Sofia Goggia e le altre: cronaca di un’Italia che va

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Non abbiamo raggiunto il risultato storico di venti medaglie, ottenuto nel ’94 in quel di Lillehammer; fatto sta che la spedizione azzurra degli sport invernali torna da Pechino con un bottino di diciassette medaglie e un tredicesimo posto nel medagliere che non possono che renderci orgogliosi di noi stessi, dei nostri campioni e delle nostre campionesse. Su tutti giganteggia Sofia Goggia, capace di conquistare un argento in condizioni disperate, con le ginocchia malconce per cadute e precedenti infortuni, con annessa rinuncia a essere la portabandiera dell’Italia, e con l’emergere di crepe tutt’altro che risibili con l’altra campionessa dello sci di casa nostra, quella Federica Brignone con cui pare che i rapporti siano davvero ai minimi storici.

Capita, come sostiene il presidente del Coni Malagò, anche sarebbe bene che lo sport placasse gli animi e appianasse i conflitti anziché favorire una contrapposizione che rischia di far male a tutti, specie in vista delle prossime Olimpiadi italiane di Milano e Cortina. Sono mancati gli ori, questo va detto, ma possiamo comunque andar fieri dei traguardi raggiunti.

Pechino: il medagliere finale, Italia è 13/a. Norvegia leader con 37 podi, Cina meglio degli Usa [Ansa]

Abbiamo scoperto, ad esempio, che esiste pure il curling: uno sport con poco più di trecento praticanti che nei prossimi anni, statene certi, crescerà di importanza, smettendo forse di attirare su di sé le facili ironie di quanti lo ritengono pcoo più di un passatempo.

Abbiamo ammirato la classe di Michela Moioli e dell’infinita Arianna Fontana, anche se nel suo caso gli scricchiolii nei confronti della federazione sono stati forti e le conseguenze potrebbero non essere semplici da gestire.

Ci siamo appassionati alla sorprendente rapidità di Francesca Lollobrigida nel pattinaggio e abbiamo ammirato anche i fuoriclasse maschili e femminili delle altre nazioni.

Certo, il Covid ancora non ha allentato la morsa e si è trattato, dunque, di una competizione segnata da restrizioni e obblighi che speriamo di poterci lasciare presto alle spalle. Non c’è dubbio, tuttavia, che le cerimonie di apertura e di chiusura abbiano reso onore all’essenza dello sport e alla meraviglia dello spirito olimpico, capace nell’antichità di fermare addirittura le guerre e adesso di riuscire, quanto meno, a strapparci un sorriso. L’auspicio, in vista dell’appuntamento del 2026, è che l’Italia possa arrivare unita alla meta, conservando almeno una parte dell’entusiasmo che quest’avventura ci ha trasmesso, unendosi idealmente ai trionfi dell’anno scorso.

Sarebbe bello se imparassimo, finalmente, a riconoscere la nostra unicità, il nostro talento e la forza straordinaria di ciò che ci rende stimabili agli occhi del mondo, nonostante la miriade di difetti che, purtroppo, ci caratterizza. Il timore è che, ammainato il tricolore, si possa tornare a respirare un minimo d’aria pulita non prima di novembre, se arrivassimo ai Mondiali in Qatar, o dell’estate 2024, quando si svolgeranno le Olimpiadi a Parigi. È la nostra crudele dannazione, e la sensazione è che non cambieremo mai.

Sofia Goggia e le altre: cronaca di un’Italia che va ultima modifica: 2022-02-22T18:15:00+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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