Pace e Guerra

ALBERTO MADRICARDO
Condividi
PDF

Non mi è facile intervenire mentre cadono le bombe e vediamo le immagini della gente che muore. Per mia natura e disposizione d’animo ho bisogno di riflettere sulle situazioni, di spiegarmi, di contestualizzare. Di capire. Ci sono però situazioni – e questa della guerra in Ucraina lo è – che sembrano incontenibili: traboccare dai loro limiti e imporcisi prepotentemente, mettendoci con le spalle al muro.

La guerra è la più brutale delle semplificazioni: impone di stare di qua o di là. Ogni presa di distanza, ogni distinguo può sembrare deplorevole esitazione morale, o – peggio – tradimento. In guerra, non c’è spazio per la parola. Come si dice: “la parola è alle armi”. 

Gli esseri umani, nella guerra, sono spinti in una condizione prelinguistica, in cui contano solo le azioni fisiche, le situazioni, e le emozioni che queste provocano. 

Gli esseri umani, nei loro reciproci rapporti, talvolta giungono a un punto morto. A situazioni di stallo che possiamo definire tragiche, in cui la disperazione scatta da sé, come una molla.

“La molla della guerra – dice Simone Weil, è la disperazione.” E aggiunge nel suo diario: “Lavoro violento su di sé dell’anima costretta ad adattarsi a una situazione in cui tutte le sue aspirazioni sono puramente e semplicemente negate.”  

La disperazione è una condizione estrema. Si produce quando la Guerra, come estrema, violenta passione semplificatrice, assorbe e si emancipa dalle stesse ragioni che l’hanno prodotta, assolutizzandosi, finalizzando a sé, alla propria negatività, tutte le energie critiche, e facendo apparire goffo, marginale e perfino stonato tutto ciò che non sia puro urlo di battaglia. 

Sembra quasi che ora della civiltà umana non resti altro che il grido: “alle armi”. 

Tutto ciò che abbiamo immaginato, che le civiltà hanno prodotto per promuovere e far crescere la convivenza tra gli umani, pare dissolversi come un sogno, un’illusione davanti alla logica primordiale che la guerra esprime. Una logica dalla quale sembra che non riusciamo a staccarci, come mosche che si impigliano nella carta moschicida quanto più cercano di straccarsene.

Abbiamo vissuto altre guerre, ma mai prima d’ora – salvo che in occasione della crisi dei missili a Cuba, però diversa e in fondo molto meno pericolosa di questa – siamo stati così vicini all’olocausto nucleare. Erano guerre in qualche modo sempre ideologiche quelle che abbiamo vissuto, giustificate da ragioni ideali: classificate come guerre di liberazione. Erano considerati passaggi dolorosi, prezzi da pagare per un futuro migliore dell’umanità. 

Nel quadro del reciproco riconoscimento tra le superpotenze, stabilizzato dalla Guerra fredda, queste guerre “locali” erano consentite, quasi fossero scosse di assestamento sostanzialmente salutari, funzionali alla stabilità del quadro stesso. Intorno a esse si mobilitavano passioni e speranze che andavano oltre la guerra. 

Nulla di tutto questo ora, quando un quadro generale definito, un ordine mondiale, non c’è. Non c’è perché, a differenza che nell’epoca della Guerra fredda, dagli U.S.A non è riconosciuta alla Russia quella simmetria che allora invece era riconosciuta all’U.R.S.S. 

Disastro umanitario a Mariupol

Nella visione americana, almeno in quella dell’attuale amministrazione, la Russia è una potenza residuale, in declino, senza futuro. Una potenza cui far pagare senza sconti la sconfitta nella Guerra fredda dell’U.R.S.S, nonostante che questa avesse a sua disposizione l’arma totale che avrebbe potuto mettere sul piatto, per arrestare la propria dissoluzione. Il che – tra parentesi – la dice lunga sulla natura – nonostante lo stalinismo e la politica di potenza – essenzialmente ideologica dell’U.R.S.S. Fu proprio la sua natura ideologica che fece apparire, nel nuovo evo post ideologico apertosi negli anni Ottanta, il colosso comunista quasi di colpo desueto (agli altri, ma soprattutto a se stesso).

Da parte americana non si comprese che una “vittoria gratis”, senza combattere, non era una vera vittoria. Tale anomala vittoria avrebbe perciò dovuto esser gestita in modo molto diverso dalle vittorie militari “classiche” (come furono per esempio quelle della seconda guerra mondiale su Germania, Italia e Giappone). Invece che sciogliere la Nato – come sarebbe stato logico, e molti si aspettavano – gli Usa la rafforzarono, la estesero a Est, fino ai confini con la Russia. Come se fosse stata la Nato a farli vincere, e non l’autocombustione interna, esistenziale del socialismo reale.

Così abbiamo vissuto questi ultimi trent’anni nell’ambiguità: con uno sconfitto – la Russia – che non si è mai sentita un vero sconfitto, e ora, recuperate le forze entro un quadro post ideologico, duramente ce lo ricorda. E un vincitore – gli USA (l’Europa meriterebbe un discorso a parte) – che non è un vero vincitore, anche se, in modo ben poco nobile, ma soprattutto non lungimirante, ha millantato di esserlo. E che perciò si è permessa quello che prima non avrebbe mai potuto: imporre quella “esportazione della democrazia” i cui sanguinosi disastri sono sotto gli occhi di tutti. Ma il conflitto ha le sue leggi ferree, come prescrive la celebre dialettica signore–servo di Hegel: non si è davvero signori se non si è messa in gioco la propria vita

Ora siamo qui, a pagare i conti di quest’ambiguità, con un protagonista in campo, la Russia, determinata a giocarsi il tutto per tutto, sul filo dell’apocalisse, pur di essere riconosciuta, ottenendo il cambiamento dei presupposti di un ordine mondiale nato su basi equivoche dalla caduta del Muro di Berlino. Mentre la spirale della guerra, favorita da coloro che pensano di poterla spingere avanti e di controllare a loro vantaggio la molla della disperazione, rischia di risucchiare anche le nostre voci, le nostre menti. 

Pace e Guerra ultima modifica: 2022-03-10T14:43:43+01:00 da ALBERTO MADRICARDO

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento

sostieni ytali.com

la sua indipendenza dipende da te

YTALI.COM È UNA RIVISTA GRATUITA E INDIPENDENTE. NON HA FINANZIATORI E VIVE GRAZIE AL SOSTEGNO DIRETTO DEI SUOI LETTORI. SE VUOI SOSTENERCI, PUOI FARLO CON UNA DONAZIONE LIBERA CHE ORA È ANCHE FISCALMENTE DETRAIBILE O DEDUCIBILE DAL TUO REDDITO, PERCHÉ SIAMO UN’A.P.S. ISCRITTA AL R.U.N.T.S. (art 83 Dlgs 117/2017)