L’Africa e il dilemma russo

L’intensità delle relazioni economiche e militari di molti paesi africani con Mosca rende problematica una posizione critica nei confronti del Cremlino dopo l’invasione dell’Ucraina.
FRANCESCO MALGAROLI
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Il 28 febbraio del 1992 la Russia aprì la propria ambasciata in Sudafrica. Trent’anni fa, un giorno storico che probabilmente il governo sudafricano in questo momento avrebbe fatto a meno di festeggiare. Negli anni Sessanta a Mosca c’era una sede dell’African National Congress, allora in esilio – per dire, l’ex capo dello stato Thabo Mbeki dall’69 all’71 risedette lì. Adesso c’è la guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina, le cose sono assai diverse e il ministero degli esteri, in occasione della ricorrenza, ha chiarito: “È un test significativo per l’amicizia tra noi e il Sudafrica”. Non c’è bisogno di altro per il plenipotenziario moscovita. Una parola è poca e due sono troppe.

La ministra delle relazioni internazionali di Pretoria, Naledi Pandor, non è però sulla lunghezza d’onda di Mosca e l’ha espresso subito: la Russia deve fare retromarcia e andare a casa, l’Ucraina è uno stato sovrano. La cosa non è andata giù al presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, in equilibrio precario in una guerra che per molti versi riguarda anche la nazione un tempo Arcobaleno, legata mani e piedi al Cremlino. 

Cyril Ramaphosa e Vladimir Putin. Nell’immagine di coperrtina l’ex-presidente sudafricano Jacob Zuma con Vladimir Putin

Il Sudafrica è uno degli Stati appartenenti al Brics, l’organizzazione delle cinque nazioni emergenti a cui la Russia appartiene. Tra Mosca e Pretoria c’è un’amicizia: passa per il denaro che il Sudafrica deve ha dare alla grande madre. In realtà poco per loro, ben di più per chi ha un debito pari al dieci per cento di quel che ha messo da parte per la sanità. Quel debito è un abbraccio forse mortale con il Cremlino e quindi Mzansi, un affettuoso nome xhosa [lingua nguni parlata in Sudafrica e Lesotho – Ndr], si è limitata a chiedere un generico ritiro delle truppe senza condannare un’invasione per non suscitare reazioni.

Molta parte dell’Africa ha debiti che Mosca può esigere in qualsiasi momento. Libia, Repubblica Centrafricana (Car), Mali, Sudan, Mozambico, sono sempre più legati alla Russia. In molti paesi si combatte la jihad islamica e per batterli è arrivata la Wagner, una compagnia privata russa che fornisce tutto il necessario, armamenti, uomini e anche istruttori. Mercenari insomma, ci sono in Mali e ci sono, o ci erano stati, a Maputo. Poi c’è la parte militare vera e propria, un giro di affari da capogiro. Quando gli stati africani si sono riuniti, dopo l’inizio della guerra, è venuto fuori un documento nel quelle “si esprime costernazione per quello che sta succedendo”, ma non si va oltre. Solo il Kenya si è espresso in maniere netta, criticando il Cremlino. In un’analisi sulla cooperazione tra Africa e Russia del 2021 c’è la risposta: “Nessuno stato africano dal 2014 ha voglia di opporsi a Mosca e ogni volta che alle Nazione Unite c’è una votazione su temi concernenti l’Ucraina molti degli Stati esprimono una posizione neutrale”.

Prima di tutto ci sono gli affari. In agricoltura Mosca e Kiev hanno forti legami con l’Africa. Nel solo 2020 la Russia a venduto all’Africa grano per quattro miliardi di dollari: in Egitto, Nigeria, Sudan, Kenya, Algeria, Tanzania e Sudafrica. E l’Ucraina, con il 2,9 miliardi di dollari, 48 per cento del frumento, era appena sotto. Russia e Ucraina, con il dieci e il quattro per cento del prodotto agricolo dato all’Africa, surclassa l’Europa. A Mosca i prezzi si sono alzati subito: 21 per cento il mais, 35 per cento il frumento, 11 per cento i girasoli. I fertilizzanti, strumenti necessari in paesi aridi che hanno avuto un aumento medio del trenta per cento l’anno scorso, già hanno iniziato ad aumentare. Gli analisti si stanno preoccupando che la guerra abbia effetti nefasti per il continente africano. La rivista The Conversation Africa dice che il conflitto metterà ko la domanda globale dei prodotti agricoli, a cominciare dalle regioni desertiche.

L’exporto di grano russo e ucraino verso l’Africa

C’è una cosa soltanto che in parte dell’Africa c’è e non c’è in Europa: il gas. La Brookings Institution osserva come il Senegal, scoperti quaranta trilioni di metri cubici di gas tra il 2014 e il 2017, alla fine dell’anno può cominciare a pompare verso l’Europa. Nigeria, Niger e Algeria aumenteranno la produzione di gas liquefatto e hanno firmato, pochi giorni prima dell’invasione russa, un progetto con l’Europa di tredici milioni di euro per lo sviluppo di una pipeline “verde”. Il Sudafrica è il secondo esportatore al mondo di palladio, metallo duttile usato, per esempio, in componenti elettroniche. Il primo produttore è il Cremlino, ma con le sanzioni contro la Russia Pretoria diventerà fondamentale.

Lo zar Putin – “il truffatore lestofante” pensando a Nexflix e al documentario “Tinder Swindler”, la storia vera di un imbroglione di donne sole attraverso un sito di appuntamenti – è un “criminale, un corruttore che con la cleptocrazia si è impossessato di tutto”, dice al Daily Maverick Bill Browder, amministratore del fondo di investimento Hermitage Capital Management che si occupa di Russia. “Ha un patrimonio di duecento miliardi di dollari presi dalle casse del paese”.

Ora l’Africa deve scegliere. Per secoli l’Europa ha depredato ogni cosa possibile, donne, bambini e uomini e ricchezze all’Africa. Così l’Africa si è rivolta a Est, e da lì, e dalla Cina, è venuto il sostegno e, di nuovo, in cambio delle ricchezze. Con lo scoppio della guerra ora si trova a scegliere, in un contesto politico drammatico, da che parte stare.

L’Africa e il dilemma russo ultima modifica: 2022-03-01T20:27:01+01:00 da FRANCESCO MALGAROLI
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