#Ucraina. Lo sport non smetta di essere un avamposto di pace

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Sta accadendo qualcosa che dovrebbe indurci a riflettere sull’abisso in cui siamo sprofondati. Sta accadendo, infatti, che anche il mondo dello sport sia coinvolto in prima persona, come non accadeva da tempo, in vicende che non dovrebbero mai coinvolgerlo. Intendiamoci: lo sport è sempre un fatto politico e, talvolta, anche diplomatico. Per notorietà, importanza sociale, passione e sponsor, per il business che vi ruota intorno e per gli entusiasmi che è in grado di accendere. Tutto questo dovrebbe indurci a riflettere, ad esempio, su quanto sia sbagliato lo studio della storia che è compiuto alle nostre latitudini, tralasciando del tutto il costume e considerandolo un qualcosa di minore, quando invece si tratta, da sempre, di uno dei principali motori della storia e di una delle caratteristiche più importanti dei popoli, fin dai tempi delle Olimpiadi greche.

Che la Russia vada sanzionata lo si è già detto e ripetuto in tutte le sedi. Che Putin vada fermato e costretto a sedersi a un tavolo negoziale per porre fine all’orrore che ha scatenato è sacrosanto. Che a pagare debbano essere atlete e atleti, al contrario, è una follia, un’aberrazione che rischia di sortire l’effetto opposto, riaccendendo il fervore nazionalista, già ben presente nel paese-continente in esame, e rinsaldando il sovranismo becero su cui punta l’aggressore del Cremlino per restare in sella. Espellere la Russia dal contesto globale, che si tratti della letteratura, dell’arte o dello sport, è una fesseria. Far pagare a un intero popolo, per giunta sceso coraggiosamente in strada in molte città per dire no alla guerra, le colpe del despota che lo opprime, significa fare un piacere immeritato al tiranno. Alcune decisioni, poi, assumono connotati grotteschi, a cominciare dalla follia di cancellare la Russia addirittura dai videogiochi, facendo finta che non esista e che si possa ignorare la Nazione più grande del mondo, con una popolazione quasi tre volte superiore a quella italiana.

Gli azzurri a Pechino

Non scherziamo, fermiamoci finché siamo in tempo! Cacciare le atlete e gli atleti russi dalle Paralimpiadi di Pechino costituisce, poi, un punto di non ritorno, in quanto lo spirito olimpico, nell’antichità, fermava addirittura le guerre. E prendersela con dei disabili che hanno trovato nello sport la propria forma di riscatto sociale vuol dire vanificare i loro sforzi, umiliare la loro passione civile e mortificare gratuitamente degli esseri umani, non certo ostacolare un personaggio che se ne infischia di queste pene accessorie, essendo interessato unicamente al potere per il potere e alla propria immagine di comandante in capo. Prima di prendere decisioni avventate, il mondo intero, compreso quello dello sport, farebbe bene a ripassare la lezione che Keynes diede, inascoltato, alle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale, quando disse loro che l’umiliazione della Germania sconfitta le avrebbe condotte dritte nel baratro di un nuovo conflitto globale.

Quando si preme il pedale sull’acceleratore, questo avviene, qualunque sia l’ambito nel quale si agisce. Che a dare lezioni siano la FIFA e l’UEFA, infine, è davvero singolare. La FIFA è l’organizzazione che non ha esitato un istante a far disputare i Mondiali nell’Italia di Mussolini, nell’Argentina di Videla, nella Russia di Putin e, a breve, in quel noto esempio di rispetto per i diritti e la dignità umana, specie per quanto concerne i lavoratori, che è il Qatar. L’UEFA, dal canto suo, dopo essersi fatta finanziare per anni e anni la Champions League da Gazprom, colosso dell’energia vicinissimo a Putin, aveva accordato la finale della suddetta coppa dapprima alla Turchia di Erdoğan e poi alla Russia, Istanbul e San Pietroburgo per l’esattezza, salvo dover compiere in extremis delle retromarce pelose che denotano unicamente l’elefantiaca ipocrisia dei suoi dirigenti.

Quanto al CIO (Comitato Olimpico Internazionale), ci preme ricordare ai nostri eroi che la Germania nazista (1936), il Messico della strage di piazza delle Tre culture (1968) e la Cina contemporanea (2008) non rappresentano proprio dei grandi esempi di rispetto della persona e della libertà d’espressione. E allora, se questi valori, per noi fondanti del nostro stare insieme, devono valere, devono valere sempre e per tutti. Va bene sostenere che in Russia, al momento, non sussistano le condizioni per disputare alcuna competizione, ma escludere i suoi sportivi e le sue sportive solo perché appartengono a quella nazionalità significa compiere una discriminazione inaccettabile, creando un precedente pericolosissimo. Lo sport torni a essere immediatamente un luogo di incontro fra popoli e culture, come avvenne nel derby tedesco fra Est e Ovest ai Mondiali del ’74 e in molte altre occasioni. Esiste anche un precedente di segno opposto, è vero: riguarda la Jugoslavia del ’92, esclusa dagli Europei svedesi per le note vicende balcaniche. Molti analisti concordano sul fatto che la cancellazione di quella Nazionale fortissima dalla competizione abbia favorito l’odio etnico e la crudeltà disumana che hanno segnato in maniera indelebile gli anni Novanta, fino a condurre alla guerra targata NATO del ’99. Almeno nello sport, innalziamo il vessillo della pace. E ricordiamoci che anche Keynes, cui oggi tutti danno ragione, a suo tempo venne considerato alla stregua di un’anima bella. 

#Ucraina. Lo sport non smetta di essere un avamposto di pace ultima modifica: 2022-03-07T19:00:45+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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