Terra sovrappopolata. Ma non allarmiamoci

Otto miliardi di esseri umani, secondo Neodemos, ma il tasso di crescita demografico si è oggi quasi dimezzato rispetto ai livelli di metà anni Sessanta. Ciò non significa che la popolazione mondiale cominci di colpo a decrescere; in realtà continuerà a salire, ma inerzialmente e soprattutto con ritmi sempre più (inaspettatamente) deboli.
VITTORIO FILIPPI
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Dal punto di vista esoterico il numero 8 indica l’incognito che segue la perfezione segnata dal numero 7. Rovesciato, indica addirittura l’infinito. Oggi l’otto, in demografia, rappresenta il numero (in miliardi ovviamente) degli abitanti raggiunto sulla Terra, così almeno secondo il “demometro” del sito Neodemos. Il traguardo sarebbe stato raggiunto il 23 gennaio, ma l’esattezza su queste cifre è ovviamente impossibile. Se ancora non ci siamo, agli otto miliardi, di sicuro ci saremo tra poco; dettagli che non cambiano la sostanza del discorso. Resta, come suggerisce il numero 8, l’ignoto che questa cifra enorme trascina. 

Vanno sottolineate tre cose. La prima è che – vedendo i dati in retrospettiva storica – sembra di vivere una gigantesca (e inquietante) accelerazione demografica: all’inizio dell’Ottocento, solo due secoli fa, si era superato appena il miliardo di abitanti, per saltare ai due miliardi e mezzo nel 1950 per sfondare poi i sei miliardi nel Duemila. Il picco della crescita percentuale annua fu raggiunto in realtà nel 1965, non a caso l’anno del cosiddetto baby boom in molti paesi occidentali, tra cui l’Italia. E infatti sono di quegli anni la analisi neomalthusiane che lanciarono allarmi sulla crescita inusitata della popolazione: la bombe et le nombre (cioè la guerra atomica e la demografia) erano per l’intellettuale francese Aron le due grandi minacce di quegli anni, opinione confermata nel 1968 dal famoso The Population Bomb, un libro scritto dai coniugi americani Ehrlich in cui, con toni catastrofistici, si annunciava che sovraffollamento, carestie e guerre attendevano gli abitanti della Terra se non si fossero presi subito provvedimenti per contenere la crescita della popolazione. Da allarmi come questi derivarono i programmi per il controllo delle nascite nei Paesi in via di sviluppo, come quelli avviati in India negli anni Settanta garantendo sussidi e benefici economici a chi si sottoponeva a sterilizzazione. Influenzarono anche la politica del figlio unico in Cina, abolita ufficialmente nel 2013. Comunque l’Apocalisse demografica tanto temuta non arrivò mai.

In realtà il tasso di crescita della popolazione si è oggi quasi dimezzato rispetto ai livelli di metà anni Sessanta, soprattutto per il fatto che la natalità sta scendendo quasi ovunque sotto il livello di sostituzione (quello in cui le nascite rimpiazzano le morti) non solo nell’Occidente sviluppato, ma anche in Asia ed in America latina. L’Africa è l’unico continente in cui la popolazione continua ad aumentare. Ciò non significa che allora la popolazione mondiale cominci di colpo a decrescere; in realtà continuerà a salire, ma inerzialmente e soprattutto con ritmi sempre più (inaspettatamente) deboli. Non arriveremo quindi ai quasi undici miliardi previsti dall’Onu per la fine del secolo, ma probabilmente ci fermeremo al picco – comunque storico per l’umanità – di 9,6 miliardi nel 2064. In tre grandi paesi come India, Cina e Stati Uniti la contrazione della fecondità si è già avviata e l’ultimo “motore” natalistico rimarrà l’Africa centrale. Calcola l’Ispi che da qui al 2050 l’Africa subsahariana conterà all’incirca il 57 per cento della crescita demografica globale, e il 23 per cento circa della popolazione mondiale sarà subsahariana, dal 15per cento circa attuale e il dieci per cento nel 1990. In confronto, la quota di popolazione globale dell’Unione europea si aggira oggi intorno al sei per cento e scenderà al quattro per cento, secondo le stime, entro il 2050. 

Il giro di boa, previsto quindi attorno al 2064, sgonfierà i vecchi incubi neomalthusiani, ma proporrà problemi del tutto inediti come quelli legati alla gestione dello spopolamento che si salderà con il crescente squilibrio tra scarsità delle nascite ed ipertrofia di una popolazione anziana longeva. In questo la Cina è divenuta un case study che anticipa il futuro: dopo aver beneficiato del più grande dividendo demografico della storia moderna, Pechino si trova ora ad affrontare i costi della denatalità. Per la prima volta in Cina si contano più ultrasessantenni che bambini. E se nel 2000 c’erano ancora dieci lavoratori per ogni cittadino anziano, già oggi siamo scesi a meno di sei; di conseguenza la spesa legata all’invecchiamento della popolazione triplicherà entro il 2050, passando dal dieci al trenta per cento del Pil. Insomma, la ormai prossima contrazione – tanto auspicata – della popolazione nel mondo non sarà priva di difficoltà e problemi; per usare le parole di Mao Zedong, non sarà certamente “un pranzo di gala”.

Terra sovrappopolata. Ma non allarmiamoci ultima modifica: 2022-02-10T16:07:07+01:00 da VITTORIO FILIPPI
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