Per Trump l’unico nemico è interno

L’ex presidente sempre più lanciato verso una nuova candidatura nel 2024. Parla poco di Ucraina e ancor meno della Russia di Vladimir Putin (se non per lodarlo). Perché nel frattempo anche il Partito repubblicano, che era un bastione della lotta contro l’Unione sovietica, ha trovato più di qualche punto in comune con le idee dell'ex agente del Kgb.
MARCO MICHIELI
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Sabato scorso a Orlando, in Florida, l’ex presidente Trump ha parlato alla Conservative Political Action Conference, o CPAC, l’evento politico che riuniva un tempo l’ala conservatrice del partito e che oggi raduna attivisti e supporter di Trump da ogni angolo del paese. Un’occasione da non perdere per l’ex presidente che ha fatto capire di volerci riprovare nel 2024 per sfidare Biden in difficoltà nei sondaggi. Domenica, un sondaggio del Washington Post/ABC News ha infatti mostrato che l’indice di approvazione nazionale del presidente democratico è sceso al 37 per cento, il più basso di sempre. A conferma del consenso che Trump gode nella base repubblicana, invece, il sondaggio realizzato all’interno della CPAC ha indicato il repubblicano come il candidato più popolare, con il 59 per cento. Quattro punti in più rispetto allo scorso anno.

Chi lo segue nelle preferenze della destra repubblicana è il governatore della Florida, Ron DeSantis, con il 28 per cento di sostegno, circa 7 punti in più rispetto allo scorso anno. E non è casuale. DeSantis è in prima fila nella lotta contro la “cancel culture” e il “wokismo”, come amano definire tutti coloro che si battono per una maggiore consapevolezza delle questioni sociali e politiche, in particolare quelle legate al razzismo. A questi temi DeSantis ha aggiunto anche il “faucismo”, dal nome del Dottor Anthony Fauci, per segnalare la propria opposizione al tentativo del governo di prendere il controllo unilaterale sulle vite di un’intera nazione sotto la maschera di un’emergenza nazionale senza fine, leggi Covid-19 e l’obbligo di portare la mascherina. In Florida DeSantis è anche appena riuscito a far approvare una legge – soprannominata “Don’t Say Gay” dai critici – che vieta qualsiasi discussione nelle classi della scuola primaria di questioni relative all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Le tematiche sociali e il loro insegnamento a scuola, unite alla protesta contro le restrizioni anti-Covid, sono da tempo al centro dell’attenzione dei repubblicani. E probabilmente le elezioni di metà mandato – e forse le elezioni presidenziali – si giocheranno su questi temi, almeno per mobilitare i propri elettori. 

Per questo, nel suo discorso di sabato, Trump ha affermato che le “persone più pericolose sono all’interno” degli Stati Uniti. “Per quanto gravi siano i pericoli all’estero, è la distruzione all’interno che determina la nostra rovina”, ha poi proseguito. Ha poi invitato i propri sostenitori a difendersi dai “fascisti di sinistra” che “insegnano ai nostri figli a odiare i loro genitori mentre ci chiamano odiosi razzisti”. La Russia è sembrata molto lontana nei discorsi di Trump. Anzi, per certi versi, ha descritto gli Stati Uniti come la Russia:

Usano le grandi tecnologie per censurarvi. Usano lo stato profondo per spiarvi. Usano le agenzie di intelligence per incastrarvi. Usano i media per calunniarvi. Usano il sistema legale per perseguitarvi. È una persecuzione. Usano elezioni truccate per privarvi del diritto di voto e distruggervi e rovinare le vostre vite.

Sull’invasione russa dell’Ucraina poche parole, se non per lodare se stesso visto che è “l’unico presidente del Ventunesimo secolo sotto la cui sorveglianza la Russia non ha invaso un altro paese”. La Russia ha infatti invaso la Georgia durante l’amministrazione del presidente George W. Bush, la Crimea durante l’amministrazione del presidente Barack Obama e l’Ucraina la settimana scorsa. Trump ha anche detto che il presidente russo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato dall’uscita caotica degli Stati Uniti dall’Afghanistan e che non sarà scoraggiato dalle sanzioni finanziarie e diplomatiche. Parole che arrivano pochi giorni dopo l’elogio all’intelligenza di Putin per il riconoscimento delle repubbliche autonome del Donbass.

Per il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, qualche parola di lode. Lo stesso presidente che Trump cercò di coinvolgere nelle vicende interne statunitensi – condizionando gli aiuti militari a operazioni di diffamazione verso Joe Biden – e per il quale il repubblicano subì il primo impeachment.

Poi né lui, né altri prima di lui, hanno più parlato di Russia. Né DeSantis, né un altro aspirante presidente come il senatore del Texas Ted Cruz. E non è solo legato al disinteresse forse più generale per le vicende della politica estera. 

Nel frattempo, infatti, il Partito repubblicano è cambiato. L’identificazione di Putin come modello politico non è più confinata ai margini del partito. E per molti repubblicani si tratta anche di difendere la legittimità dei quattro anni precedenti.

Il fascino nei confronti della Russia putiniana infatti non nasce con l’elezione di Donald Trump, che semmai la conferma e la rafforza. Che prima dell’arrivo di Trump ci fosse all’interno del Partito repubblicano una componente molto minoritaria e con forti basi religiose, che esibiva profonda ammirazione per Putin, era cosa nota.

Nel 2013 infatti è una delle personalità rilevanti della destra repubblicana, Pat Buchanan, a tessere le lodi del presidente russo. Buchanan ha infatti per certi versi anticipato molte delle tematiche di cui Trump si è fatto portavoce all’interno del Partito repubblicano. Ex assistente e consulente speciale di Nixon, Ford e Reagan, è stato per anni l’avversario dei Bush. Sfidò Bush padre alla primarie del 1992 e corse contro Bush figlio come candidato di un terzo partito. Si considera un paleoconservatore – una filosofia politica che mette assieme nazionalismo americano, conservatorismo fiscale, cristianesimo e tradizionalismo – e in questa veste si oppone all’immigrazione, favorisce il nazionalismo economico e desidera una politica estera non interventista.

Buchanan, in un editoriale che suscitò dibattito, si chiedeva se Putin fosse un paleoconservatore e quindi un possibile alleato. Il politico conservatore si rispondeva positivamente. Per Buchanan Putin infatti assomigliava davvero a un conservatore di stile americano: sostenitore della religione organizzata (in particolare della Chiesa ortodossa), contro la comunità LGBTQ della Russia, duro con il terrorismo, fermo nella sua opposizione all’intervento militare in Siria.

Scriveva Buchanan:

Mentre la sua posizione di difensore dei valori tradizionali ha attirato la derisione dei media occidentali e delle élite culturali, Putin non ha torto nel dire che può parlare per gran parte dell’umanità. […] Sta cercando di ridefinire il conflitto mondiale del futuro ‘noi contro di loro’ come uno in cui i conservatori, i tradizionalisti e i nazionalisti di tutti i continenti e paesi si ergono contro l’imperialismo culturale e ideologico di quello che lui vede come un Occidente decadente.

Putin evocava già allora quei valori che per alcuni erano gli stessi che avevano reso “Grande l’America”, prima del “multiculturalismo” e del “cosmopolitismo” che, dicono i conservaori, avrebbe portato il caos nella società americana. 

Un entusiasmo all’epoca – siamo all’inizio del secondo mandato di Barack Obama – condiviso anche da altre personalità della destra. Matt Drudge, fondatore del noto sito online conservare Drudge Report, all’epoca definì Putin come il leader del mondo libero. Poche voci ma che hanno un seguito nelle minoranze di destra del partito. Ai sopra citati si dovrebbe aggiungere le personalità organizzate attorno al Ron Paul Institute.

Senza dimenticare che Mitt Romney, candidato presidente repubblicano nel 2012, definì al Russia come il principale avversario geopolitico degli Stati Uniti, già allora una parte del Partito repubblicano ammira Putin per il suo conservatorismo religioso e sociale e la difesa della tradizione. Aspetti di Putin che affascinano anche molti altri politici anche in Europa e in Italia, dove il rifiuto delle istituzioni europee, la perdita di sovranità nazionale e la paura della “diluizione” culturale trovano terreno fertile.

Nel tempo però il sentimento positivo verso Putin si allarga oltre i confini di questa componente minoritaria del Partito repubblicano. Quello che ne viene messo in rilievo è lo stile di leadership, l’autoritarismo e il machismo esibiti da Putin in occasione dell’annessione della Crimea. Nel 2014 su Fox News è infatti l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, non ancora avvocato di Trump, a dichiarare che Putin ha mostrato cos’è la leadership agendo coraggiosamente e rapidamente per affermare gli interessi della sua nazione in Crimea.

Sempre su Fox, l’ex candidata vice-presidente Sarah Palin suggerisce che il presidente russo è molto più virile del presidente degli Stati Uniti:

Obama, la percezione di lui e della sua potenza in tutto il mondo è di una tale debolezza. Guardate, la gente guarda Putin come uno che lotta con gli orsi e trivella il petrolio. Guardano il nostro presidente come uno che indossa i “mom jeans”, ceh fa delle gaffes e che blatera.

Quindi è il turno di Rush Limbaugh, il noto e influente conduttore radiofonico conservatore, che si disse sorpreso di trovare in Putin qualità ammirevoli che mancavano a Obama. 

Ma è tra i conservatori cristiani del partito che l’ammirazione per Putin si fa strada. Per il leader evangelico conservatore Franklin Graham, il leader della National Organization for Marriage Brian Brown e per il portavoce dell’American Family Association Bryan Fischer sono l’omofobia e l’islamofobia che rendono Putin una delle loro figure preferite. Franklin Graham, figlio del noto predicatore Bill Graham e sostenitore della primissima ora di Trump, dopo un suo viaggio in Russia dichiara:

Apprezzo molto che il presidente Putin stia proteggendo i giovani russi dalla propaganda omosessuale. Se non altro per dare loro la possibilità di crescere e prendere una decisione per se stessi. Di nuovo, gli omosessuali non possono avere figli, possono prendere i figli degli altri. Credo che il presidente Obama (e ripeto, è una persona molto simpatica) stia portando l’America sulla strada sbagliata. Sta prendendo posizione contro Dio.

Quando arriva Trump come contendente alla primarie repubblicane, il mito dell’uomo forte che Putin incarna e l’ideologia che per molti il presidente russo cerca di difendere – non senza ambiguità verso posizioni anti-islamiche e a difesa dei bianchi – ha già una propria base nel partito. Non certamente mainstream. Anzi.

Che siano posizioni marginali lo si vede anche nella campagna per le primarie repubblicane. Jeb Bush, non ancora candidato, dichiarava che avrebbe voluto una politica estera più dura verso la Russia di Putin. Un altro candidato, l’ex ceo di Hewlett-Packard Carly Fiorina definiva il presidente russo “a bad dude”. L’ex governatore del Texas Rick Perry accusava invece Putin di usare l’energia per tenere in ostaggio gli alleati degli Stati Uniti. Le critiche alla debolezza della politica di “reset” di Obama – il tentativo del presidente democratico di migliorare le relazioni tra Russia e Stati Uniti – occupano un posto centrale nella battaglia delle primarie repubblicane, soprattutto per attaccare l’ex segretario di stato di Obama, Hillary Clinton, in corsa per la Casa Bianca.

Il ministro degli esteri russo Lavrov e l’allora segretario di stato Hillary Clinton

Tra i contendenti delle primarie repubblicane dell’epoca chi ha invece una posizione diversa sulla Russia di Putin è Donald Trump. Che esprime anzi ammirazione per il presidente russo (lo fa da tempo). E in quella sua travolgente e inarrestabile campagna elettorale le sue dichiarazioni suscitano perplessità e scandalo ma non ne intaccano in maniera esiziale – almeno da un punto di vista elettorale – l’immagine. Anche quando fa affermazioni di una qualche gravità.

Di fronte alle domande sulle uccisioni di giornalisti da parte del regime putiniano, Trump per esempio risponde che Putin

[…] sta gestendo il suo paese e almeno è un leader, a differenza di quello che abbiamo in questo paese. Penso che anche il nostro paese faccia anche un sacco di uccisioni.

Suggerisce anche che potrebbe riconoscere il controllo della Russia sulla Crimea. E qualche mese prima delle elezioni invita la Russia a lanciare un’operazione di spionaggio contro il suo principale avversario politico, hackerando il server di posta elettronica di Hillary Clinton per trovare 30.000 email che l’ex segretario di stato avrebbe cancellato:

Russia, se stai ascoltando, spero che tu sia in grado di trovare le 30.000 email che mancano.

Poco prima della dichiarazione di Trump, WikiLeaks aveva pubblicato circa 19.000 email che erano state rubate dai server della Democratic National Committee da hacker legati alla Russia. Trump poi vince le elezioni contro Hillary Clinton. E si rafforza il sentimento positivo di Trump verso l’ex presidente russo. E Putin ricambia. L’approccio “America First” di Trump infatti verso gli alleati americani, in particolare la Nato, ne è la ragione principale. Trump pensa che le alleanze degli Stati Uniti siano utili solo come strumenti per ottenere qualcosa in cambio. Meglio se soldi. Tanto da chiedersi perché proteggere paesi come Estonia, Lettonia e Lituania se non pagano. Una manna per Putin.

Ma il rapporto con la Russia di Putin non si basa solo sull’ammirazione o perché una parte della base di Trump condivide molte delle idee di Putin.

Questo intreccio caratterizza tutti i quattro anni della presidenza di Trump. Mentre affronta vicende di politica estera, il presidente repubblicano dovrà infatti difendersi dalle critiche per il ruolo che la Russia ha svolto nella campagna elettorale che ha portato il repubblicano alla Casa bianca. I due diventano come legati a doppio filo nello scenario americano e almeno dal punto di vista della sopravvivenza politica di Donald Trump.

Da parte sua Trump continua a contestare qualsiasi coinvolgimento russo negli hackeraggi legati alle elezioni. Che ne fosse consapevole o meno, è la sua legittimità come presidente che viene però messa in discussione. E che le inchieste di Robert Mueller non scagionano. Anzi ne mettono in evidenza le moltissime falle. L’epilogo è il tentativo di Trump di congelare 391 milioni di dollari in assistenza vitale per la sicurezza ucraina nel 2019, per aumentare le sue prospettive di rielezione e costringere il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a indagare sulla famiglia Biden. Trump sperava di trovare prove a supporto di una teoria della cospirazione infondata secondo la quale il procuratore anti-corruzione ucraino era stato rimosso perché stava indagando su Burisma, una società ucraina di gas naturale nel cui consiglio di amministrazione sedeva Hunter Biden.

Il presidente ucraino Volodymyr Zalenskyy e l’allora presidente Donald Trump
Per Trump l’unico nemico è interno ultima modifica: 2022-02-28T17:37:02+01:00 da MARCO MICHIELI

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