Xenofobia dove fu sconfitto l’apartheid

In Sudafrica somali, mozambicani, congolesi o di qualsiasi paese africano ogni anno di più sono il bersaglio di atti violenti. I “kwerekwre”, slang per dire stranieri in senso dispregiativo, sono il capro espiatorio in una delle nazioni dove le diseguaglianze sono sempre più stridenti.
FRANCESCO MALGAROLI
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Lux Dlamini, 34 anni, è diventato un eroe per caso con la mimetica da marine addosso nel luglio dell’anno scorso contribuendo a sedare la rivolta scoppiata a Durban, sull’Oceano Indiano, e allargata fino a Johannesburg e Soweto. Dopo una settimana di disordini tentando di buttar giù il presidente Cyril Ramaphosa, dopo la sentenza a quindici mesi data all’ex presidente Jacob Zuma, il fuoco è stato spento al Maponya Mall, imponente ipermercato di Soweto, davanti allo sbarramento di un gruppo capitanato da Lux Dlamini. Invece Mario Nhumalo, 45 anni, ha vissuto la sua infanzia felice in America per poi tornare in patria. Agiato businessman, con giaccia e cravatta si sente al meglio. Cos’hanno in comune? Il loro slogan: prima i sudafricani. Il loro proclama: via tutti quanti gli altri africani non sudafricani. 

Riavvolgiamo il nastro e cominciamo da un nome, meglio un hashtag.

#PutSouthAfricaFirst, famoso hashtag tra i giornalisti in cerca di notizie, faceva il verso al più noto #AmericaFirst dell’allora presidente Donald Trump. Il seme sudafricano fu gettato nel 2018-2019, e non ci volle molto perché schiudesse un fiore fetido. 

Prima di fermare le razzie, Lux Dlamini aveva concepito un’azione chiamata Operazione Dudula. In sordina, il 16 giugno, data storica, data simbolo contro l’apartheid, sono comparsi i manifesti in giro per Soweto, il contraltare di Johannesburg. I poster, niente a che vedere con i meravigliosi cartelloni degli anni Ottanta-Novanta contro il regime bianco, se la prendevano con immigrati e clandestini, e c’era pure l’immagine iconica di Hector Pieterson, ucciso nel ghetto dalla polizia e preso tra le braccia di un altro ragazzo quel giugno del 1976.

In zulu “dudula” significa “torna da dove sei venuto”, o “ti caccio via”. Insomma: “Tutti quelli che non hanno permesso di soggiorno saranno buttati fuori con la forza”, dicevano i manifesti. Il lavoro è per i sudafricani. 

A gennaio Operazione Dudula ha fatto un balzo in avanti. Nelle ultime settimane si sono susseguite le proteste spostandosi poi a Hillbrow, il quartiere bollente dalla megalopoli sudafricana. Sabato 19 febbraio c’è stata una manifestazione con il beneplacito della polizia che, schierata e pronta a intervenire, ha osservato però senza usare idranti e bastoni come il sabato precedente, quando i #PutSouthAfricaFirst non avevano le autorizzazioni necessarie. Tra gli attori principali, insieme a donne come Victoria Mamogolo e Faith Mabusale, un tempo nel sindacato, c’erano Mario Kumalo e Lux Dlamini. 

Khumalo predica: “Il nazionalismo sarà il trionfo del bene contro il male”. Parlando con lo Star, il giornale di Johannesburg, nel 2020 aveva calcato la mano. Non sono xenofobo, e aveva sentenziato invece che “la gente però è in frustrazione per le continue violazione delle leggi sull’immigrazione, danno lavoro a gente venuta da fuori e senza permessi di soggiorno”. A Hillbrow sabato 19 febbraio gongolava.

Lux Dlamini invece era a Soweto, qualche giorno prima, per mettere a ferro e fuoco le bancarelle vicino ai posteggi dei kombi-taxi davanti all’ospedale più vasto d’Africa, il Chris Hani Barawanahts. L’aveva con i venditori, la maggior parte immigrati più o meno regolare che fanno, pochi, denari alla fermata dei pulmini. Un video messo su vari siti mostrava un ragazzo inferocito fare a pezzi panchetti di legno con frutta e verdura davanti a un’anziana venditrice impietrita. 

Ci sono anche altri che inzuppano nell’aria mefitica della xenofobia, per esempio il Patriotic Alliance, l’ActionSA. Anche l’Economic Freedom Fighers di Julius Malema, l’unico in parlamento con un consistente pacchetto di 10,8 voti, si muove tra il sì alle nazionalizzazioni e un razzismo di fondo. L’Operazione Dudula però si è impossessata della scena. 

Signor Presidente, voi sapete che il vostro potere deriva da chi ha lottato nelle miniere con il viso sporco, migliaia di immigrati arrivati dallo Zimbabwe, dal Mozambico, dal Lesotho o dal Malawi. Hanno dato la vita per costruire il Sudafrica e hanno sconfitto la pozione mefitica dell’apartheid,

ha scritto sul Daily Maverick Jay Naidoo in una lettera aperta a Cyril Ramaphosa prima del discorso programmatico di apertura del nuovo anno l’11 febbraio. 

Siamo chiari, il Sudafrica non è uno stato xenofobo, né odia le altre nazioni. Anzi, è il contrario,

ha detto di rimando il capo dello Stato davanti alle camere. 

Naidoo e Ramaphosa non sono persone qualsiasi. Il primo ora fa parte di alcune organizzazioni non governative, l’altro, dopo essere stato magnate di successo, è presidente della Repubblica. Negli anni Ottanta erano alla testa del Cosatu, il sindacato generale primo ad alzare di nuovo la testa davanti al regime e combattere. Hanno presente quello che accadeva nelle strade. E hanno presente quello che accade nelle strade adesso.

Nhlanhla Lux Dlamini

Le storie danno la fotografia di un paese per qualcuno pronto per esplodere. Somali, mozambicani, congolesi o di qualsiasi paese africano ogni anno di più sono il bersaglio di atti violenti. Nel 2008 ci sono stati 67 morti collegati in modo diretto ai rigurgiti xenofobi e anno dopo anno lo stillicidio ha continuato. Forse solo nella luna di miele con Nelson Mandela tra il 1994 e il 2000 non si sono registrati scoppi improvvisi di soprusi e furia – o erano confuse sotto la voce “omicidi”. Ma tutti sapevano di cosa si trattava. Anche nelle rivolte di luglio, costate 350 morti, ci sono stati molti casi attribuibili a razzismo.

Gli stranieri, non importa se clandestini o regolari, sono perfetti per scatenare gli istinti più bassi in chi ha successo e soprattutto in chi è in povertà, senza una prospettiva e un lavoro: rubano, stuprato, sparano, portano droga e tolgono posti – bisogna spedirli via. La disoccupazione è al 34,9 per cento, che arriva al 66,5 se prendiamo solo i giovani, e molti di loro sono consapevoli che non troveranno alcun impiego. Secondo i dati delle Nazioni Unite, su sessanta milioni di persone, tre milioni sono immigrati. Il conto è presto fatto. Gli africani non sono benvenuti e l’esecutivo, emanazione di Ramaphosa, ora guarda innanzitutto ai 200.000 venuti dal vicino Zimbabwe dal 2009: riportarli in patria e mettere a tacere i sudafricani sarebbe una mossa per il governo.

I “kwerekwre”, slang per dire stranieri in senso dispregiativo, “sono il capro espiatorio in una delle nazioni dove le diseguaglianze sono sempre più stridenti”, dice Human Rights Watch. E i kwerekwre sono gli africani non sudafricani, con uno scarto di significano ad alimentare l’odio. C’è anche un nuovo termine: oltre alla xenofobia, c’è la “afro-fobia”. 

Pure gli indiani sono un buon tiro a segno per gli xenofobi. Arrivati a Durban dall’India del 1860 sono stati subito oggetto di razzismo già dei bianchi, eppure anche loro hanno contribuito notevolmente alla Nazione Arcobaleno. La spallata finita male l’anno scorso per i seguaci di Zuma aveva una mira secondaria: pestare la comunità indiana.

L’etnicità è un sistema per dividere anche i sudafricani e su questo si giocano partite decisive. Lo sa proprio Zuma che sull’appartenenza agli zulu comanda una fetta significativa dell’African National Congress. L’Operazione Dudula allora può essere un veicolo appetibile per aizzare istinti sinistri e riprendere il potere perduto. La nazione sognata da Mandela non aveva bisogno di definizioni in base all’etnia, ma ancora l’incubo è davanti a tutti, tutte le mattine.

Xenofobia dove fu sconfitto l’apartheid ultima modifica: 2022-03-07T18:42:51+01:00 da FRANCESCO MALGAROLI

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