Considerazioni su “Privati di Venezia” di Paola Somma

Le vicende veneziane sono state determinate da condizioni esterne, di difficile se non impossibile controllo in sede locale dove si è sviluppato un forte conflitto tra interessi contrapposti. Che non ha avuto per protagonisti i duri e puri ma chi ha esercitato l’etica della responsabilità cercando, tra errori e contraddizioni, la via migliore per difendere la città.
ROBERTO D’AGOSTINO
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A seguito di una polemica assai volgare nella quale sono stato, mio malgrado, trascinato, ho letto il libro di Paola Somma Privati di Venezia

È un libro di grande interesse, sotteso da uno sforzo di ricostruzione di molte vicende cittadine davvero notevole, che meriterebbe un’ampia discussione in città. Non mi sembra ci sia stata, ma forse mi è sfuggita, e dunque provo a dare il mio contributo con questo articolo.

Il libro descrive la progressiva trasformazione della città in pura merce in cui non esiste più valore d’uso (per i cittadini, che infatti se ne stanno andando), ma esclusivamente valore di scambio: tutto può e deve essere venduto al migliore offerente. Non si tratta di un processo sotterraneo o di una tendenza, ma, oggi, di una conclamata realtà di cui i gestori della città si vantano. Non si può che essere d’accordo con ciò che afferma la Somma, che rappresenta una oggettiva descrizione di quanto accade a Venezia.

Vaporetti affollati di turisti in navigazione sul Canal Grande

Vi è tuttavia una tesi che sottende tutto il libro e che sintetizzerei così.

Le vicende descritte sono il risultato di un disegno perverso, frutto del credo neoliberista, che ha sottratto le città alle comunità che le abitavano e le ha trasformate in portafoglio di occasioni di investimento. E questo disegno ha riguardato tutte, ma proprio tutte, le trasformazioni urbane che sono avvenute a Venezia e tutti, ma proprio tutti, gli amministratori (e le forze politiche e/o culturali di riferimento) che si sono succeduti. Ne è rimasta esente una piccola parte di osservatori onesti e impotenti (tra i quali Paola Somma e il suo milieu) oltre che, naturalmente, il popolo sul quale sono ricadute le scelte perverse dei poteri dominanti.

Faccio alcune considerazioni nel merito di questa tesi.

La prima, l’accenno appena perché ci porterebbe lontano nel ragionamento. La riduzione a merce di ogni ambito di attività (dal lavoro alla cura) e dello stesso ambiente in cui viviamo, naturale o antropizzato che sia, è un processo globale sostenuto dal “credo neoliberista” e indotto dalla finanziarizzazione dell’economia, con conseguente distruzione delle forze produttive, che trascende largamente le capacità di controllo di quanto accade in una città. Anche se le città, in quanto abitate da comunità vive, sono i luoghi in cui maggiormente questo processo si manifesta e, nello stesso tempo, in cui nascono le più forti resistenze alla sua affermazione.

È ciò che, nel nostro caso, è avvenuto a Venezia.

Una seconda considerazione è che chi scrive una storia deve collocare gli eventi nella giusta prospettiva storica.

L’area dell’Arsenale.

L’enorme quantità di manufatti ex industriali (Stucky, Junghans, Conterie, lo stesso Arsenale e decine di altri), così come le grandi isole ospedaliere, sono rimasti vuoti per decenni e sottoposti a una sistematica azione di saccheggio non in forza dell’incompetenza o della falsa coscienza delle amministrazioni comunali in alleanza con la bramosia di guadagno degli speculatori edilizi che hanno deportato i malati e licenziato i lavoratori, ma per precise condizioni economiche del tutto esterne alle decisioni cittadine. E nessuna decisione in sede locale, per quanto dura e pura, avrebbe potuto riportare in quei luoghi le precedenti attività o attività simili. 

Così come lo tsunami dell’esplosione del turismo mondiale (a Venezia tre milioni di presenze all’epoca dell’alluvione del ‘63, dieci milioni nel ‘95, oltre trenta oggi) avrebbe certamente potuto essere governato meglio, ma non poteva non cambiare in modo strutturale l‘economia della città.

La terza considerazione è che tutto ciò ha generato e genera un duro conflitto, malauguratamente ineguale, in cui si può scegliere di partecipare, scontando errori e molto probabili sconfitte, oppure si può scegliere di osservare dall’esterno con la certezza di essere accecati dal polverone della battaglia. Il libro elenca episodi, nomi e fatti interpretandoli con un’unica chiave di lettura pertanto senza la capacità di distinguere contendenti, poste in gioco e risultati.

Se la chiave di lettura è che tutto è mosso dalla brama di profitto in un’alleanza di fatto tra amministratori e “poteri forti” e rivolta contro la città, allora la Giudecca non è stato il luogo dove, attraverso il recupero sistematico di manufatti industriali dismessi, è stata messa in campo una politica lungimirante che ha riportato e non espulso abitanti con importanti interventi di edilizia economica e popolare e di edilizia convenzionata; ha realizzato uno studentato. Non è stato il luogo dove ha riattivato il tessuto commerciale, ha incrementato le dotazioni culturali (centro civico, teatro Junghans, sale pubbliche), ha realizzato incubatori di imprese, ha realizzato un centro per la cantieristica minore, e così via. È stato invece il luogo dove accordi opachi con Caltagirone – che hanno permesso di trasformare in albergo, centro congressi e residenze (con una quota vincolata per i residenti a prezzi agevolati) un manufatto abbandonato da oltre quarant’anni imponendo un intervento architettonicamente conservativo – hanno aperto la strada alla speculazione edilizia e alla famelicità delle agenzie immobiliari.

Anche l’acquisto di Palazzo Grassi da parte del Comune dopo l’uscita della Fiat, fatto per evitare che lì si realizzasse un albergo, e il suo passaggio a Pinault che ha interamente ripianato l’esborso iniziale del Comune e ha mantenuto la funzione culturale ed espositiva del Palazzo, è diventato un torbido accordo con un plutocrate francese, con un danno per la città (che non si capisce quale sia).

Il ponte di Calatrava

Di esempi in questa direzione è costellato il libro. 

Gardini non realizza i cantieri Tencara e non recupera parte dei Magazzini del Sale, ma fa feste con il Moro di Venezia che disturbano (?) i veneziani. 

Il ponte di Calatrava non fa parte, assieme al people mover e alla nuova uscita del garage comunale, di un disegno di riorganizzazione degli arrivi volto a rendere più civile, e magari pedonalizzata, l’entrata a Venezia da piazzale Roma. E non è la struttura che consente di collegare importanti funzioni regionali (Direzione della Regione, Tribunali, Università) utilizzando il treno invece che mezzi privati e che consente a un lavoratore che va e torna dalle due parti di città unite dal ponte di risparmiare un quarto d’ora che, moltiplicato per tutto l’anno, significano oltre trecento ore all’anno (che il suddetto lavoratore potrebbe utilizzare, che so, per leggere almeno cento libri come quelli di Paola Somma). È invece uno spreco di danaro pubblico volto a soddisfare le ambizioni di qualche sindaco o qualche archistar. E in questo modo, confondendo tutto, non si capisce e non ci si può opporre alle scelte odierne che stanno vanificando il disegno originario.

Non mi dilungo, ma non posso esimermi dal citare un caso esemplare, quello dell’Arsenale di cui si parla molto in questi giorni. Per sintetizzare: l’Arsenale è stato al centro di un durissimo conflitto tra chi voleva impossessarsene a uso privato, e chi difendeva gli interessi pubblici e generali della città. Lo scontro ha avuto fasi alterne e sembrava risolto positivamente con il passaggio della proprietà dell’Arsenale al Comune di Venezia e la creazione, per legge, di una società pubblica di gestione. L’intreccio di debolezze interne all’amministrazione comunale, di aggressività dei detentori dei privilegi d’uso dell’Arsenale (in primis del Consorzio) e dell’incomprensione dei duri e puri che vedevano l’esistenza di una società di gestione come fumo negli occhi, ha vanificato quella situazione e oggi l’Arsenale è pressoché perduto per la città e accade quel che è descritto nel libro, che tuttavia, non distinguendo le forze contrapposte in campo e disinteressandosi del vero sviluppo di tutta la vicenda, non capisce i motivi di questo esito.

Torno a quanto ho affermato all’inizio di questo commento.

Le vicende veneziane sono state determinate da condizioni esterne, di difficile se non impossibile controllo in sede locale dove si è sviluppato un forte conflitto tra interessi contrapposti. Ma questo conflitto non ha avuto per protagonisti i duri e puri fautori dell’etica dei principi, le cui posizioni, non tanto paradossalmente, hanno finito per essere funzionali a chi la città voleva utilizzarla secondo i propri interessi contro agli interessi pubblici, ma chi ha esercitato l’etica della responsabilità cercando, tra errori e contraddizioni, la via migliore per difendere gli interessi di Venezia e della sua comunità di cittadini. 

Questo conflitto si sta oggi risolvendo a favore della privatizzazione di cui parla Paola Somma, ma ovviamente la storia è lunga e non è mai detta l’ultima parola. Un proverbio sudamericano dice “alla fine tutto si aggiusta e, se non si aggiusta, vuol dire che non è la fine”.

Considerazioni su “Privati di Venezia” di Paola Somma ultima modifica: 2022-02-14T10:48:42+01:00 da ROBERTO D’AGOSTINO

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