Venezia e qualità della vita

FRANCO AVICOLLI
Condividi
PDF

Cronaca di una morte annunciata

È stato un bel segno ritrovarsi nei pressi dell’antica fabbrica dell’Arsenale il 6 febbraio scorso spinti dalla paura della perdita e dal desiderio di evitarla in nome di un’appartenenza biologica e culturale, comportamentale, di pensiero, di visione, di piacere. E una buona occasione per riprendere il filo del discorso di una città fatta sempre più a pezzi, trasformata in un arcipelago di utilità di altri, di una Venezia non più capace di scrivere il proprio racconto. ytali. ha accolto diverse riflessioni sul tema, tracce di un’inquietudine per Venezia che va oltre lo spazio lagunare.  

Arsenale, area strategica per il presente e il futuro della città di Nicola Pellicani
L’Arsenale e la modernità della Serenissima di Giovanni Leone
Il futuro dell’Arzanà è il futuro della città di Giovanni Leone
Alcuni chiarimenti sul Protocollo Arsenale di Roberto D’Agostino
L’Arsenale torni alla città di Giuseppe Saccà
Arsenale e città, una simbiosi vitale che Brugnaro sta soffocando di Monica Sambo
Si scrive Arsenale, si legge Venezia di Franco Avicolli
Considerazioni su “Privati di Venezia” di Paola Somma di Roberto D’Agostino

Per quanto tenue, si fa luce un possibile nuovo principio, si profila un’occasione per superare gli schieramenti e mettere assieme le ragioni della città da difendere e salvaguardare nel suo spessore di forma storica, culturale, artistica, ambientale, qualità di vita e del convivere in un tempo dove la sua esistenza è necessità.

Roberto D’Agostino, che per più di dieci anni è stato assessore del Comune lagunare nei settori dell’Urbanistica, della Pianificazione Strategica, della Residenza, dell’Ambiente e delle Relazioni Internazionali, poi presidente della Arsenale di Venezia spa, propone una riflessione in cui si sente l’eco dell’ineluttabile cui Venezia soccombe oltre gli sforzi, e merita attenzione perché è frutto di un’esperienza maturata sul campo, della conoscenza dinamica dei problemi urbanistici di Venezia. 

A Paola Somma, che nel suo libro, Privati di Venezia, muove critiche all’Amministrazione comunale tacciata di compiacenza verso l’interesse privato, D’Agostino risponde citando il recupero di una “enorme quantità di manufatti ex industriali (Stucky, Junghans, Conterie, lo stesso Arsenale e decine di altri),… le grandi isole ospedaliere”, ricordando che l’azione è stata realizzata in un contesto in cui “nessuna decisione in sede locale, per quanto dura e pura, avrebbe potuto riportare in quei luoghi le precedenti attività o attività simili.”  La critica, sostiene l’ex assessore, sorvola sul  recupero di un  patrimonio in rovina, non tiene conto delle “dotazioni culturali (centro civico, teatro Junghans, sale pubbliche)…” realizzate alla Giudecca, degli “incubatori di imprese,…un centro per la cantieristica minore,”; si sviliscono i successi supponendo “accordi opachi con Caltagirone” e senza valutare che la trasformazione del Mulino Stucky in albergo ha permesso la creazione di un centro congressi e residenze, il recupero di “un manufatto abbandonato da oltre quarant’anni imponendo un intervento architettonicamente conservativo”.  Gli interventi sono stati effettuati non per “brama di profitto in un’alleanza di fatto tra amministratori e “poteri forti” e rivolta contro la città”, ma per restituirle  Palazzo Grassi mantenendone “la funzione culturale ed espositiva”; il ponte di Calatrava, il people mover sono stati costruiti per riorganizzare gli arrivi e  “rendere più civile… l’entrata a Venezia da piazzale Roma” per “collegare importanti funzioni regionali (Direzione della Regione, Tribunali, Università) utilizzando il treno invece che mezzi privati” consentendo “a un lavoratore che va e torna dalle due parti di città unite dal ponte di risparmiare un quarto d’ora che, moltiplicato per tutto l’anno, significano oltre trecento ore all’anno”. 

John Singer Sargent, Rio Santa Maria Formosa, 1905

 Note sul privato, pubblico e l’esterno

Ed è proprio la notevole quantità di risultati ad arrecare sconforto, perché l’impegno e i successi, come dice lo stesso D’Agostino, non hanno evitato al conflitto di interessi di pendere  “a favore della privatizzazione”, all’Arsenale di essere “pressoché perduto per la città”, al centro storico di Venezia, aggiungo, di scendere dai 78mila abitanti del 1990 ai 5omila del 2021, con una  diminuzione di popolazione estesa a tutta la città che nel suo complesso passa dai circa 318mila abitanti del 1990 ai quasi 255mila attuali con la  perdita sensibile di 53mila abitanti. Nel frattempo, il turismo cresce dai dieci milioni del 1995 ai trenta milioni attuali, un evento, che “non poteva non cambiare in modo strutturale l‘economia della città”, conclude l’architetto. 

Si tratta pertanto di una conclusione pesante del ciclo, di una prospettiva piuttosto drammatica per Venezia, perché malgrado l’opera realizzata e la passione profusa, non c’è stata nessuna inversione di tendenza. E ciò perché, scrive l’architetto, “le vicende veneziane sono state determinate da condizioni esterne, di difficile se non impossibile controllo in sede locale dove si è sviluppato un forte conflitto tra interessi contrapposti.” E i protagonisti non sono “i duri e puri fautori dell’etica dei principi, le cui posizioni… hanno finito per essere funzionali a chi la città voleva utilizzarla secondo i propri interessi contro gli interessi pubblici, ma chi ha esercitato l’etica della responsabilità cercando, tra errori e contraddizioni, la via migliore per difendere gli interessi di Venezia e della sua comunità di cittadini.” 

Non c’è senso della responsabilità che tenga, quindi, e gli interessi pubblici non sono sufficientemente forti da contrapporsi a quelli privati, in un contesto determinato da “condizioni esterne”, fra l’altro. Ma perché gli interessi pubblici e quelli privati dovrebbero confliggere se condividono, come dimostra la politica degli ultimi trenta anni, l’idea di una Venezia turistica e portuale, malgrado la salute precaria della città e della laguna? Se conflitto c’è, deve essere per ragioni di provenienza e di appartenenza; è certo, però, che la sua natura è esterna, cioè estranea alla città, si riferisce a fattori in contrasto con la ragione di Venezia, con un uso della città che non corrisponde alle attività, alle competenze necessarie, alle esigenze e specificità della città storica lagunare, al valore culturale di Venezia, alla sua qualità. Non si tratta di un esterno contrapposto a un locale, ma di un esterno estraneo alla qualità storica, culturale e civile di Venezia, di un esterno che agisce in modo coloniale e trasforma Venezia in testimone di se stessa, in entità costretta a parlare una lingua non sua e a chiamare le cose con altri nomi. 

John Singer Sargent, Rio di Sant’Andrea, 1902-1904

La ragione di Venezia è Venezia

E se la ragione è esterna, di quale Venezia stiamo parlando? È possibile operare per Venezia e con la convinzione necessaria senza avere il riferimento del suo tempo aperto, dei suoi spazi, dei palazzi,  canali,  chiese e ponti, del mercato di Rialto come luogo di riconoscimento dove si celebra il rito festoso degli acquisti, delle lunghe rive degli Schiavoni e delle Zattere, di San Marco e del suo straordinario complesso monumentale, del suggestivo stare insieme di tanti pezzi testimoni e messaggi di quella creatività umana che costruisce con gli edifici e gli arredi urbani la convivenza e le sue modalità, la felicità,  il  piacere e la ragione per continuare ad operare in  direzione di quanto si produce e si ammira? Venezia è il panorama delle montagne innevate viste dalle Fondamenta Nuove, il profilo della città che umanizza la laguna e la fa sua, gli incontri, le ombre, le gondole, il camminare guardando negli occhi, il soffermarsi sui dettagli che collegano al mondo, danno forma e nome al tempo. Venezia è sentirsi compiaciuti di essere persona, di distinguere qualitativamente i profili e rinnovare la volontà di averli come valori della vita. È l’essenza di città lagunare con l’Arsenale dove il passato è troppo presente per essere retorica, è acqua e modo per viverci nel presente, è ambiguità testimone e annunciatrice, ed è proprio tanto, per pensare di poterlo relegare ad una funzione di supporto senza colpire a morte la natura della città.  

Le “condizioni esterne” sono appunto quelle che decidono il destino di Venezia prescindendo dalla sua condizione di città lagunare con storia inclusa. 

Si tratta di un dato che colloca l’esistenza di Venezia nelle “questioni alte” che non possono cercarsi in una distinzione tra pubblico e privato, ma nel destino della vita e del suo modo di occuparsene. Questo è il vero quesito che pone Venezia ed è questa la ragione per la quale la città è così importante. La sua esistenza suggerire percorsi in una dimensione globale da sempre, cioè da prima che la globalità venisse considerata un dato, coscienza di ognuno e soprattutto di chi è chiamato a prendere decisioni che riguardano la collettività. La questione alta di cui si parla e che comunque si sottintende è che l’Arsenale e Venezia sono volti, forme manifeste della condizione umana in un’epoca in cui soffiano venti di guerra e la vita non gode di buona salute.  

John Singer Sargent, Gradini di un palazzo, 1903

La questione Venezia riguarda la qualità di vita 

L’Arsenale è forma visibile dell’epoca della complessità e le soluzioni parziali possono non essere tali. Venezia è forma realizzata e problematica di questo tempo e la sua esistenza singolare è ragione e modello per affrontare le problematiche globali generalmente collegate a fattori qualitativi delle condizioni biologiche generali. 

Essa riunisce un complesso di valori ai quali fanno riferimento attività e competenze in molteplici settori anche ambientali della vita, una lunga serie di categorie messe in pericolo dall’azione deformante di elementi estranei alla sua condizione di città lagunare, storica, artistica, culturale e sociale che richiedono invece una valorizzazione come bene globale necessario. Tale valorizzazione è possibile dando corpo alla manutenzione programmatica della città a cominciare dall’Arsenale, imprescindibile fabbrica del vivere in acqua.   Il grande patrimonio di Venezia e dell’Italia è appunto la storia divenuta città, sistema di convivenza, non retorico retaggio di quanto accaduto e di facili protagonismi rituali, ma senso e spessore qualitativo di vita. 

E’ questa la base su cui si definisce la produzione della ricchezza italiana in termini di qualità dei beni e della convivenza. L’uso del patrimonio storico, artistico e culturale in una funzione che prescinde dal suo significato e ruolo prioritario agisce sulla vita delle città, sulla tipologia delle attività e sul loro valore qualitativo individuale e collettivo.  Se si trasforma il Colosseo in teatro o l’Arsenale di Venezia in spazio espositivo, si produrranno possibili benefici di carattere economico per esigenze di fruizione di servizi e di personale adeguato. Certamente si indebolirà o forse si perderà la cultura del tempo e delle forme che è alla base della qualità alimentare, industriale e di vita degli italiani: si avranno più camerieri e più tassisti, ma meno architetti e storici con un effetto diretto sulla domanda. In questo senso la questione Arsenale e la questione Venezia sono un confronto sulla qualità della vita.  

Perché non pensare ad un progetto per Venezia come fabbrica museale, civiltà del legno e dell’acqua, monumento della storia e alla sua valorizzazione in senso di vita e non di effimeri interessi turistici?

Immagine di copertina: John Singer Sargent, Sotto il ponte di Rialto, 1909

Venezia e qualità della vita ultima modifica: 2022-02-21T15:52:02+01:00 da FRANCO AVICOLLI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento