Usa-Cuba. Sessant’anni di guerra economica

L’embargo di Washington contro L’Avana è il più lungo e crudele della storia contemporanea, oltre che ormai anacronistico.
ALDO GARZIA
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1962-2022, nulla lascia intendere che qualcosa possa cambiare in breve tempo nelle relazioni Washington-L’Avana. Il blocco economico (o embargo) tra i due paesi compie sessant’anni. È l’ultimo residuo della “guerra fredda”. È il più lungo, oltre che crudele, embargo della storia diplomatica e delle relazioni internazionali. Sono incalcolabili i danni economici per Cuba e pure per molti settori statunitensi. Per non parlare delle ripercussioni su imprese o paesi terzi che vorrebbero avere relazioni sia con Washington sia con L’Avana ma corrono il rischio di essere penalizzati nei rapporti con gli Stati Uniti.

Da tempo sono immotivate le ragioni politiche ed economiche che tengono in vita il blocco. Cuba non è più un “pericolo” dagli anni Sessanta e Settanta, quando la sua esperienza guerrigliera poteva espandersi in America latina. Gli Stati Uniti hanno normalizzato ogni tipo di relazione finanche con il Vietnam (hanno perso una guerra), non Cuba. L’embargo, inoltre, favorisce l’immagine di un gigante Golia  che ha perso la testa e vuole uccidere un piccolo Davide. Si tratta di uno scontro all’apparenza impari che ha finito per favorire nell’isola un nazionalismo difensivo diventato via via cemento politico. Cuba ha resistito finora a tutte le intemperie e lo fa tuttora mortificando le sue potenzialità (vedi l’ultimo caso dei vaccini anti Covid di fabbricazione cubana che non entrano nel mercato internazionale).

Quando si parla dell’Avana, Washington sembra non ragionare con le categorie della politica. La stessa evoluzione politica di Cuba sarebbe probabilmente favorita dalla fine dell’embargo. Molti analisti usano perciò più le categorie della psicanalisi che quelle della razionalità per spiegare il rapporto Stati Uniti-Cuba e il permanere delle misure economiche restrittive. L’accanimento si spiega con il fatto che la piccola isola ha rotto il cordone ombelicale che la legava agli Stati uniti con la rivoluzione del 1959? Lasciando da parte Freud o Jung, vale la pena ripercorrere la storia delle relazioni Stati Uniti-Cuba. 

Un po’ di storia       

Nei primi giorni di gennaio 1959, i barbudos (chiamati così per le lunghe barbe che si erano fatti crescere sulle montagne della Sierra Maestra) fanno il loro ingresso a L’Avana. Il dittatore Fulgencio Batista, nella notte di Capodanno, era riuscito a fuggire. Castro giunge nella capitale l’8 gennaio. Manuel Urrutia, giurista liberale, viene nominato presidente della Repubblica mentre l’incarico di primo ministro è ricoperto da José Miró Cardona. Castro entra a far parte del primo governo postrivoluzionario in qualità di comandante in capo dell’Esercito ribelle. Nel Movimento 26 luglio di ispirazione castrista prevale in quel periodo la moderazione. La rivoluzione vittoriosa si trova presto di fronte all’alternativa: favorire il compromesso politico con le istanze moderate, o accentuare il suo programma sociale e politico? 

Gli Stati Uniti osservano con attenzione quanto accade nell’isola, sono inizialmente soddisfatti della fuga del dittatore Batista. Il presidente Dwight David Eisenhower offre inizialmente alla nuova Cuba il sostegno economico di Washington. Il conflitto tra tendenze moderate e radicali nella rivoluzione cubana si palesa nei primi giorni di febbraio 1959, quando per decreto il potere legislativo passa nelle mani dell’esecutivo. Castro viene nominato primo ministro il 16 febbraio del 1959. 

I fratelli Castro con il Che Guavara

Curiosità: il primo provvedimento del nuovo governo istituisce con un’apposita legge l’Istituto per l’arte e l’industria cinematografica (Icaic). In aprile, Castro viaggia negli Stati Uniti, dove è ricevuto con diffidenza dai dirigenti del Dipartimento di Stato. A maggio, si vara la riforma agraria che abolisce i latifondi e ridistribuisce la terra espropriando le proprietà statunitensi. Il 17 luglio Castro si dimette da premier per le resistenze che incontra proprio la nuova riforma agraria, poi va in televisione dove punta l’indice contro il presidente Urrutia accusato di bloccare l’azione del governo. 

Sempre a luglio 1959 Castro torna premier dopo un’imponente manifestazione popolare che lo invoca alla guida dell’isola. Nel 1960, gli obiettivi del governo sono la “campagna di alfabetizzazione” (i dati dell’epoca parlavano del trenta per cento di analfabeti) e la riforma urbana per ridurre gli affitti, ridistribuire il patrimonio edilizio e calmierare il prezzo dell’elettricità. È varata anche la riforma urbana che diminuisce gli affitti del cinquanta per cento e ristruttura le forme della proprietà immobiliari. La classe media (medici, avvocati, funzionari statali, imprenditori) abbandona in migliaia nel frattempo l’isola convinta che la rivoluzione avrà vita breve.

Il 15 aprile 1959 Castro inizia un viaggio di due settimane negli Stati Uniti. Incontra il segretario di Stato, Christian Herter. Ha poi una riunione con i membri della commissione Esteri del Senato e con Richard Nixon, in quel momento vicepresidente. Nei rapporti bilaterali, secondo le cronache dell’epoca, prevalse la diffidenza ma non l’ostilità. Castro tornò a New York nel settembre 1960, quando tenne un discorso di 4 ore e mezza all’Onu dove rivendicò l’autonomia dell’isola. Gli Stati Uniti, come ripicca, iniziano a non commerciare più lo zucchero cubano

Mosca sostituisce Washington

Tra febbraio e luglio 1961 si stringono i primi rapporti commerciali dell’Avana con Mosca e Pechino. Ad agosto, Cuba è espulsa dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa). Alla fine del 1961, Castro dichiara l’isola “territorio libero dall’analfabetismo”. Poi, vara la riforma agraria che abolisce i latifondi. La borghesia cubana e molti ceti professionalizzati (tra loro tremila medici) decidono di lasciare l’isola. 

La politica delle nazionalizzazioni prosegue nel 1961. Diventano di proprietà dello Stato cubano molte industrie statunitensi che avevano il monopolio di elettricità, telefoni, raffinazione e consumo di petrolio. Sono nazionalizzate anche le banche e tutte le industrie straniere. L’Unione Sovietica acquista intanto le quote di zucchero rifiutate dagli Stati Uniti in contrasto con la politica degli espropri e fornisce a Cuba il petrolio necessario per le industrie. 

Nel 1961, il giorno prima della tentata invasione mercenaria di Playa Girón del 16 aprile (sconfitta in quarantott’ore), finanziata dagli Stati Uniti alla cui presidenza c’è il democratico John Fitzgerald Kennedy, Castro fa un annuncio clamoroso:

La rivoluzione cubana è una rivoluzione socialista. Gli Stati Uniti non ci perdonano di averla fatta a pochi chilometri dal loro impero. 

Quella dichiarazione arriva a conclusione dei funerali delle vittime di un raid aereo contro gli aeroporti diell’Avana e Santiago di Cuba. Da quel momento in poi si stringono ancora di più i rapporti con l’Unione Sovietica e i paesi socialisti dell’Est. Gli Stati Uniti rompono del tutto le relazioni diplomatiche con Cuba e avviano il blocco economico unilaterale contro l’isola che entra ufficialmente in vigore nel 1962. L’isola si proclama “primo territorio libero d’America”. 

Nell’ottobre 1962 si svolge la “crisi dei missili”, o “crisi di ottobre”. Washington, dopo aver decretato il blocco navale di Cuba, minaccia l’intervento armato contro l’isola se i sovietici non sospenderanno l’installazione di missili nucleari sul territorio cubano. Nikita Krusciov, leader di Mosca, accetta il diktat senza consultarsi previamente con il governo dell’Avana che chiedeva almeno la fine dell’embargo economico da parte degli Stati Uniti come condizione per rinunciare alla protezione atomica dell’Unione sovietica.

Fidel Castro

Carter, Obama e l’Onu

Dal 1989 in poi l’embargo è stato indurito. La caduta del Muro di Berlino è apparsa a Washington l’occasione per l’affondo decisivo. Per esempio, la Legge Torricelli del 1996 ha aggravato il blocco economico stabilendo che gli Stati Uniti avrebbero ritirato tutti i finanziamenti verso le organizzazioni internazionali che violavano l’embargo e avrebbero annullato le importazioni da quei paesi che facevano affari con Cuba. In seguito, arrivò nel 1996 la Legge Helms-Burton ancora più restrittiva. 

Impossibile riassumere la politica delle amministrazioni della Casa bianca verso Cuba che si sono succedute dal 1959 a oggi, da Eisenhower a Biden. Gli unici presidenti che hanno provato a cambiare la politica degli Stati Uniti verso L’Avana sono stati Jimmy Carter e Barack Obama. Il primo andò in visita nell’isola nel 2011 per  tentare una mediazione politica nel ruolo di ex presidente (i cubani lo accolsero speranzosi), Il 13 aprile 2009 Obama ordinò la revoca delle restrizioni ai viaggi e alle rimesse per i cubano-americani con parenti nell’isola e ristabilì normali relazioni diplomatiche. Poi, nel 2016, andò in visita ufficiale nell’isola incontrando ripetutamente Raúl Castro e illudendo la diplomazia internazionale sulla possibilità di una normalizzazione delle relazioni tra i due paesi e sull’avvio della fine dell’embargo. Le illusioni sono durate fino all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

A nulla sono servite, infine. le ripetute prese di posizione dell’Assemblea generale dell’Onu. Il 23 giugno del 2021 si è ripetuto per la ventinovesima volta il voto contrario all’embargo con 184 voti, due contrari (Stati Uniti, Israele) e tre astenuti (Colombia, Ucraina, Brasile). Le direttive dell’Onu non hanno effetti pratici.

Usa-Cuba. Sessant’anni di guerra economica ultima modifica: 2022-02-14T15:23:43+01:00 da ALDO GARZIA

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