Una, nessuna, centomila Pécresse

Partita bene nei sondaggi, la candidata della destra francese incontra oggi qualche difficoltà. Stenta a trovare un messaggio accattivante per eludere lo scarso fascino di una candidatura senza carisma. Soprattutto, nella ricerca degli elettori tentati da Zemmour, da alfiere del moderatismo sta spostando il partito sempre più a destra.
MARCO MICHIELI
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[PARIGI]

Ieri doveva essere la giornata del rilancio della candidatura di Valérie Pécresse, presidente della regione Ile-de-France e candidata de Les Républicains (LR), la destra erede del gollismo, alla presidenza della repubblica. Un rilancio per una candidatura che fatica, nei sondaggi almeno, a distanziarsi da Marine Le Pen e Éric Zemmour. Uno degli ultimi sondaggi Ifop danno i tre appaiati: Le Pen al 17 per cento, Pécresse e Zemmour al 15 per cento. Una situazione che rende al momento davvero difficile capire chi dovrebbe sfidare il presidente uscente. Una sfida a Macron che arriverà comunque da destra. Questo è certo. Che sia estrema o che sia “moderata”, pur rincorrendo ormai temi e politiche della destra identitaria.

Le cose però ieri non sono andate come forse avevano previsto gli organizzatori della campagna elettorale di Pécresse, prima donna della destra a essere la candidata ufficiale del partito. Anche se lo Zenith di Parigi era riempito di militanti, la prova in diretta di Pécresse ha suscitato molte perplessità. Molto tesa, la candidata aveva un tono quasi robotico, talvolta finto. E freddo, soprattutto. Nel tentativo di apparire più “popolare”, la ricerca della complicità con i propri sostenitori ha dato risultati opposti. Tanto da sembrare quasi fuori posto in quello che doveva essere la sede ideale per il rilancio della sua candidatura.

Anche il tentativo di creare un legame con gli elettori cercando di essere più “personale” sulle tematiche non ha funzionato. Non si può chiedere a un candidato di essere qualcosa di diverso da quello che è sempre stato. Spesso considerata come una “tecnocrate”, il tentativo di “umanizzarla” non è andato a buon fine. Uno degli avversari alle primarie della destra e oggi uno dei suoi leali sostenitori, l’ex commissario europeo Michel Barnier, ha giustificato poi la mancanza di carisma nel modo peggiore: “una donna è molto diversa da un uomo”. Una frase infelice per una donna in politica che con molte difficoltà è riuscita a imporsi in un partito guidato, da sempre, da uomini (come molti altri).

Ma al di là della prestazione politica di Pécresse, l’evento di ieri ha messo in rilievo la virata a destra dell’area politica che fu di Chirac, Juppé, Sarkozy e Fillon. Nel tentativo di evitare di perdere voti a destra, verso Zemmour e Marine Le Pen, la candidata LR ha spostato il partito su posizioni molto a destra sui temi quali la sicurezza, l’immigrazione, l’Europa e le questioni culturali, con un attacco al “wokismo”.

Pécresse ha osato di più, rispetto anche alla candidatura del 2017 di François Fillon, che aveva posizionato il partito su posizioni cattolico-tradizionaliste. La presidente dell’Île-de-France ha infatti sdoganato nella destra “moderata” il termine del “grand remplacement”, la teoria cospirazionista di estrema destra, frutto delle riflessioni di Renaud Camus e patrimonio del discorso politico di Zemmour e Le Pen. La teoria sostiene il tentativo di forze politiche “oscure” di voler sostituire la popolazione francese (leggi bianca), con la varie ondate d’immigrazione. Una citazione che voleva farsi notare.

Questa svolta a destra avviene in un momento difficile per il partito di Pécresse. Dopo le lunghe primarie che l’hanno vista uscire come vincitrice inaspettata, Pécresse ha dovuto far fronte a prese di distanza e abbandoni da parte di gruppi dirigenti del partito. L’ultimo è stato Eric Woerth, storico deputato ed ex ministro del bilancio del governo Fillon tra il 20017 e il 2010. Woert, che oggi presiede la commissione finanze all’Assemblée Nationale, ha deciso di sostenere il presidente Macron. La stessa scelta è stata fatta in questi giorni dal sindaco di Calais e da qualche ex componente del sottogoverno dell’epoca di Sarkozy. Qualche settimana prima era invece toccato a un altro pezzo importante del partito, il sindaco di Nizza Christian Estrosi. Tutti aderiranno probabilmente al partito Horizons, fondato dall’ex primo ministro di Macron Eduard Phillippe, creato proprio allo scopo di sottrarre ceto dirigente ed elettori moderati a Les Républicains (e creare le basi per il dopo-Macron, che questo vinca o perda le elezioni). E si è fatta notare ieri l’assenza dell’ex presidente Nicolas Sarkozy, in ottimi rapporti con l’attuale presidente.

Qualcuno invece ha anche deciso di raggiungere Zemmour. Come Guillaume Peltier, l’ex numero due del partito, interesse di una linea più a destra. E qualcun altro l’ha seguito.

Jacques Chirac aveva già notato che Pécresse soffriva di una mancanza di empatia, almeno in pubblico. L’ex presidente francese era un amico della famiglia Roux e Valérie Roux (Pécresse è il cognome del marito) ha fatto parte della cerchia dei suoi “discepoli”. Anche se in un primo tempo sostiene Mitterrand, tanto che nel 1995 l’équipe della campagna presidenziale di Lionel Jospin ne richiede la collaborazione, Pécresse sceglierà Jacques Chirac, del quale diventerà una consigliera “tecnica”. Valérie Pécresse infatti ha seguito il classico percorso di molti politici francesi. La famiglia Roux è una famiglia dell’alta borghesia parigina e la giovane Pécresse entra all’Ecole des hautes études commerciales de Paris (HEC Paris), poi l’Ecole nationale d’administration (ENA) e infine l’insegnamento a l’Institut d’études politiques de Paris, la prestigiosa Sciences Po.

Nel 2002, l’anno shock del ballottaggio con Jean-Marie Le Pen, le propongono di correre come deputata sotto le insegne dell’Union pour un mouvement populaire, la nuova creatura della destra a sostegno della candidatura di Chirac e che riunisce la famiglia gollista e quella dei centristi, la destra “bonapartista” e quella “liberale”. Considerata una moderata, se non una liberale – parola che oggi rifiuta di utilizzare, come ha detto in un’intervista sul Journal du Dimanche -, Pécresse diventa ministro dell’università e della ricerca per Nicolas Sarkozy nel governo di François Fillon. Da ministro riesce a far approvare la legge sull’autonomia universitaria sostenuta dalla Conferenza dei rettori, ma contestata da alcuni accademici e studenti. Quando Christine Lagarde è nominata alla testa del Fondo monetario internazionale, Pécresse è promossa e diventa ministro al bilancio e portavoce del governo. Fa parte del gruppo dei quarantenni del partito che cerca di posizionarsi per il dopo Sarkozy. I vari pretendenti non la considerano mai però una vera rivale.

Dopo la sconfitta di Sarkozy nel 2012, come molti altri, Pécresse cerca di trovare un ruolo nell’opposizione alla presidenza di François Hollande. Lo trova nel sostegno alle manifestazioni contro il matrimonio omosessuale e poi con la candidatura alla presidenza della regione Île-de-France, regione guidata dalla gauche da diciassette anni. Vince le elezioni e diventa la prima donna a guidare la regione.

Nel 2016, dopo aver inizialmente sostenuto François Fillon, decide di sostenere Alain Juppé alle primarie presidenziali repubblicane. Sconfitto Juppé alle primarie, sostiene lealmente François Fillon. Con la sconfitta dell’ex primo ministro di Sarkozy e la vittoria di Emmanuel Macron, nel 2019 Pécresse decide di lasciare il partito e crea un proprio movimento, Soyons libres, in opposizione all’allora presidente del partito Laurent Wauquiez che aveva spostato il partito decisamente a destra. Eurofila, liberale e moderata è considerata in questi anni una delle politiche “Macron-compatible”, tra quei politici della destra e della sinistra che guardavano con simpatia al presidente della repubblica.

Da presidente della regione si fa notare per la riduzione delle spese di gestione dell’istituzione che presiede. In cinque anni, fa risparmiare due miliardi di euro. Riesce anche a riunire in un unico sito a Saint-Ouen le undici sedi del consiglio regionale e vende la sede parigina per 180 milioni di euro. Accanto ai bilanci in ordine, Pécresse persegue l’altro grande obiettivo: quello della sicurezza. La regione che guida stipula un partenariato con lo stato per la costruzione e la ristrutturazione di 82 stazioni di polizia e la creazione di brigate di sicurezza regionali nelle scuole superiori per prevenire incidenti. Proposte che, come molte altre, incontreranno notevoli ostacoli legali. Eppure il messaggio che passa è quella del buon governo della regione, tanto che Pécresse viene rieletta nel 2021. Una rielezione che la convince a provare la corsa all’Eliseo.

Si candida alle primarie della destra e ritorna nel partito da cui era uscita. Nei dibattiti non si fa notare – come peraltro molti dei contendenti – ma riesce a passare al secondo turno delle primarie e le vince, contro ogni aspettativa. Inizia bene, sempre nei sondaggi, e sembra ad un certo punto la probabile sfidante di Macron. Ma la candidatura non decolla. Nel tentativo di sfilarsi dell’aura macroniana, il suo messaggio è poco riconoscibile. Gli equilibri che tenta sono difficili, mentre cerca di restare la candidata “moderata”, auspicando una destra in grado di recuperare elettori persi verso Zemmour e Le Pen.

La sfida per la presidente dell’Île-de-France è quindi davvero difficile. Perché è complicata la ricerca del duello con Emmanuel Macron, mentre la partita a tre con Marine Le Pen ed Éric Zemmour non è affatto risolta. Potrebbe avere le carte per sconfiggere il presidente in carica. Ma per farlo deve arrivare al secondo turno. Ed è tutto da verificare che ci possa arrivare. Perché nel frattempo Zemmour ha preso di mira Pécresse. E più quest’ultima si sposta a destra, più aumentano gli attacchi di Zemmour (e Le Pen).

La posta in gioco però non è soltanto il secondo posto. Nel big bang messo in moto dalla vittoria di Emmanuel Macron nel 2017 e che ha travolto la gauche, questa volta sembrano essere in gioco le sorti della destra gollista francese così come l’abbiamo conosciuta fino a oggi. Se Pécresse non riuscisse a passare al secondo turno, molti si attendono dei cambiamenti radicali a destra. In primis potrebbe saltare quello che per decenni è stato un principio cardine del gollismo: nessuna alleanza con l’estrema destra. Una ricomposizione delle destre, facilitate dalla probabile uscita di scena di Marine Le Pen, alla terza candidatura, e dall’exploit politico di Zemmour. 

In questo caso la scommessa di Phillippe di costituire la gamba di destra del macronismo potrebbe rappresentare l’ancora di salvezza per quella destra moderata che non si riconoscerebbe in quel progetto, già bocciato alle elezioni europee del 2019. Una situazione nella quale il dibattito e lo scontro politico tra destra e sinistra moderate si risolverebbe all’interno della maggioranza macroniana, con le estreme escluse dal potere politico.

Quella di Pécresse non è una battaglia di testimonianza (come quella di Hidalgo e dei socialisti). Ma di sopravvivenza della sua famiglia politica.

Una, nessuna, centomila Pécresse ultima modifica: 2022-02-14T15:43:26+01:00 da MARCO MICHIELI

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