Il “pianista”André Gide su Chopin, sintesi di romanticismo e classicismo

MARIO GAZZERI
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Una lunga vita nutrita di illusioni e disillusioni raccontata nei suoi Diari e, forse più intimamente, nel suo romanzo autobiografico Si le grain ne meurt (tradotto in italiano sia col titolo Se il grano non muore sia con quello Se il seme non muore). André Gide, dunque, scrittore che voltò pagina nella letteratura francese e puntò dritto sulle seducenti promesse e le speranze (tradite) che l’imminente Ventesimo secolo sembrava voler portare. Si sposò con una cugina ed ebbe una figlia dalla figlia di una sua amica, pur ben consapevole della propria omosessualità che, a dispetto dei tempi e della morale dominante nella seconda metà dell’Ottocento e nel primo Novecento, non sollevò troppo scalpore. Affascinato dalla Rivoluzione d’Ottobre, rinnegò l’ideologia comunista dopo un viaggio in Unione Sovietica. Visse a lungo e ottenne il Nobel per la letteratura nel 1947 ma la sua vera, in parte segreta, passione fu la musica. E per lui la musica si declinava in un solo nome: Fryderik Chopin. Grazie a Passigli Editori, troviamo ora in libreria una rinnovata edizione delle sue Note su Chopin con i giudizi e le riflessioni dello scrittore francese (che fu anche ottimo pianista) e una lunga, illuminante prefazione di Gianandrea Gavazzeni, il compianto direttore d’orchestra che fu anche eccellente musicologo.

Henryk Siemiradzki, Fryderik Chopin, Esecuzione nella Guest-Hall di Anton Radziville a Berlino.

Le sue “note” sono soprattutto una esplicita critica e condanna di gran parte  dei pianisti che suonavano Polacche, Notturni, Improvvisi e Ballate del compositore polacco (di padre francese) tradendone l’essenza, lo spirito nascosto a tutto vantaggio di un malinteso romanticismo perseguito e conseguito con una lettura troppo personale e troppo spesso mirata a ottenere il favore del pubblico. Una lettura fatta di un numero eccessivo di sospensioni e pause, di troppo pedale, di eccessiva vicinanza al roboante Liszt. Troppo virtuosismo da parte degli interpreti che finivano per alterare la nascosta poesia di Chopin. “La virtuosité n’a jamais rien produit que de banal” scriveva nel 1917 Gide nel suo Journal dove annotava anche le sue ore mattutine passate al pianoforte e il suo fastidio per un’esecuzione “veloce” della musica di Chopin. “Elle perd ainsi tout charactère, toute émotion, tout langueur”.

Tutta la musica di Chopin è essenziale, precisa, tanto vicina alla perfezione che il grande Arthur Rubinstein, citato da Maurizio Pollini, volle definire Chopin un “classico” e Beethoven un “romantico”. Gli arpeggi dei suoi “Notturni”, delle sue “Ballate”, che hanno il lungo respiro delle onde del mare, sono innanzitutto un capolavoro di tecnica pianistica, di pura essenza musicale. Dai “fortissimi”, segnati dall’autore stesso sugli originali spartiti con ben tre “f”, alla carezza di un dito su un bemolle, leggera come un volo d’ali di farfalla ma in grado di provocare nelle corde del pianoforte vibrazioni quasi oniriche.

Władysław Kolbusz, Concerto di Chopin.

Non esiste nella musica del compositore polacco una nota che non sia necessaria al fraseggio apparentemente solo romantico della sua opera. Non un “abbellimento”, non un “ornamento” che non sia necessario, pochi ricorsi al “trillo”, molto usato invece, ad esempio, da Beethoven nella sua opera pianistica per il passaggio da una melodia a un’altra cioè, per dirla col musicologo ungherese Otto Karolyi, “a una differente tensione interna o a una diversa legatura tra le note”.

Al riguardo ci sembra particolarmente interessante quanto scrive Gide:

Ritengo che il primo errore derivi dal fatto che i virtuosi cercano soprattutto di mettere in valore il romanticismo di Chopin, mentre ciò che più mi sembra degno di ammirazione in lui è proprio il suo ricondurre al classicismo l’innegabile apporto romantico.

Gide paragona poi l’opera di Chopin alla poesia di Baudelaire.

L’uno e l’altro posseggono la stessa smania di perfezione. Lo stesso orrore della retorica, della declamazione, dello sviluppo oratorio,

scrive l’autore de I sotterranei del Vaticano, che aggiunge di aver ritrovato in ambedue

lo stesso modo di usare la ‘sorpresa’ e le straordinarie sintesi che la producono.

Chopin, aggiunge poi lo scrittore-pianista,

mira a inventare organismi musicali perfetti e, a chiarire l’idea che aveva della musica, c’è una sua frase: ”Odio ogni musica che non nasconda un pensiero latente”.

Ricordiamo anche che, come scriveva Massimo Mila citando Antonio Capri, Chopin fu detto giustamente “poeta” del pianoforte che cantò “i più chimerici e fantastici erramenti dell’anima“, e c’è poi anche chi sostiene che per conoscere Chopin basterebbe ascoltare le sue Polacche (“Les Polonaises”). Non si può infatti dimenticare come emerga in parte della sua musica una sorta di lacerazione, di ferita non rimarginata che tradisce la forte “impronta” che il suo Paese lasciò nella sua anima. Una grande nazione pianeggiante stretta tra due bellicose potenze, una nazione vittima nel corso dei secoli di un numero incredibile di spartizioni fino alla divisione prevista dall’infame patto Molotov-Ribbentrop (Chopin non c’era più, ovviamente, ma Gide ne fu sconvolto). 

Il “pianista”André Gide su Chopin, sintesi di romanticismo e classicismo ultima modifica: 2022-02-16T18:11:33+01:00 da MARIO GAZZERI
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