grandi padroni e sono sempre più invisibili, distribuite e frammentate in mille rivoli ma comunque facenti riferimento a strutture piramidali che determinano la concentrazione della ricchezza oramai in poche mani, a livello planetario. Il riferimento per quanto ci riguarda è in primis quello delle grandi catene alberghiere, ma è una tendenza che investe tutti i settori della economia, che risentono evidentemente di questo andamento che pare irreversibile.

Si può contrastare tutto questo? Come può questo piccolo nano che è in ognuno di noi fronteggiare lo smisurato gigante che mangia tutto così voracemente?

Siamo a una svolta. Anche la nostra economia cittadina sta subendo sempre più le decisioni che sono prese nei centri di potere della finanza Internazionale, ed è disarmata, si trova nella posizione di subirla pedissequamente.

Walter Richard Sickert, Santa Maria della Salute, 1901

Consapevolezza

Per l’artigiano, per il piccolo commerciante, per l’operatore turistico: quanto potere ha quel signore, agente emissario, che domani ci si presenta davanti e ci offre tanti quattrini, quanti nemmeno ci si immaginava, per rilevare la nostra attività?
Se l’orientamento della nostra esistenza è quello di portare a casa i quattrini, siamo persi, e perde con noi tutta la città. Se siamo posseduti dal demone del denaro non possiamo combattere. Vince il demone. È una vittoria facile. Scontata. Ci vuole una visione, e non si tratta evidentemente di protezionismo, si tratta di vera salvaguardia e cura.

Il quanto e il quale

Se Venezia vuole confermare la sua vocazione di capitale della cultura, deve essere in grado di produrre una cultura “alta” che non sia fatta solo di parole ma che nei fatti possa contrastare le logiche di mercato, di questo mercato che sta fagocitando tutto.

Venezia deve muoversi controcorrente. Resistere vuol dire contrastare in toto la violenza di quella che appare come necessità, quella che si è costruita e costituita come la “ratio”, quella che nelle premesse e nelle promesse era il “bene per tutti”. Se oramai è visibile ai più che la “grande promessa” ci sta portando verso la catastrofe, ecco che per Venezia si apre la possibilità – ma non è anche la necessità? – di costituire un laboratorio di ricerca e di sperimentazione di nuovi modelli “virtuosi” di convivenza civile.

La qualità delle relazioni umane è, occorre non dimenticarlo, il “focus” su cui occorre incentrare tutti gli sforzi.
Occorre trovare il punto in cui saltano necessariamente i piccoli interessi particolari che costituiscono la fragilità della persona e del territorio. Devono saltare le barriere psicologiche, bisogna potersi allargare per finalmente unirsi e trovare il “senso” del bene comune.

Solidarietà, cooperazione

“Ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, senza perdere di vista i bisogni del territorio, non ultimo il territorio dell’anima (forse) ancora in larga misura inesplorato.
Può essere questo l’incipit per costituire un nuovo umanesimo?

Henri-Edmond Cross, Rio San Trovaso, 1904
Venezia controcorrente ultima modifica: 2022-02-09T18:17:49+01:00 da ROBERTO CARLON
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