Datevi pace!

ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Una riflessione, né retorica né ingenua, sul ruolo che i movimenti per la pace devono tornare a giocare in questi tempi difficili… ma non solo nei giorni di conflitto. E su cui forze davvero di sinistra e progressiste dovrebbero tornare a confrontarsi.

Dove sono i movimenti per la pace? Nei giorni antecedenti l’attacco inopinato e proditorio della Russia di Putin all’Ucraina, sui social è spesso rimbalzato questo interrogativo, a volte palesemente e maliziosamente retorico, a volte ingenuo. Poi, nel terzo giorno di guerra, le manifestazioni in tutto il mondo (significativo che le prime siano state proprio in Russia) hanno cominciato a dare una risposta e, se prendete l’elenco delle iniziative dì sabato scorso, solo in Italia, scoprirete che sfiorano le cento città, a cominciare dalle grandi metropoli e proseguendo nei centri medi e piccoli della Penisola. Idem in altri paesi come Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America etc.

La risposta c’è stata dunque, ma sappiamo tutti che non è sufficiente e la domanda rimane legittima. Come quella che riguarda cosa sia stato fatto di decisivo e soprattutto preventivo, dal 2014 a oggi, sulla vicenda Ucraina-Russia dagli organismi internazionali, oppure come si sia proceduto in Europa dal 2015, quando si cominciò a parlare di autonomia energetica ma, sembra, senza un seguito concreto.

Domandarsi dove sia stato il movimento per la pace in questi anni non solo è legittimo ma anche doveroso visto che siamo continuamente chini sulla carta geografica per via di conflitti che assurgono al valore di notizia solo in alcuni giorni dell’anno, ma continuano a mietere vittime tutti i giorni nel mondo e, come accade ormai dalla seconda guerra mondiale in poi, per lo più civili.

Volete un elenco provvisorio? Ci sono agenzie di informazione e analisi specializzate che oggi seguono ogni tipo di conflitto, militare o civile, regolare o irregolare (per esempio ACLED). Sono sotto gli occhi di tutti, anche se non sempre dei media, e a “volo d’uccello” ricordo, in ordine alfabetico: Aceh (Myanmar-Birmania), Afghanistan, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea-Etiopia, Yemen, Libia, Nigeria, Repubblica Centroafricana, Siria, Somalia, Sudan, Uganda… Per non parlare di conflitti non meno importanti con i paesi (quattro) dove vivono i Curdi, le guerre para-islamiche in paesi che sembrano stabili come l’Algeria o “pacificati” come Iraq e Iran, senza contare i paesi militarizzati che combattono i civili al loro interno tutti i giorni. E non vorremo certamente dimenticare Israele e Palestina, che racchiudono un confronto sociale, religioso e culturale preso come concreto e reale pretesto per atti di guerra anche a centinaia e migliaia di chilometri e che, paradossalmente, rappresenta un conflitto di cui da anni si conosce quale dovrebbe essere la fine, due popoli e due stati, ma mai il cammino giusto per arrivarci.

Dunque, direbbe il malizioso e anche l’ingenuo, dove è il movimento per la pace visto che dovremmo stare in piazza tutti i giorni?

Facciamo un passo indietro, alle manifestazioni per la pace della prima e seconda guerra del Golfo, se non addirittura al 1983 degli SS20 e degli euromissili. Quelle centinaia di migliaia, forse milioni presi nel complesso, di cittadini in piazza, a est come a ovest e perfino nel nord e nel sud del mondo, dove sono oggi? Forse la domanda è malposta, e dovrebbe essere: chi sono diventati e per effetto di quali politiche di questi ultimi quarant’anni circa? La fine della guerra fredda ha rappresentato un versante fondamentale, ovviamente, perché ha messo tutti di fronte alla necessità di avere a che fare con un mondo meno pianificato e “semplice” e meno in bianco e nero, televisivamente e culturalmente parlando.

I conflitti sono diventati asimettrici (terrorismo contro forze regolari; hackeraggio contro missili, inutilizzabili senza consenso; forze religiose intrastatuali contro paesi firmatari di trattati di controllo e non proliferazione chimica o nucleare); la divisione non era più tra chi stava di qua e di là dei muri o delle cortine di ferro o nel “cortile di casa”; e i confini totalmente nuovi, per dissoluzione di stati o tracciati da viadotti e condotte di gas più che dalle dogane. Una distorta cultura da “fine della storia”, presto rinnegata persino da chi l’aveva ipotizzata (Fukuyama ha passato più tempo a spiegare o rivedere la sua mala interpretazione che a scrivere nuovi saggi, per dire), ha favorito una inerzia fondata sull’idea che la fine delle ideologie corrispondesse al mero ritorno della geopolitica, che non è mai scomparsa (e ha un senso, come la filosofia della storia, per carità) ma è tornata ad avere un ruolo preminente con le sue spiegazioni etniche e storiche “definitive” che oggi vanno per la maggiore.

Napoli per la pace

Di fronte ai destini assoluti stabiliti, che so, dai tempi dei Sumeri o della MesoAmerica e dei primi slavi della Rus, cosa possono gli ideali e le ideologie? L’idea che alcuni conflitti fossero “naturali”, come “naturali” sono le etnie e le divisioni religiose intramusulmane tra sciiti e sunniti o tra chiese nazionali ed ecumenici, ha preso il sopravvento, circondandoci di esperti che ci hanno segnalato che “i fatti” ovvero il commercio, l’energia e l’economia guidano o devono guidare la diplomazia, e non i desideri degli uomini e degli stati. Sfidati non più dalle ideologie (o dagli ideali) ma da “fatti” ritenuti acclarati e da un mondo postmoderno e presunto razionale perché liberato dalla guerra fredda, i movimenti per la pace hanno indietreggiato, e hanno precostituito così il fardello delle loro colpe.

Sarà perché ho fatto l’obiettore di coscienza in tempi di leva obbligatoria in cui era una scelta con qualche difficoltà (a cominciare da venti mesi contro dodici di servizio al paese) e incomprensione sociale, ma ricordo perfettamente che ci s’insegnava di dover conoscere il proprio avversario al meglio: studiare la geopolitica (conoscerla bene senza adorarla come idolo), comprendere le dinamiche internazionali, conoscere gli armamenti e le strategie militari. Era una regola. Se volevi far avanzare il pensiero nonviolento dovevi saperne una più di loro e saper controbattere, proporre strategie diplomatiche e sociali alternative, dare la disponibilità alla difesa (non violenta) della patria, conoscere lo statuto delle Nazioni Unite e i trattati. 

In breve, dovevi saper spiegare la differenza tra essere pacifista tout court e non violento attivo. 

Torino per la pace

Ecco, questo forse, a essere sinceri, negli anni è venuto meno, favorito da media sempre meno riflessivi e più assertivi sui destini manifesti di un “nuovo ordine“ mondiale che in realtà di “ordinato” ha avuto ben poco, visto che le aree di influenza si sono moltiplicate, inasprite economicamente, e il commercio di armi “liberato” dalla fine della guerra fredda ha prodotto mostri in nazioni indipendenti più militarmente che economicamente o socialmente. A questa assertività dei media, alle analisi di parte trasformate in “fatti acclarati”, non ha fatto seguito nei movimenti per la pace uno sforzo altrettanto vigoroso nella riflessione e nella formazione.

Il nuovo mondo andava analizzato con categorie nuove e non letto con quelle vecchie. A cominciare dal concetto di autodeterminazione dei popoli. Reso intangibile e non focalizzato su ciò che questo significa, di nuovo, in un’epoca globalizzata, con economie e società interdipendenti e certo non solo per il lancio di una nuova scarpa da ginnastica o un disco della star del momento. Al tempo della guerra fredda e fatto salvo il movimento dei “paesi non allineati”, l’autodeterminazione dei popoli seguiva il riflesso condizionato della colpa di stati ex colonizzatori, ma oggi spesso questo concetto serve per dividere ancora di più sul piano sociale o etnico le nazioni esistenti e per trovare sempre una “Danzica” su cui morire o cedere. Ed è strano davvero che per i propugnatori della geopolitica “uber alles” le etnie esistano davvero e guidino tanto quanto le religioni, le scelte umane: come sia applicabile una teoria così razionale (la geopolitica) facendo leva sui sentimenti e le emozioni irrazionali rimane un grande mistero… ma forse spiega il fiorire di sovranismi e populismi che sarebbe bene indicare col loro nome, ovvero razzismo e nazionalismo.

Così la grande propagazione dei media, la trasformazione dei social network in media primari, il loro uso sapiente anche da parte delle “intelligence” degli stati meno democratici, ha reso la politica estera, la diplomazia, i conflitti, un mosaico informativo al servizio dello spettacolo e dell’adrenalina da schermo, togliendo spazio alla riflessione, al confronto diretto ma prudente, al bagaglio secolare della diplomazia, che talvolta ha saputo anche cogliere successi e lavorato per la pace. Da tutto ciò il movimento per la pace si è spesso ritratto. Indignato a volte (anche a ragione, sia chiaro, a volte) ma, così facendo, favorendo le ragioni di chi ha sempre sostenuto che il ruolo dei cittadini, dei popoli, e in ultima sostanza della politica è seguire la geopolitica e non provare a guidarla.

Sono rimasti i più convinti (da obiettore ad “affermatore” di coscienza si diceva una volta) ma le marce, le fiaccolate, le preghiere ecumeniche, i gemellaggi internazionali e interculturali sono diventati molto “fuorimoda” o in alcuni casi quasi vintage.

Firenze per la pace

Eppure la Marcia Perugia Assisi si fa ogni anno. E gli argomenti non mancherebbero nel giorno per giorno: a che punto è la riforma delle Nazioni Unite? Quando si applicherà la Carta Onu che prevede anche uno Stato Maggiore e truppe di pronto intervento di interposizione? Quando finirà la seconda guerra mondiale con la struttura derivata del Consiglio di Sicurezza che esprime solo veti incrociati al momento delle più gravi crisi internazionali? E l’Unione Europea, che ruolo vuole svolgere? Ha intenzione di avere una sua autonomia tecnologica, energetica e, inevitabilmente, di difesa indipendente ed eventualmente integrata rispetto la Nato? Certo sono discorsi complessi, che mettono accanto alle scelte ideali del cittadino semplice amante della pace i passi politici che possono cambiare la storia: sui social ci si può dichiarare pacifisti e chiedere lo scioglimento immediato degli eserciti, ma se sei nonviolento e conosci e pratichi la politica sai che si tratta di un lungo processo storico da intraprendere con studio, misure politiche adeguate, e la pazienza (sempre rivoluzionaria) di costruire le condizioni nel tempo perché si realizzi.

Ecco, dunque, un altro aspetto importante: il divorzio tra i movimenti per la pace e la politica. Gli ultimi anni hanno segnalato anche questa difficoltà ovvero la disillusione e la sfiducia negli strumenti politici e diplomatici, l’assenza di relazioni tra movimenti per la pace e rappresentanti parlamentari. A volte a priori, anche quando venivano da quelle stesse e comuni esperienze politiche. Come fosse un’onta e non una opportunità avere sodali in parlamento. Certo, questo è stato facilitato anche dall’assenza di politiche per la pace nei partiti sopravvissuti alla crisi di rappresentanza.

Soprattutto a sinistra, da quanti decenni non sentiamo un leader progressista di livello nazionale o internazionale appellarsi, non nell’ora del bisogno, ma in un congresso o in una riunione in tempi “normali”, alle tematiche della difesa e del rafforzamento della pace e dei diritti nel mondo? A destra non mi stupisce, anche se non è obbligatorio essere conservatori e guerrafondai, ma a sinistra, tra i progressisti, quanti – troppi, quasi tutti – hanno accettato la politica, anzi la “geopolitica dei fatti”, per cui tutti i conflitti sono inevitabili e solo la forza o l’astuzia sembrano essere la bussola delle scelte politico-diplomatiche possibili? 

Senza rappresentanza politica alla fine i movimenti, le ONG, le associazioni hanno deciso di muoversi in prima persona svolgendo un utile – a volte indispensabile – lavoro quotidiano, ma non sempre cogliendo il quadro generale. Colpa della politica, certo, ma quanti leader di associazioni, ONG o di movimenti per la pace hanno cercato negli anni di ricostruire una cultura e una formazione culturale che desse risultati politici di lungo periodo, costringendo le classi dirigenti dei partiti e dei governi a dare risposte concrete in campo politico e diplomatico? Intendo una cultura diffusa, slogan comprensibili al volgo, proposte politiche concrete e realizzabili, soluzioni alternative ai conflitti paragonabili e misurabili. A una mancanza si è risposto di fatto con un’altra mancanza e un certo grado di reciproco fastidio.

Roma per la pace

La lista delle cose da analizzare sarebbero molte: le politiche di difesa, e quelle di difesa non violenta (quanti ricordano che il governo Prodi mise in atto studi sulla difesa non violenta e senza armi?); le leggi (e la Costituzione) che regolano la partecipazione ai conflitti dell’Italia e che obbligano a passare in parlamento per la guerra ma non per la decisione di andare nelle missioni, anche di pace (in parlamento si vota solo il finanziamento ma non le ragioni di un’azione anche di interposizione e quindi di fatto non la si giudica politicamente…); e poi, ancora, le regole del nostro comparto industriale di produzione di armi che ha bisogno di coerenza: non puoi voler chiudere per l’Egitto (caso Regeni) e aprire per l’Ucraina (caso invasione Putin), devi avere una politica ufficiale di controllo ed eventuale legittimo utilizzo (c’è una legge, per fortuna, e fatta bene, da decenni, ma i passaggi applicativi vanno rivisti); e poi la riforma del servizio civile, la possibilità di servizio civile alternativo nelle missioni di pace, un servizio civile alternativo in Unione Europea. 

Tutti temi che postulano competenze specifiche, voglia di misurarsi, eliminazione delle vanità personali o di associazione che – diciamocelo con franchezza – è uno dei problemi in tanti settori del volontariato e dell’associazionismo, dove si cerca sempre di far primeggiare la propria ONG, associazione o movimento e il settore specifico di cui ci si occupa… molto umano, ma non bello da vedere, soprattutto nel campo della lotta al disagio o nelle carceri e con gli ultimi.

Ecco, un bel compito per la democrazia del futuro e per una sinistra che voglia riconnettersi col suo “popolo” e parlare al paese intero: avere una politica per la pace significa avere politiche per la difesa e l’immigrazione, per l’accoglienza e la diplomazia, per la cooperazione internazionale e l’economia. E per l’associazionismo, le ONG e i movimenti per la pace avere risposte politiche e relazioni con la politica significa essere presenti sempre, nel giorno per giorno, nella cittadinanza attiva, e non solo dover giocare “in difesa”, nei giorni fatidici e tristi delle manifestazioni di piazza e delle bandiere a lutto. E delle domande maliziosamente retoriche.

Datevi pace! ultima modifica: 2022-02-27T18:52:06+01:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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