Adriano, l’imperatore mancato

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Adriano Leite Ribeiro era un fuoriclasse, uno di quei giocatori che da soli potevano cambiare l’esito di una partita. Lo scoprimmo nella notte del 14 agosto 2001, quando al Santiago Bernabéu superò Casillas con una punizione sparata verso la porta del Real Madrid a centosettatntotto chilometri orari. Rimanemmo estasiati da questo ragazzo brasiliano di appena diciannove anni, dalla sua classe infinita e dalla sua potenza fisica senza eguali. Sembrava l’erede naturale di Robaldo, anche lui interista, ma a differenza del “Fenomeno” ha avuto ben altra sorte, assai più sfortunata. Ha compiuto da poco quarant’anni ma è un compleanno triste.

Veniva dalla fame di una favela, aveva sfidato la miseria, la rabbia, il dolore e innumerevoli sconfitte ma non ha retto alla perdita del padre. Ha annegato la depressione nell’alcol e infine si è perso, smarrendo la propria forza esplosiva e dissipando un talento che lo avrebbe potuto condurre sul tetto del mondo. Nei quarant’anni di questo imperatore mancato, è racchiuso dunque il dolore per ciò che sarebbe potuto essere e, invece, non è stato. C’è tutto il dramma di una generazione che prometteva molto e in parte, anche a livello calcistico, ha fallito. E guai a considerare quest’ambito meno importante perché nella società svolge un ruolo decisivo, se non altro per le passioni che muove e per gli innumerevoli interessi che gli ruotano attorno.

[da Twitter: Rizkian Ikhsan @IkhsanRizkian]

Di questo caleidoscopio di sogni e di speranze, Adriano ne è stato per diverso tempo un protagonista. All’esordio gridammo al miracolo: sembrava davvero un portento, un campione venuto dal futuro, con una forza fisica senza eguali e una velocità di esecuzione che lasciavano tutti a bocca aperta. Nel 2004 la sua valutazione arrivò intorno ai cento milioni, soprattutto dopo il coast to coast contro l’Udinese a San Siro, quando il nostro sconfisse, da solo o quasi, un’avversaria ostica e ricca di talento. Era un vento di passioni, un brasiliano atipico, dotato di una resistenza fuori dal comune, capace di coniugare rapidità e intelligenza tattica, classe e proiezione offensiva. Quando era in giornata, era pressoché immarcabile.

Poi,  come detto, si è perso, rimanendo vittima di se stesso e del proprio dolore, della propria incapacità di affrontare la vita e di un successo che ha finito col travolgerlo senza renderlo mai veramente felice. Quarant’anni e innumerevoli rimpianti, anche se non tutto è stato da buttare nel corso di un’esistenza che ci ha fatto conoscere comunque un giocatore destinato a rimanere negli occhi e nel cuore degli appassionati. E che, soprattutto, ci ha mostrato ancora una volta come la ricchezza, la classe e la forza dirompente possano celare dietro di sé una straziante fragilità. Adriano Leite Ribeiro ha perso ma non è uno sconfitto. La speranza è che l’uomo, ormai maturo, possa togliersi le soddisfazioni che sono mancate al calciatore, che possa ritrovarsi ed essere finalmente sereno e in pace con se stesso.

Se ciò dovesse accadere, avrebbe ottenuto la vittoria più significativa: quella contro i suoi demoni, quella che conta davvero, quella che consente a un essere umano di sentirsi realizzato anche quando le cose vanno male e i traguardi sfumano davanti ai propri occhi. Vogliamo immaginare che abbia seminato per qualcun altro, che un altro ragazzo brasiliano, o comunque innamorato del pallone, qualunque sia la sua nazionalità, ne abbia raccolto l’eredità. Qualcosa resta di chiunque, a cominciare da chi, in buona fede, ci ha provato.

Adriano, l’imperatore mancato ultima modifica: 2022-02-19T20:41:06+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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