Si scrive Arsenale, si legge Venezia

FRANCO AVICOLLI
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“Eppur si muove”, viene da dire nell’eco della frase attribuita a Galileo, per sintetizzare il tanto che si è visto e non si è sentito domenica scorsa all’Arsenale: ossia una consistente concorrenza di associazioni e di partecipanti, ma niente di nuovo sul piano metodologico/propositivo e oltre la denuncia dell’ulteriore gesto pilatesco del Comune di rimettere al mercato, nello specifico alla Marina e alla Biennale, l’uso degli spazi avuti in dotazione dal 2012 da destinare alla vita della città. 

Purtroppo, non si è sentita la voce del soggetto, il che non permette di comprendere la ragione attuale del recupero di un manufatto dalle precise caratteristiche costruttive e morfologiche, ma soprattutto valore formativo di una forma mentis e della sua caratura, espressione di abilità e competenze, di modalità del vivere e del convivere che fanno dell’Arsenale un corpo della civiltà dell’acqua di cui Venezia è fenomeno speciale, come dice una legge per tale finalità emanata.

L’Arsenale è specificità dell’essere Venezia

L’assenza del soggetto, dà la sensazione di una sua debolezza vitale, propone un’atmosfera dove la salvezza di Venezia è atto per impedire l’ineluttabilità della sua decadenza e degrado da evitare per senso di responsabilità, per contrastare o allontanare nel tempo qualcosa che certamente avverrà. Bisogna salvare Venezia perché è bella, anzi, è la città più bella del mondo, e tutto si ricompone infine in un indeterminato schieramento tra buoni e cattivi. È l’equivoco alla base della Legge Speciale che non si preoccupa di chiarire perché Venezia è speciale, non stabilisce perché lo è oggi, in epoca industriale e tecnologica, dando per scontato che lo è per la sua attrattività turistica e quindi per i vantaggi dell’economia corrispondente. È il metodo che trasforma Venezia in oggetto di una funzione prestata, in esistenza funzionale a un progetto estraneo al suo valore.

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Se Venezia è il soggetto mancante, è conseguente l’inconsistenza della civiltà dell’acqua che essa rappresenta e, insieme, il possibile protagonismo che essa può esprimere in chiave moderna, in un contesto dove gli strumenti e i parametri di riferimento sono decisamente diversi, ma pur sempre corrispondenti alla condizione del vivere in acqua. Il punto focale è appunto questo: decidere se Venezia è una proposta moderna della vita in ambiente acqueo e lagunare o se la sua esistenza è in funzione di altro. Di fatto, la monocultura turistica, al netto dei benefici prodotti dall’uso della città, offre il dato del progressivo spopolamento, della riduzione fatale dell’abitabilità e dei settori generativi di attività lavorative, il che prelude allo svuotamento del senso stesso di Venezia. Il fenomeno è stato ulteriormente accentuato dalla politica portuale che ha trasferito in terraferma il complesso delle attività e degli addetti favorendo il doppio fenomeno della riduzione di popolazione insulare e della rappresentatività sociale, decisiva per l’esercizio della democrazia, ambedue passate alla terraferma con le conseguenze a tutti note.

È la questione che si è cercato di affrontare proponendo la separazione tra Venezia e Mestre che, alla resa dei conti, costringe la città lagunare, la sua storia e il suo valore nel contesto terrafermiero e industriale.

L’attualità dell’Arsenale e la sua ragione

Far parte di una comunità nazionale e internazionale o semplicemente territoriale, non implica l’annullamento del sé, di una propria identità propositiva. Il soggetto per essere tale deve poter esprimere le proprietà e le qualità che gli sono proprie, deve avere una ragione per esistere di per sé, prima di essere uso. Se la soggettività si esaurisce nell’uso, essa può essere sostituita da uno strumento adeguato con i tempi, più funzionale. Che senso ha avere l’Arsenale per sviluppare una cantieristica e delle attività estranee alla vita di Venezia e della laguna? È corretto considerare la questione Arsenale in termini di mercato? Si parla dell’Arsenale o di posti di lavoro? 

L’Arsenale è consistenza, procedimento costruttivo, morfologia, fenomeno di un sistema di convergenza che nasce dalla necessità, si sviluppa con la conoscenza e l’esperienza e si aggiorna con il contributo della scienza. Galileo non visitò l’Arsenale per ragioni turistiche! È lecito, pertanto, domandarsi se l’Arsenale di Venezia ha una ragione in sé o deve averla in prestito per continuare a esistere. Una qualche risposta la si può trovare nel destino subito da Venezia con il cambio d’uso del patrimonio edilizio. Il dato inconfutabile è che tale metodo, per quanto abbia prodotto il restauro e la conservazione del manufatto, ha ridotto il ventaglio dei settori da cui nascono le attività e la caduta verticale di popolazione residente. È questo il progetto per Venezia? Ed è questo che si vuole fare con l’Arsenale?

L’Arsenale è progetto per Venezia

Sembrava chiaro che i problemi di Venezia, dell’esistenza di Venezia, intendo, riguardano lo spopolamento della città, l’ecosistema lagunare in grave e ulteriore dissesto, il turismo incontrollato, per limitarsi alle questioni più rilevanti. Venezia è ragione o strumento? Perché la questione Arsenale è rivelazione del destino di Venezia, del valore Venezia in quanto tale.

Su queste stesse pagine, Giovanni Leone ha ricordato che la “democrazia è sospesa a Venezia”, e non lo è, a mio avviso, soltanto per i metodi di governo della città, ma anche per le modalità con cui sono formulate le proposte per l’Arsenale che dovrebbero rispondere prima di tutto al problema dei problemi che riguarda la manutenzione di Venezia e i soggetti necessari per realizzarla. Qual è la ragione che obbliga l’Arsenale ad entrare in un mercato essendo parte costitutiva di una città che è di per sé, come esistenza, fonte di ricchezza generalizzata? È vero che Venezia è sempre stata una città di traffici e attività commerciali, ma è altrettanto vero che lo straordinario patrimonio architettonico, artistico e culturale che la rende città speciale si deve ad un’etica della città oramai annullata dalla concretezza e dalla praticità della nostra epoca performante, dei risultati. L’epoca del doge Andrea Gritti, successiva ad Agnadello che mette allo scoperto lo stato critico della Repubblica, è caratterizzata da una grande opera di ristrutturazione architettonica e urbana che, secondo Tafuri, è una proposta narrativa e celebrativa della città che presuppone un’alta coscienza di sé. Quell’opera era finalizzata in gran parte al coinvolgimento dei veneziani nell’azione rigeneratrice della città. La democrazia e i sistemi di convivenza sono espressione di una specifica coscienza collettiva.

L’Arsenale può essere lo spazio per dare protagonismo ai mestieri del vivere in acqua, alle competenze e alle abilità necessarie, all’artigianato cantieristico collegato con il legno, con i materiali specifici della civiltà dell’acqua e alla loro sperimentazione. Per dare finalmente corso alla grande opera assente che è la manutenzione della città, degli edifici, dei canali, dei ponti, per avviare la ricerca e la ristrutturazione del sistema di trasporti urbano e lagunare, per ospitare il Museo della civiltà di Venezia. Il tutto “per conseguire gli obiettivi d’interesse superiore e non il fine stesso dell’operazione”, come scrive Leone riferendosi alla imponente struttura. Ed è auspicabile che l’operazione avvenga con la collaborazione della Biennale, della Marina militare, e con la partecipazione attiva delle università veneziane.

Immagini fotografiche tratte dall’account fb di Pierandrea Gagliardi

Si scrive Arsenale, si legge Venezia ultima modifica: 2022-02-11T16:28:57+01:00 da FRANCO AVICOLLI
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