#Pasolini100. Incontri con il “corsaro”

Settembre 1975, Milano, Festival dell’Unità. Due mesi dopo a Campo dei fiori per i suoi funerali romani. L’ultimo mio “incontro” risale al 2015, quando tornato in libertà Pino Pelosi venne a gestire il bar Zì Elena a Testaccio nella piazza principale del quartiere.
ALDO GARZIA
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Questo 2022 è l’anno del centenario di Pier Paolo Pasolini (1922-1975). Saranno moltissime le iniziative che lo ricorderanno. Del resto, ognuno di noi ha un rapporto particolare con i suoi romanzi, le sue poesie, il suo cinema, i suoi articoli su quotidiani e settimanali.

Nel 1973 il caso mi ha portò a vivere a Testaccio, quartiere che mi ha adottato e che non sostituirei con nessun altro a Roma: popolare, centrale, buoni trasporti, mercato famoso, abitanti affabili pur mutati socialmente nel corso dei decenni. Tra le prime cose che feci fu andare a visitare il Cimitero acattolico denominato “degli inglesi”, alle spalle della Piramide di Porta San Paolo. Volevo rendere omaggio ad Antonio Gramsci sepolto in quel luogo, non lontano dai poeti inglesi Shelley e Keats. Portai con me la poesia Le ceneri di Gramsci che Pasolini scrisse nel 1954. Si tratta, da parte sua, di un commosso pensare a Gramsci collocando la riflessione in forma poetica nella suggestione del luogo e del quartiere un tempo operaio e di artigiani che ne ospita i resti.

Cito un brano di quel testo:

Già si accendono i lumi, costellando Via Zabaglia, Via Franklin, l’intero Testaccio, disadorno tra il suo grande lurido monte, i lungoteveri, il nero fondale, oltre il fiume, che Monteverde ammassa o sfuma invisibile sul cielo. Diademi di lumi che si perdono, smaglianti, e freddi di tristezza quasi marina… Manca poco alla cena; brillano i rari autobus del quartiere, con grappoli d’operai agli sportelli, e gruppi di militari vanno, senza fretta, verso il monte che cela in mezzo a sterri fradici e mucchi secchi d’immondizia… e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio il vento che cade in tremiti di bufera, è ben dolce, benché radendo i cappellacci e i tufi del Macello, vi si imbeva di sangue marcio, e per ogni dove agiti rifiuti e odore di miseria.

Pier Paolo Pasolini di fronte alla tomba di Antonio Gramsci, cimitero acattolico, Roma

È la descrizione di un quartiere povero in pieno secondo dopoguerra, molto diverso dall’attuale, dove si udivano ancora i rumori degli artigiani e dei bottai che avevano le loro botteghe nei pressi del Cimitero degli inglesi. Il mio leggere quella poesia di Pasolini di fronte alla tomba di Gramsci era stato una sorta di rito di iniziazione per un futuro testaccino che aveva iniziato a studiare I quaderni del carcere.

Di Pasolini ho poi un ricordo controverso, amaro. Lo incontrai – io ventenne – nel settembre 1975 a Milano, nel corso di un Festival dell’Unità, due mesi prima del suo assassinio. Vi ero andato animato da grande curiosità. Ero in quel periodo un accanito lettore dei suoi articoli sul Corriere della Sera che venivano collocati in prima pagina grazie all’intelligenza giornalistica e culturale del direttore Piero Ottone. Ascoltai le parole di Pasolini con notevole fastidio: criticò la modernizzazione sociale in atto negli anni seguiti al boom economico, l’omologazione crescente degli stili di vita, l’aspirazione alla libertà di aborto delle donne, il movimento studentesco che si era scagliato qualche volta contro la polizia (citò a proposito la sua poesia Valle Giulia). 

Finii per abbandonare Parco Sempione, dove si svolgeva il confronto con Pasolini, prima che lo scrittore terminasse uno dei suoi interventi. In quel frangente, rimuginai tra me e me un giudizio assai critico verso ciò che avevo ascoltato: mi sembrò un conservatore seppure brillante e letterario, oltre che dall’eloquio affascinate. Neppure i suoi ultimi film mi avevano convinto (Il decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte). Mi erano apparsi inutilmente estetizzanti. Un po’ di tempo dopo avrei letto Scritti corsari e Lettere luterane, le sue riflessioni più giornalistiche, trovandovi invece tanti spunti di utile riflessione e cominciando a comprendere le sue preoccupazioni.

Due mesi dopo quel settembre 1975, nel quale l’avevo visto e ascoltato a Milano, ero a Campo dei fiori per partecipare ai funerali romani di Pasolini. Avevo appreso con sgomento del suo assassinio comprando di buon mattino un quotidiano alla Stazione Termini, dove ero arrivato dopo una notte trascorsa in treno. Il corteo partì da Largo Arenula, dove aveva sede la Casa della cultura ed era stata collocata la camera ardente. Ricordo un emozionato e straordinario discorso di Alberto Moravia, grande amico di Pasolini. In piazza, ricordo la presenza di Walter Veltroni, Goffredo Bettini, Ferdinando Adornato e altri dirigenti della Federazione giovanile comunista. Fu un pomeriggio triste quel 5 novembre 1975, con il cielo gonfio di pioggia ma che non infierì su chi aveva affollato Campo dei fiori. 

Edizione svedese de Le ceneri di Gramsci

Un altro “incontro” con Pasolini mi capitò di averlo a Stoccolma negli anni Duemila, quando fui ospite dell’Istituto italiano di cultura e mi fu assegnato “l’appartamento Pasolini” nello splendido edificio disegnato dall’architetto Gio Ponti, lo stesso dove lo scrittore aveva soggiornato nell’ottobre 1975 fino a poche ore prima del suo assassinio (negli anni Settanta direttrice dell’Istituto era Lucia Pallavicini). Venni a sapere che il poeta era andato a Stoccolma per presentare la sua raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci, editore Cockelberghs Förlag, e forse per saggiare le voci che lo volevano tra i candidati al Nobel. Il 30 ottobre 1975 tenne anche un incontro di grande interesse con alcuni critici cinematografici svedesi (il testo con domande e risposte è stato pubblicato nel numero del 16 dicembre 2011 de l’Espresso). Pasolini è tuttora molto conosciuto e tradotto in Svezia. Nell’Istituto di cultura ci sono foto e documenti che ricordano la sua presenza.

L’ultimo mio “incontro” con Pasolini risale al 2015, quando tornato in libertà Pino Pelosi – condannato in via definitiva come assassino dello scrittore – quest’ultimo venne a gestire il bar Zì Elena a Testaccio nella piazza principale del quartiere. In quel periodo presi a rifrequentare i tavolini di quel bar. All’inizio lo feci per curiosità, poi divenne una abitudine mattiniera per fare colazione. Con Pelosi non ho mai parlato di Pasolini, dialogavamo del più e del meno. Gli amici criticavano il mio frequentare quel luogo, in molti boicottavano “il bar dell’assassino”. Pensavo che ormai Pelosi avesse il diritto a rifarsi una vita.

Pino Pelosi è morto nel luglio 2017. Il bar Zì Elena è ancora oggi chiuso. Intanto, di tanto in tanto rincontro Pasolini: lo faccio nelle pagine dei suoi libri sforzandomi di capire quello che non avevo compreso a Milano nel 1975. In questo 2022, anno del centenario pasoliniano, ci saranno molte occasioni per rileggerlo.

 Immagine di copertina: Autoritratto col pennello in mano. Pasolini nello specchio della pittura. Fotogramma del film Decamerone

#Pasolini100. Incontri con il “corsaro” ultima modifica: 2022-03-04T19:31:33+01:00 da ALDO GARZIA

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