Imbrogliarono Canova, figurarsi con gli ascensori e il trang! trabang! alle Procuratie

FRANCO MIRACCO
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Che c’entra Antonio Canova, con la solita “complicazione” veneziana dell’ascensore sì, dell’ascensore no? Si cercherà di dare risposte confluenti su questioni in apparenza lontanissime tra loro. A tal fine occorre però soffermarsi sulla nozione di “imbroglio veneziano”, che è il titolo dato a un suo celebre articolo da André Chastel, il grande storico dell’arte, ma per quanto ci riguarda conoscitore e studioso indimenticabile di Venezia, della sua arte, della sua storia e dei suoi problemi, naturalmente quelli di cui si discusse e polemizzò nel corso del XX secolo. Scriveva Chastel:

Dopo lunghi ritardi e confusi dibattiti parlamentari, il 1973 è stato l’anno delle grandi decisioni. Il 23 maggio viene varata la legge speciale, mentre i decreti esecutivi sono approvati in settembre. Tutto dovrebbe essere a posto, eppure l’inquietudine è più forte che mai.

Lo storico dell’arte pubblica il 12 ottobre 1973, in prima pagina su Le Monde, preoccupazioni e suggerimenti, ma a interessarci ancora e di più sono le sue preoccupazioni:

I tre decreti che integrano la “legge speciale” sono infarciti di emendamenti dell’ultima ora. Si ha la sensazione di un’ennesima gara d’astuzia per dare agli organismi locali – sempre che ne siano capaci – la possibilità di aggirare, più o meno esplicitamente, le intenzioni del legislatore. (…) Il futuro è aperto agli intrallazzi, ai raggiri, ai compromessi.

Questo per dire che (i veneziani) avrebbero speso, ricevendoli da più e più finanziarie, centinaia e centinaia di milioni di lire per tutto, tranne che per la salvaguardia di Venezia e della laguna. E noi, che siamo approdati al terzo decennio del XXI secolo, possiamo dirci esenti da ogni preoccupazione chasteliana pensando alle richieste e ai progetti contenuti nel Pnrr, l’indispensabile Piano nazionale di Ripresa e Resilienza? Quell’arcipelago di necessità e miliardi di euro da risolvere e spendere si atterranno (anche a Venezia?) alle linee del disegno onestamente riformatore auspicato e voluto dal presidente Mario Draghi o non saranno piuttosto preda di un futuro “aperto agli intrallazzi, ai raggiri, ai compromessi”?

Ripartiamo assieme a un altro storico dell’arte, a Giuseppe Pavanello, che lo scorso 13 ottobre ha scritto su questa rivista dell’ennesima, imprevedibile, noncuranza spuntata a Venezia, e lo ha fatto auspicando che venisse ricucito lo sfregio della balaustra scomparsa:

A Palazzo Ducale si magnificano i presunti 1.600 anni di storia e di arte della Serenissima. A duecento metri di distanza, si abbattono le balaustre napoleoniche davanti ai Giardini Reali perché sono un ostacolo alla fiumana di turisti.


Si decide per un solo varco nel parapetto davanti ai Giardini Reali. Nell’immagine di copertina:
doppio abbattimento dei balaustri davanti ai Giardini Reali.

Si dirà, e che sarà mai? Per noi invece “i segni” contano, perché anche un segno modesto può essere un “test valido per saggiare le capacità o le incapacità della nostra epoca” ( di nuovo il vecchio parigino Chastel). Servono i segni, se ci aiutano a capire e quindi a sapere di chi fu “l’incapacità” o la disinvolta incertezza nel decidere quanto si dovesse abbattere della storica balaustra, dato che va esclusa addirittura l’ipotesi che qualcuno nelle Soprintendenze o in Comune abbia pensato di dire no allo sbrego. No, perché non si può e non si deve. Sbrego è smorzatura dialettale, altrimenti si ha da dire squarcio, quello richiesto per facilitare il va e vieni dei clienti dei taxi, essendo questo l’obiettivo. E i segni parlano: è sufficiente osservare un paio di fotografie. La prima ci dice che all’inizio si era pensato, con sperimentale incapacità, a uno squarcio abbastanza ampio. Poi lo squarcio si riduce almeno della metà, vai a sapere se a seguito dello sconcerto di ytali o dell’esposto, che sembra esserci stato, a tutela di un “segno” che si volle lì ai tempi della Venezia nel passaggio da Napoleone all’Austria.

Oltretutto, dove si trovano adesso i balaustri scomparsi? D’altra parte chi ha permesso il varco pro taxi avrà pensato “ma certo che si può fare”, vedendo che a pochi metri di distanza, qualche anno fa, si costruì un gigantesco sconcio a uso pontile Actv. Della serie una mano lava l’altra. Anche se di simili pontiloni invadenti ce ne sono altri, su tutti quello del Lido per davvero così poco giusto per Venezia, per una riva (che fu bella) sulla laguna, di fronte a un orizzonte che ti sovrasta come Orizzonte Venezia. Dimenticando la disinvolta incertezza se abbatterne di più o di meno di balaustri (è chiaro che il Ministero che si occupa oltre che di Pompei, dei beni e delle attività culturali, avverte però come suo obbligo prioritario il sostenere a Venezia sempre e dovunque il turismo), alle locali Soprintendenze, come si è visto, è bastato esaudire le richieste dei tassisti o di chi per essi. Appunto. E con gli ascensori (sì o no? dipende) la questione si complica. Dice bene l’architetto Giovanni Salmistrari, presidente dei costruttori veneziani:

La città è molto delicata, lo sappiamo, e l’ascensore va inserito con grande attenzione per il contesto architettonico e con tutte le cautele anche rispetto alla statica degli edifici. Ci sono professionisti qualificati per progettarli (…). Certo oggi tutti vorrebbero avere l’ascensore. Abbiamo norme nazionali che ne prevedono quasi l’obbligatorietà. Ma a Venezia resta un intervento difficile e molto costoso. Quasi un lusso, anche se poi va ad aumentare il valore dell’immobile.

Così la voce dell’architetto esperto, membro di un’antica famiglia di costruttori veneziani, gente realisticamente a conoscenza del dritto e del rovescio che accade o che è accaduto nel centro storico. Scivolando dalla parte della politica amministrante si inizia a capire dell’altro, si intuisce che c’è il dritto e c’è il rovescio, ed è quanto ci aiuta a vederci chiaro anche nel mezzo di una pubblica opacità.

La voce dell’assessore comunale:

Per gli edifici pubblici, come le scuole ma anche gli alberghi, esiste l’obbligo di fruibilità. Per questo l’ascensore in qualche modo viene autorizzato. I privati, al contrario, sono un po’ penalizzati. È più facile che a loro l’autorizzazione sia negata. Ci sono poi interpretazioni che complicano le cose.

Chiaro? Chiarissimo. Ci sono privati di prima fascia e ci sono privati di seconda fascia, che sono quelli “un po’ penalizzati”, quelli a cui più facilmente si nega l’autorizzazione a poter fruire di un ascensore, quelli, in breve, caduti nella rete delle “interpretazioni che complicano le cose”. Mentre i privati di prima fascia, siamo a Venezia-Venezia, sono i proprietari di alberghi e delle ricche o ricchissime fondazioni culturali a perdere o i centri commerciali Top Gamma che amano colorarsi con “eventi” culturali prêt-à-porter sul modello, esemplare in negativo, del T Fontego dei Tedeschi. Dove T sta per Tutto ma non per il Rispetto che non c’è stato per un’opera eccezionale di un Rinascimento che pensò Venezia come “città perfetta”, con dentro quel Fontego dei Tedeschi molto frequentato da Giorgione e Tiziano e di cui tutto sapeva anche il tedesco Dürer.

In realtà, solo chi è sufficientemente sprovveduto in campo storico e culturale ignora che a Venezia tra Ottocento e Novecento si è intervenuto con lo sventrare, abbattere, modificare, e lo si è fatto su larga scala più e più volte. Spesso o quasi sempre male, poche volte bene se non benissimo. Il brutto, il modesto, il gratuito nel senso del nulla, lo si vede ovunque: dal Bauer al cosiddetto Danielino; dagli scialbi palazzoni lungo il Rio Novo all’insopportabile errore dell’albergo ai piedi del ponte Calatrava sul Canal Grande; dalle architetture ferroviarie sull’altra riva del medesimo Canal al non si sa perché dell’edificio Cassa di Risparmio su campo San Luca; da quel che non si vede delle infinite ristrutturazioni alberghiere, mangerecce e turistiche all’interno di tanti palazzi storici a quanto è meglio non sapere coi cambi d’uso ottenuti nelle isole, al di là della Giudecca verso Malamocco. E amare sorprese si possono trovare anche a San Giorgio, di sicuro nel caso dell’inconciliabile piattaforma che è stata imposta o spiaccicata in quello che un tempo fu il Cenacolo Palladiano, ora definitivamente annientato.

Allora forse c’è di che ridere anche se, a dire il vero, ci sarebbe di che singhiozzare quando vieni a sapere che al signor Qualcuno o al condomio Caio è stato negata l’autorizzazione a installare nei modi dovuti un ascensore. La storia è vecchia, più vecchia ancora di Matusalemme: ma come, chi ha il compito, su incarico dello Stato, di controllare ciò che ha da essere corretto e compatibile o al contrario ciò che non lo è, si mostra scrupoloso al punto di accorgersi subito della pagliuzza nell’occhio del privato di seconda fascia e non si accorge della trave nell’occhio del privato di prima fascia? E allora? Allora, innanzitutto, bisogna saperli fare i nuovi interventi o restauri o rifacimenti, un nuovo però che non sovverta il senso originario dell’opera architettonica o dell’organismo urbano.

Per intenderci, si guardi a quanto è stato creato da Carlo Scarpa alla Querini Stampalia o al Negozio Olivetti in Piazza San Marco, gioielli di un’architettura “infinitamente indicativa” ( indicativa di un preciso indizio di somma qualità) che hanno potenziato, con un indiscutibile linguaggio moderno, il profondo influsso “veneziano” predisposto da un passato eternamente presente. E questo sia nell’antico Palazzo queriniano a Santa Maria Formosa che nel Negozio Olivetti stante sul piano delle Procuratie Vecchie e nient’affatto lontano dalla Basilica.

Parafrasando il Sergio Bettini del saggio Venezia, scritto negli anni quaranta, “ogni architettura non volgare è un’opera d’arte”. Per mitigare l’assertività (mia) di quanto appena scritto, conviene rifarsi a un integro pensiero di Bettini: “Venezia non ha che la bellezza equivoca dell’avventura”. Ma qui il discorso si fa per davvero difficile, perché non è per niente facile e nemmeno “normale” che il progettato e il costruito dalla mente e dalla mano dell’uomo sappiano mettersi in relazione con il predisposto da un passato eternamente presente o, restando a Venezia, che sappiano come attenersi alla bellezza equivoca dell’avventura o ad altri “valori inapprezzabili”. Forse conviene riportarci all’ironia feroce ma salutare di Enzo Jannacci quando cantava “per fare certe cose ci vuole orecchio”. Intanto siamo giunti alle Procuratie Vecchie, da anni e anni delle Assicurazioni Generali, dove si vedrà se hanno avuto “orecchio” committenti, architetti, soprintendenze, uffici comunali. Leggiamo quanto scritto da Generali Real Estate e che si trova affisso lì dove deve stare se di mezzo c’è un super cantiere.

Riqualificazione dell’intero edificio denominato “Procuratie Vecchie” mediante opere interne ed esterne tra cui la riprogettazione dei collegamenti verticali, modifiche alla sagoma esistente e il cambio d’uso del piano terzo e quarto a spazio funzionale polivalente. Il complesso edilizio è costituito da negozi, uffici, sala conferenze, spazi di accoglienza, spazi distributivi, caffetteria, spazi espositivi, spazi eventi / incontri / condivisione progetti nel rispetto dell’Accordo pubblico/privato fra le Parti ex art.6 della LR 11/2004 approvato con delibera di Consiglio Comunale n.138 del 18/12/2015.

Trang! Trabang! Avrebbe sberciato con il suo maligno Trang! Trabang! Guido Ceronetti dopo aver letto il testo di cui sopra. Solo che se le cose stanno così non pare trattarsi di un affare edilizio di poco conto ( quale sarebbe invece il modestissimo tentativo di installare un ascensore). Quello dichiarato ed esposto dalle Generali parrebbe piuttosto un lavorone – sul punto ormai d’essere ultimato – e che coinvolge le Procuratie Vecchie dai masegni, che delimitano l’area dell’antichissima opera, fino al tetto. Un tetto su cui è stata stesa una schiera di lucernari più grandi dei precedenti (o no?). Aperture risolute, forse condizionate dalle “modifiche alla sagoma esistente e il cambio d’uso dei piani terzo e quarto a spazio funzionale polivalente”. Lo si capirà fra qualche settimana. Quel che si vuol dire, in fondo, non si discosta molto dalla lezione implicita nella parabola della pagliuzza e della trave, anche se prudenza consiglia di riflettere su di un altro avviso dell’evangelista Matteo: “non giudicate, per non essere giudicati”. Ma almeno, senza accorgersi di pagliuzze o di travi negli occhi di chissà chi, possiamo osservare alcune immagini dei lavori in corso diffuse da vari siti compresi quelli delle Assicurazioni Generali? Certo che si può e quelle immagini ci mostrano la dimensione di un intervento che ci convince del fatto che a Venezia si valutano progetti e opere in base a una dura e a volte ingiusta realtà: esistono privati di prima fascia e privati di seconda fascia. Insomma, sembrerebbe che i privati di prima fascia non trovino difficoltà alcuna nel realizzare ciò che è stato realizzato al Fontego dei Tedeschi, a Palazzo Grassi, alla Punta della Salute, oppure alla Scuola Grande della Misericordia e ora alle Procuratie Vecchie.

Antonio Canova infine. A metà degli anni cinquanta per celebrare il bicentenario della nascita di Canova ci fu l’ampliamento o addizione scarpiana della Gipsoteca di Possagno, e fu così che Carlo Scarpa rese ancor più canoviana l’arte incomparabile dell’illimitato artista. Quest’anno invece ricorrerà il bicentenario della morte, che sarà onorato in vario modo e in più occasioni, ma primo tra i primi canoviani in termini di studi, ricerche, innovatrici letture storico-critiche, c’è e ci sarà Giuseppe Pavanello, che in questi giorni vedrà pubblicato il suo più recente contributo in materia: Antonio Canova, Epistolario 1779-1794, edito dal Comitato per l’Edizione Nazionale delle Opere di Antonio Canova. Ma, al dunque, chi imbrogliò l’astro più splendente del neoclassicismo, e quando? Appena morto Angelo Emo ( 731-1792), l’ultimo Capitano Generale da mar della Repubblica di Venezia, inutilmente vittorioso contro i barbareschi ad Algeri, Biserta e Tunisi, il Senato Veneto, pasticciando abbastanza, chiese a Canova un busto a gloriosa memoria dell’ammiraglio. – “ Dopo trattative, ci si accordò su una stele di tipo classico, proposta dal Canova, da collocare nella sala delle Quattro Porte in Palazzo Ducale” –. Com’è e come non è, il marmo fu ultimato nel 1795, ma, come scrisse Pavanello per la superba mostra “Venezia nell’età di Canova, 1780-1830”( inverno 1978, in Ala Napoleonica e Museo Correr)

nel frattempo fu deciso di collocare il monumento nell’Arsenale, con disappunto dell’artista, che dovette allungarlo: certo che all’Arsenale sarà perso, e poi se avessi saputo questo da bel principio avrei pensato di certo in altro modo.

Canova si sentì imbrogliato e si rammaricò non poco per aver accettato l’invito del Senato, impudente fin dall’inizio. Ancora oggi la Stele Angelo Emo si trova lì dove di nuovo Canova non avrebbe gradito, cioè nel Museo Storico Navale a pochi passi dall’Arsenale. Sospinti dalle celebrazioni previste per il centenario della morte perché non pensare a una collocazione della Stele più confacente a quanto desiderato e proposto da Canova? Perché non trovare, nel corso del 2022, il posto migliore per quel marmo per esempio al Museo Correr se non in Palazzo Ducale, a risarcimento dell’imbroglio offensivo subìto da Canova? Se poi si trovassero non molti euro (tra Comune, Marina militare, Ministero della Cultura) per restaurare e ripulire il monumento, come suggerisce lo storico dell’arte Nico Stringa, avremmo strappato un sorriso paradisiaco a colui che riportò a Venezia, dopo Waterloo, molte ed eccezionali cose d’arte, di cultura, di storia, predate in anni napoleonici. Se non altro, si butti via almeno quello stupido sfondo color rosso banal-ministeriale che uccide la visibilità immaginata da Canova per la sua Stele. A tal proposito, si impari da quanto scritto da Paola Marini sulla luminosa magnificenza creata da Carlo Scarpa, spintosi ad ampliare di pensieri arcani le stesse sculture di Canova nella Gipsoteca di Possagno:

Vero filo del pensiero architettonico è la decisione allora assai ardita, di non cercare di staccare le sculture, perlopiù gessi bianchi, su pareti scure ma di immergerle in uno spazio interamente bianco.

Imbrogliarono Canova, figurarsi con gli ascensori e il trang! trabang! alle Procuratie ultima modifica: 2022-02-18T19:17:29+01:00 da FRANCO MIRACCO
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