Alle radici del disordine “Scuola”: parola agli studenti

Inchiesta sulle scuole secondarie di secondo grado e le mobilitazioni studentesche 2021-22.
CAMILLA FOLENA
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L’orrore della guerra, che pensavamo di non dover vedere mai. Il nuovo numero della rivista Arel esce in un momento drammatico per l’Ucraina, per l’Europa e per il mondo [l’intero numero è scaricabile da chi l’acquista o dagli abbonati, per essere successivamente pubblicato su carta e diffuso nelle principali librerie Feltrinelli]. Proponiamo qui di seguito uno degli articoli del numero.
Ringraziamo la direzione e la redazione di Arel per la gradita cortesia, che rinnova l’ormai consolidata collaborazione tra le due riviste.

Chiediamo la riforma di tutti i programmi vigenti e dell’intero sistema scolastico che è lo stesso da quarant’anni, a questa parte. La maturità che facevano negli Anni Sessanta è la stessa che facevamo fino a tre anni fa, è possibile? Il mondo va avanti e la scuola resta ferma. Il mondo procede molto veloce e noi rischiamo di non essere preparati a ciò che ci aspetta dopo. Non formati con coscienza critica e politica per entrare nel mondo post scuola.
Giulia, 18 anni

A febbraio 2022 possiamo affermare con una certa dose di sicurezza che la parabola dell’Autunno caldo sia finita, almeno per quest’anno, sotto l’ombrello delle fake news. L’autunno caldo c’è stato, questo è certo. Ma al contrario di come negli anni scorsi è stata etichettata, l’ondata di proteste e conseguenti occupazioni da parte di studenti e studentesse, si è tutt’altro che esaurita in un cliché. Attorno all’argomento si susseguono voci del tipo: “sono dieci anni che non si vedeva una mobilitazione del genere”; “ci siamo resi conto – riflette Francesca – che ciò che sta accadendo non si è visto da tempo nella storia del Paese. Che sessanta istituti occupassero senza coordinazione esterna era un messaggio chiaro: c’è una necessità impellente di protesta, e di riforma”. Quattro mesi dopo il famoso autunno caldo, allora, nonostante l’entrata in scena dell’inverno le temperature continuano a salire. E rispetto ai complici del surriscaldamento, come dire, chi più ne ha più ne metta: fattori strutturati, edili, assenza di concertazione tra le parti, scollamento progressivo tra la dimensione alta e bassa della politica. E ancora: morti bianche di studenti nell’ambito dei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto), esami di maturità che cambiano a cinque mesi dalla data di scadenza, due anni di pandemia e cariche delle forze dell’ordine ai cortei studenteschi, come se Stefano, Federico o Carlo non fossero mai morti. Bisogni e visioni dei giovani profondamente trasformate che chiedono riforme complessive, di ampio raggio, dal supporto psicologico passando per l’educazione sessuale e all’affettività, fino alla rivoluzione – se non abolizione completa, in alcune delle opinioni – della cosiddetta alternanza scuola-lavoro. 

Per comprendere il panorama quantomeno confuso, per non dire disordinato, del sistema scuola in Italia, oggi non ci affidiamo a esperti di politiche pubbliche, a politici o personalità di rilievo o di governo. La voce che prepotentemente si sta facendo strada fra le città senza ambire a placarsi; che lambisce le piazze, riappropriandosi dopo quasi tre anni di chiusure, di uno spazio pubblico che sacrosanto è dir poco, proviene dal basso e parla con loro di loro: gli studenti. “È tempo di riscatto” scrivono su uno striscione, “gli immaturi siete voi” su un altro; “normalità, quando vi pare”, aggiungono con una buona dose di sarcasmo.

Abbiamo scelto di risalire il crinale delle proteste attraverso interviste in profondità, interviste brevi raccolte sul campo della mobilitazione studentesca e attraverso un questionario compilato da 160 studentesse e studenti del Paese, da metà gennaio a metà febbraio 2022. 

Il 96 per cento dei rispondenti ha un’età compresa tra i 14 e i 18 anni, il restante quattro per cento oscilla tra i 18 e i 21. Sotto un profilo di genere il 47,8 per cento dei rispondenti si dichiara di sesso maschile e la medesima percentuale di sesso femminile; il 4,4 per cento dei rispondenti preferisce non dichiarare o altrimenti si dichiara nonbinary (identità non binaria che non si sente rappresentata dallo schema binario del sesso maschile-femminile, ndr). A questo proposito è interessante sottolineare come al 2021 il Gender Census, tra le maggiori rilevazioni britanniche annuali sull’identità di genere, abbia stimato che a livello mondiale una percentuale che oscilla tra il 69 per cento degli under30 e il 63 per cento degli over30, non si sente definita dal binarismo di genere. Un dato che tornerà a interessarci nella rilettura delle proposte politiche che gli studenti avanzano. Tornando a noi, la principale sproporzione di cui è necessario dare conto nei dati qui raccolti, è relativa al fatto che il 60 per cento degli intervistati frequenta un liceo scientifico, il 21 per cento un liceo delle scienze umane, il 12,5 per cento un liceo classico, e a scendere: un istituto tecnico o licei artistici, nautici e alberghieri. L’87 per cento dei rispondenti frequenta una scuola nella Capitale, la maggioranza (98 per cento) dichiara che negli ultimi due anni ci sono state nella propria città proteste studentesche. Il 70 per cento ha visto la sua scuola occupare come forma di protesta a partire da settembre 2021. 

Alle radici della mobilitazione 

Nei primi giorni in cui studentesse e studenti hanno cominciato a compilare il questionario dell’AREL, Lorenzo Parrelli, diciotto anni, studente di Udine deceduto perché schiacciato da una putrella nell’azienda dove stava concludendo il suo stage gratuito nell’ambito di un Pcto, non era ancora morto. Le forze dell’ordine non avevano ancora risposto con violenza ai cortei studenteschi chiamati in sua memoria; e Giuseppe Lenoci, a soli sedici anni, non aveva ancora perso la vita in orario di stage gratuito, a causa di un incidente stradale a bordo di un furgone, sempre nell’ambito di un Pcto. Elementi rilevanti che avrebbero, supponiamo, riorientato almeno parzialmente le prime risposte ricevute con il questionario.

Ciononostante, scattando una fotografia esemplare delle motivazioni di mobilitazione studentesca, il senso comune sembra piuttosto condiviso: le condizioni in cui versa l’edilizia scolastica si attestano il podio dal quale muove la protesta; seguono la gestione Covid all’interno delle scuole e lo scottante tema, a più riprese denunciato, degli scaglionamenti orari che, ricorda Ilaria, rappresentante d’istituto di un liceo scientifico di Roma,

è in città uno dei temi più sentiti, perché ha influito in maniera pesante e immediata nella gestione quotidiana della nostra vita.

Una gran percentuale di giovani, circa il 15 per cento nella rilevazione, dichiara di non essersi sentito sicuro nel rientro:

il modo in cui ci hanno fatto rientrare, senza alcun tipo di premura verso i contagi dell’ultimo periodo- scrive uno studente- con aule fredde, orari e metodi di insegnamento esclusivamente orientati alla didattica e sempre poco spazio per la dimensione emotiva, è sbagliato.

Anche sotto il profilo del generico stato di salute del sistema scuola c’è un’acre comunanza di pareri che non si risparmia nei commenti: “l’organizzazione del sistema scuola è penosa”, “nessuno fa niente per cambiare le cose”, “la scuola è organizzata malissimo e tutto va in pezzi”.

Emerge, poi, l’interessante dato relativo alla “mancanza di dialogo tra studenti e istituzioni”, che queste siano scolastiche o politico istituzionali: “Il non essere presi in considerazione è sicuramente uno dei motivi principali delle proteste”; protestiamo, scrive qualcuno, “per richiedere un maggiore ascolto della voce studentesca, dei suoi bisogni e del suo desiderio di rendere moderna, attiva e maggiormente sociale la scuola”. C’è poi chi decide di andare più a fondo fornendoci maggiori elementi di riflessione:

le proteste si sono svolte per denunciare la mancata assistenza da parte dello Stato a noi giovani e al mondo studentesco. In particolar modo vi è un’aspra critica al sistema e all’edilizia scolastica, ai Pcto sempre più obsoleti, alla repressione praticata dagli enti regionali scolastici per chi manifesta in piazza o occupa le scuole.

Raccolto anche il versante di denuncia politica, che oscilla invece tra chi riassume a mo’ di slogan il proprio pensiero con un “la scuola dei padroni”, e chi argomenta: “non c’è la volontà politica di fornirci un’educazione di alto livello”. Nemmeno l’analisi dello stato culturale trova scampo:

i professori ormai svolgono una professione e non più un’arte, gli studenti non studiano ma lavorano, i voti hanno sostituito qualsiasi piacere che riguardava lo studio.

Il grafico 1 riassume i principali motivi delle proteste in atto. 

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Lungo i rami delle riforme più urgenti

Addentrandoci nel pratico delle richieste studentesche, chiedendo a studentesse e studenti uno sforzo immaginifico in termini di quali siano le riforme più urgenti che implementerebbero se sedessero al fianco dei vertici ministeriali, colpisce a più riprese l’unitarietà delle rivendicazioni. La maggior parte di studentesse e studenti risponde, infatti, che la madre delle riforme più urgenti è la revisione del sistema di valutazione all’interno delle scuole. È necessario, scrivono, “dar meno importanza al singolo voto”, con “meno verifiche”, “l’introduzione di valutazioni in percentuale” o, nella più auspicabile delle ipotesi, “l’inserimento di un commento approfondito” che funga da valutazione o perlomeno accompagni il mero voto numerico. “Occorre concentrarsi di più sugli alunni e sul fargli capire veramente i concetti piuttosto che sull’assegnargli un voto”. La tendenza sembrerebbe quella dell’applicazione del criterio di discriminazione positiva: “bisognerebbe smettere di imporre a ‘tutti’ lo stesso trattamento. Non siamo tutti uguali e abbiamo tutti punti di forza e debolezza differenti”. Diverse le voci che auspicano poi “al modello finlandese, con minor competizione tra gli alunni e minor attenzione all’eccessivo e superfluo studio delle singole nozioni”.

Tra le proposte emerge peraltro una voce unitaria sulla possibile “intensificazione del lavoro in classe”, anche con pausa pranzo e “rientro pomeridiano”, senza poi dover avere anche compiti a casa. In maniera pragmatica: “bisognerebbe allungare l’orario scolastico fino alle 16:30 almeno, in modo da poter avere il tempo necessario per permettere agli studenti di studiare tra loro e assieme ai docenti”. Ci dovrebbe essere, commenta un altro, “la possibilità di studiare a scuola con gli altri studenti a fine orario, come in biblioteca. Auspico anche un maggior numero di corsi pomeridiani extracurriculari senza distinzione di istituto”. Si spiega ancora, “in pratica ogni scuola si potrebbe far sede di corsi, attendibili anche da studenti di altre scuole, così da agevolare anche gli studenti pendolari nel poter godere di corsi di approfondimento pomeridiani, senza sconvolgere loro la vita”. Torna il fulcro della contrapposizione relativo alla “mancanza di dialogo” e, la volontà, di riscrivere il sistema in chiave “meno verticistico-gerarchica all’interno della scuola”. Una studentessa commenta, “chi si occupa della gestione delle scuole necessita di parlare di più con gli studenti”, e le fa eco un altro che scende in profondità.

Se sedessi al tavolo di una riforma della scuola lavorerei assieme agli studenti per ripensare i programmi scolastici. Proverei a progettare in maniera congiunta un metodo alternativo di valutazione, che risulti meno stressante delle valutazioni numeriche. Infine, lavorerei per l’inserimento delle materie di educazione sessuale e civica ma- puntualizza- che siano fatte bene.

L’introduzione dell’educazione sessuale e all’affettività è, in effetti, un’altra delle tematiche più sensibili per il corpo studentesco. Al fianco dell’educazione civica, dei corsi di informatica per studenti e, di aggiornamento digitale obbligatorio per i docenti. L’idea che emerge è poi quella di valutare i docenti, che non si esaurisce con proposte di valutazioni psicologiche, o di competenze specifiche per l’accesso alle cattedre. Uno studente fornisce uno spunto che, procedendo dall’astratto al concreto, potrebbe essere raccolto se si volesse dare un segnale rispetto a quella struttura “troppo piramidale” spesso contestata.

Scrive: “Servirebbero sondaggi di fine anno per gli studenti con possibilità di esprimere pareri sulla scuola, l’insegnamento, e i singoli docenti”. Sondaggi che andrebbero poi analizzati “e presi in considerazione” per l’anno successivo. Oppure, pensa un altro, “bonus per gli istituti che promuovono offerte didattiche culturali, anche fuori dalla scuola”. 

Gli interessi del futuro

Gli interessi del futuro li chiamiamo così perché sono quelle nuvole di temi che gli studenti e le studentesse vorrebbero affrontare a scuola, ritengono di dover affrontare a scuola, e però non ne hanno l’occasione. “Bisogna riproporre in chiave attuale i programmi formativi”, scrive qualcuno tra le proposte di riforma, infatti. Un altro scopre un nervo tesissimo e tra interessi ci offre una chiave di lettura ben precisa. Vorrebbe “discutere più su dei tabù (es: il sesso e argomenti simili) perché deve essere anche questo un fatto di educazione. Non tutti magari possono avere un’educazione da quel punto di vista, dai genitori…”. Elementi precisi, che riassume un’altra risposta: “La politica, l’interesse verso l’attualità, l’educazione ambientale e sessuale”. La nuvola di parole in figura rappresenta visivamente gli interessi che i rispondenti al sondaggio vorrebbero trattare a scuola ma non hanno modo di trattare. La grandezza di ciascun interesse è tarata sulla frequenza di quell’interesse tra le risposte degli studenti. Maggiore è la grandezza maggiore è l’incidenza di interesse su quell’argomento. 


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Politica e attualità, informatica e digitalizzazione, educazione sessuale, musica e sport. Diritti civili “questioni di genere e lgbtq+”, salute mentale, partecipazione attiva, dibattito e socializzazione. Non è un caso che nel valutare il tempo dedicato alla socialità il 66 per cento dei rispondenti al sondaggio si dichiarano “molto insoddisfatti o insoddisfatti”. Il grafico 4 riassume dunque i risultati della soddisfazione rispetto ad alcuni ambiti. 


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Salute mentale cercasi

Il nodo della salute mentale, della crescente richiesta di supporto psicologico da parte dei giovani – esacerbata dalla sopraggiunta pandemia – è un tema che sembra investire il Paese su diversi piani di lettura dell’attualità. Alla domanda se conoscessero uno o più coetanei che avessero avuto bisogno di supporto psicologico nell’arco dell’ultimo biennio, il 68 per cento risponde sì, l’11 per cento no e il 20 per cento dichiara di non sapere. Tra gli interessi e le tematiche da coltivare in classe, la salute mentale rientra tra i primi dieci.

Ilaria racconta che

l’anno scorso abbiamo fatto un’assemblea sui disturbi alimentari invitando una psicologa e alcune testimonianze di ragazze di scuola. All’assemblea abbiamo invitato i professori, ci avrebbe fatto molto piacere e gli abbiamo chiesto di partecipare. Sono venuti in due su almeno cento. Così succede che quelli che hanno già una sensibilità all’argomento partecipano, e tutti gli altri…? Non credo percepiscano la gravità, ma un po’ lo vedono anche come atteggiamento vittimistico da parte degli studenti.

Paolo le fa eco:

il lockdown ha esacerbato tutta una serie di problemi che sicuramente già c’erano ma adesso sono aumentati e sono più visibili. Allora è richiesta ulteriore consapevolezza da parte di tutti. Per noi studenti-ammette- è più facile, perché leggiamo di questi argomenti online, e in giro se ne parla spesso.

Un’altra studentessa, nel sondaggio racconta di un episodio:

l’altro giorno è successo che una ragazza stava avendo in classe un attacco di panico, avevamo il tema e ovviamente il problema non era il tema ma il professore gli ha detto: cos’è non hai studiato? É anche un bravo professore  ma è rimasto indifferente. Allora sono uscita dalla classe con lei, ho finito per fare il tema in mezz’ora, e sono stata con lei che piangeva e non riusciva respirare. L’ho portata in bagno, si è alzata le maniche e aveva dei tagli sulle braccia. Alla fine ho parlato di nuovo con il professore, perché non volevo che la situazione si aggravasse e la risposta è stata un po’ così… Ha parlato con il coordinatore e allora il coordinatore è venuto da me. L’ho trovato solo più imbarazzante: tu sei l’adulto non io, non so. Questo è il tema”. Le voci si ricompongono solamente nella fase dell’interpretazione dei dati, quando tra le proposte di riforma ritrovo difatti i “corsi di formazione ai docenti sulla gestione degli attacchi di panico” e “i corsi di formazione psicologica.

C’è poi ancora il suggerimento sui “test psicologici per l’assegnazione delle cattedre”. E qualcuno confessa che potrebbe servire “una selezione dei professori anche su base di competenze nel public speaking e una verifica dello stato psicologico, non sempre sono soggetti idonei ad interagire con i ragazzi”. C’è chi invece vorrebbe il servizio di sportello psicologico attivo per studenti come per i docenti. Dal loro canto, invece, vorrebbero sì parlare di salute mentale in classe ma sanno di doverla anche affrontare in prima persona. A parlare dell’annunciata neo-maturità del “ritorno alla normalità”, che prevede la reintroduzione di prima e seconda prova “non più con tracce su base nazionale ma costruite dai singoli istituti”, mi spiega Paolo, si evince una percezione condivisa. Dalila, Asia e Beatrice mi spiegano che “le scuole non ci danno il dovuto supporto anzi sembrano remarci conto. Fare gli esami in questa modalità dopo questi due anni vuol dire caricarci e noi già siamo psicologicamente devastati”.

Le fa eco Jacopo, a inizio corteo quando chiarisce che

chi è all’ultimo anno oggi, ha passato due anni e mezzo in questa situazione. Perciò, sia a livello psicologico che di competenze, non siamo pronti a sostenere una maturità pseudo normale.

E ancora Giulia, alla fine del corteo,

come facciamo ad affrontare due prove scritte dopo due anni e mezzo di didattica a distanza? Non abbiamo le basi né psicologiche che conoscitive per essere pronti.

Cinque voci diverse in una stessa piazza, verbalizzano la propria necessità che il Paese consideri il fronte psicologico delle questioni e delle trasformazioni che stanno vivendo. A guardare i dati dei grafici 2 e 3, appare evidente allora lo scollamento tra le aspirazioni e le pratiche del quotidiano. Il 68 per cento dei ragazzi dichiara di non aver mai utilizzato il supporto psicologico a scuola ma, soprattutto, il 14 per cento non sa come funzioni e l’11 per cento è sicuro che non ci sia o non è sicuro che ci sia. Il tutto a fronte di quel 69 per cento che riteneva di aver avuto coetanei che necessitavano di supporto negli ultimi due anni.

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Competenze digitali e didattica a distanza

Sulla didattica a distanza e le restrizioni subite negli ultimi anni, si esprimono pro e contro. Per i pro si va dal più classico “ci contagiamo meno” al “posso isolarmi dagli altri, non mi piace l’ambiente scolastico per l’atmosfera delle persone che mi circondano”; passando per “meno agitazione meno stress”, “svegliarsi tardi” e “restare in pigiama tutto il giorno”. C’è chi era “più rilassato”, chi scherza con un “si copiava e si dormiva”, chi commenta che: “mi risparmiavo i mezzi pubblici”, e chi invece risponde “nessun pro”. I contro, parlano di “mancanza di socialità e studio frazionato”, “annullamento della vita”, “niente cavolate in classe” fa notare qualcuno. Dalla “connessione scarsa e i problemi di WiFi”, fino a: “perdita di concentrazione”, “sindrome della capanna”, “alienazione”, “annullamento della vita” e “professori incapaci con la tecnologia”. Ilaria, infatti, racconta che “i professori in dad solitamente si connettevano e poi – nel caso di didattica ibrida- parlavano alla classe in maniera tale che davano le spalle agli studenti online. Io delle volte da online nemmeno riuscivo a sentire- confessa- Ci siamo trovati in situazioni in cui venivano spiegate immagini senza che venisse condiviso lo schermo. Per questo ritengo che è stato deludente non vedere l’organizzazione di corsi di aggiornamento digitale e informatico per il corpo docenti, piuttosto della dichiarazione del ministro sull’esame e il ritorno alla normalità”. Un altro racconta: “io faccio lo scientifico e abbiamo fatto due anni di didattica a distanza in cui la matematica era quasi impossibile da seguire e comprendere. Online si spiegava matematica a parole, non si impara la matematica a parole”. Difatti a tutto tondo, se dovessero essere loro a valutare si definirebbero “molto soddisfatti” o “soddisfatti” dei docenti nel 49 per cento dei casi, mentre se si vira sul fronte delle competenze tecnologiche il 60 per cento si dichiara “molto insoddisfatto” o “insoddisfatto”. Tra gli aspetti che percepiscono essere peggiorati delle loro vite anche a causa della Dad, la salute mentale torna preponderante. Commentano alcuni: “non ho avuto stimoli per tutta la dad, ho buttato parecchi mesi della mia vita scolastica”; “Non trovo più il tempo di fare nulla, sono sempre angosciata, non ho abbastanza ore di sonno, sono molto stressata, ho paura di contrarre il Covid”. Le cose peggiorate sul serio? Risponde qualcuno: “i voti e la pressione psicologica di avere paura quando mi alzo la mattina”. 

La dimensione del conflitto: appunti sulla geografia capitolina dei movimenti

La dimensione del conflitto seppur si dispiega silenziosa sembra legata a doppio nodo alla mobilitazione studentesca. Le dinamiche di conflitto si rivelano, difatti, come l’altro volto della medaglia di quell’assenza di dialogo tra studenti e istituzioni, che a più riprese enumerano tra i principali motivi di protesta. Dal grafico si evince, con sorpresa, che la categoria verso cui gli studenti affermano di sentirsi più in conflitto (“moltissimo, molto o abbastanza”, ndr) è il ‘Governo Draghi’ al 75 per cento contro forze dell’ordine al 39 per cento e Regione e Comune al 50 per cento. A superare le istituzioni citate, a esclusione del governo, la conflittualità maggiore si registra nei confronti del preside o della preside; difatti Dalila e Asia in piazza il 4 febbraio spiegano:

C’è un clima molto difficile, la preside ad esempio ci ha detto che se fossimo venute qui a manifestare avrebbe potuto sottoporre tutta la classe ad una sospensione di gruppo.

Il conflitto, però, si muove su più piani di lettura, e se da un lato si intreccia tra le rivendicazioni del corpo studentesco piuttosto unito verso politica e istituzioni; dall’altro, si snoda anche tra il corpo stesso degli studenti, tra movimenti vecchi e nuovi, organizzazioni sindacali e autorganizzate. A sorprendere forse sopra ogni elemento ritorna, dopo anni in cui abbiamo dato per scontato di vivere nell’era del cosiddetto post-ideologico, la spaccatura interna tra destra e sinistra e, ancor più, tra una sinistra moderata e una sinistra molto meno moderata.

Qualcuno scherza alla manifestazione e mi dice: “noi avremmo voluto Berlusconi presidente, non so se mi spiego, non stiamo con chi si definisce comunista”. Jacopo, rappresentante d’istituto del suo liceo, mi indica il muro del ministero dell’Istruzione dove con uno spray è stato scritto:

Lorenzo vive, capitalismo muore, con un simbolo anarchico e una falce e martello- e commenta: Credo sia sbagliato, Lorenzo vive perché era una persona e non perché rappresentava un ideale politico. Deve vivere perché era una persona e la ricordiamo come tale, perché è successa un’ingiustizia e noi dobbiamo batterci come studenti, non come forza politica. Bisogna fare un fronte comune, altrimenti non serve.

Francesca è di tutt’altra opinione quando mi spiega che lei è per l’abolizione completa dell’alternanza scuola-lavoro, perché ha fondamentalmente a che fare con “l’aziendalizzazione del sistema scuola”.

La dinamica secondo lei è molto più che politica:

gli studenti – soprattutto negli istituti tecnici – vengono mandati a lavorare per un privato, esercitando quindi la propria forza lavoro che dovrebbe essere salariata ma non lo è. Spesso sono obbligati a farlo nel proprio tempo libero, questo viene detto mai?- rincara- Sono obbligati a farlo senza retribuzione, il che lega il tema a quello della sicurezza sul lavoro, grande assente all’italiana, lo abbiamo visto con Lorenzo Parelli. Chiediamo l’abolizione totale dell’alternanza, perché impronta l’individuo a un tipo di lavoro volto al profitto del privato, in una logica che rimane di sfruttamento per lo studente, che non dovrebbe essere propria della scuola.

Due ragazzi al corteo la pensano molto diversamente:

C’è stata eccessiva politicizzazione, la maturità, ad esempio, riguarda tutte le scuole, non solo quelle di sinistra. Sono molto d’accordo con lo scendere in piazza ma la modalità è sbagliata. Siamo venuti ma non stiamo prendendo una parte politica, andava fatta una protesta apartitica”. La geografia dei movimenti capitolini è la sfida più ambiziosa a cui avvicinarsi. Alcuni e alcune non ne vogliono parlare. C’è chi nella piazza del 4 febbraio piange per “un parapiglia tra le parti che ha portato a uno striscione che ha scavalcato l’altro.

Quando chiedo, chi da un lato, chi dall’altro, non rispondono o forniscono una visione spesso partigiana della storia. A Roma, in ogni caso, i soggetti principali erano principalmente due: la Rete degli studenti medi e l’Opposizione studentesca d’alternativa (Osa). Il primo, mi spiega qualcuno, “è un sindacato ampiamente rappresentativo di tutta l’Italia, dotato di un esecutivo nazionale, esecutivi regionali e esecutivi dei vari territori”. La seconda, è una grande organizzazione che si definisce “anticapitalista, antifascista e antisessista”, ha un coordinamento nazionale e forze cittadine incardinate su Roma, Milano e Torino principalmente. Tra le principali differenze dei movimenti c’è, secondo uno studente, “la matrice di conflitto con le istituzioni”, oltre che “la modalità organizzativa”. Se la Rete punta a dialogare con istituzioni su più livelli; Osa, ambisce a unificare un crescente numero di collettivi e movimenti di studenti autorg (autorganizzati). Inutile dire, come allora, torni a farsi più viva che mai quella dinamica di conflitto che pone le basi su ideologie diverse e tutt’ora radicate. Osa guarda all’universo delle battaglie NoTav, delle lotte dei lavoratori negli stabilimenti, e chi non stravede per l’organizzazione dice, però, “hanno anche metodi più forti.

Ci sono stati casi, in cui le occupazioni a Roma sono state forzate”. La Rete, dal canto suo, nasce nel 2008 a Frascati, nel tentativo “di rilanciare un percorso unitario degli studenti a sinistra”. Anche se c’è chi non si risparmia: “sono praticamente come i Giovani Democratici, per non dire del Pd”. E chi, invece, illustra: “Noi con il dialogo abbiamo sempre risolto tutto. Abbiamo cercato e trovato dialogo con la città metropolitana di Roma e con il Comune, ed è questo che fa la differenza. Occupare è un atto di protesta contro la scuola ma non è quello l’ente da contestare. Ci sono enti sopra la scuola che governano le gestioni – penso al ministero, al Comune, alla città metropolitana, all’Ufficio scolastico regionale (Usr) – anche sul tema caldo dello scaglionamento degli orari. Io ritengo che se si cerca un dialogo in forma pacifica con questi enti, non provocatoria, si potrà ottenere ciò che vogliamo”.

In tempi più recenti, poi, a seguito dell’ondata di occupazioni degli ultimi mesi, alla geografia capitolina dei movimenti si aggiunge il ‘Movimento della Lupa: scuole in lotta’, che ha messo a sistema, mi spiega Francesca, “varie organizzazioni di tipo diverso, e i collettivi autorganizzati delle scuole in città. Si è formato dopo le occupazioni capitoline avvenute in autunno e praticamente è stata un’ondata quasi spontanea”. La Lupa – scuole in lotta, grida “è tempo di riscatto”, e oltre al raccogliere consensi in forma crescente tra chi, non si sente rappresentato da quella sinistra studentesca definita “troppo moderata”, non ha paura di esporsi nelle dinamiche di conflitto interno ed esterno:

Non saranno la repressione, le manganellate in piazza e le sospensioni nelle scuole a fermare la nostra lotta contro l’alternanza e contro questa scuola che uccide- scrive la Lupa in un comunicato social– Estendiamo l’invito alla partecipazione a tutte le realtà conflittuali della città, che da sempre si mobilitano a fianco degli studenti per una scuola migliore, e da sempre sono parte delle lotte che dicono ‘No’ allo sfruttamento, al precariato, alla repressione e ai silenzi delle istituzioni. Lo diciamo fin da subito – puntualizzano – il nostro movimento non è disposto ad accettare nella piazza la presenza di partiti e sindacati – come la Cgil e le sue organizzazioni giovanili – sempre stati conniventi e corresponsabili delle decisioni prese dai governi sulla scuola.

Se da un lato, allora, la matrice delle proteste e del conflitto appare unitaria, consolidata e pragmatica in punti e rivendicazioni; sotto l’ottica ideologica e interna, permane una divisione tra destra e sinistra, nonostante alcuni rivelino che “i movimenti di destra sono completamente assenti nella lotta”, con altri che ribattono: “noi i fascisti non ce li vogliamo proprio nei cortei”. Infine, sotto l’ottica esclusivamente politica e capitolina, il movimento studentesco, anche se c’è chi non lo vorrebbe politicizzato, è schierato in maniera visibile tra centro-sinistra e sinistra, e in maniera che a tratti potrebbe amareggiare, tende già a ricalcare quelle divisioni profonde, radicate e spesso insanabili, del panorama politico progressista del Paese tutto.

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Accenni metodologici 

La metodologia utilizzata per la stesura dell’articolo è mista. È stato redatto un questionario da compilare in forma anonima per garantire il rispetto della privacy e i diritti dei minori. È rimasta aperta comunque la possibilità di allegare una modalità di contatto per quanti volessero rimanere informati sui risultati dell’inchiesta. Il questionario è rimasto aperto tramite Google Form alla compilazione dal 19 gennaio 2022 al 14 febbraio 2022. Lo hanno compilato 160 studenti a maggioranza di Roma e dintorni, e nel 13 per cento dei casi da altre città italiane. Si compone di domande a risposta chiusa; domande a risposta aperta discorsive e opzioni di risposta misurate con scale di Likert di diversa natura, a quattro o cinque opzioni. Il questionario è stato inoltrato sui social media (principalmente attraverso Instagram e Whatsapp) dei principali collettivi delle scuole secondarie di secondo grado di Roma e della Regione Lazio, oltre che individualmente alle fonti studentesche a disposizione dell’autrice.

La rilevazione è stata poi integrata con notizie raccolte dai media mainstream, comunicati stampa di movimenti e reti studentesche pubblicati nel lasso di tempo preso in considerazione. In aggiunta sono state realizzate, ai fini di ampliare l’analisi qualitativa, diverse interviste, alcune in profondità e altre giornalistiche – più brevi – raccolte mediante testimonianze di campo presso il corteo studentesco del 4 febbraio 2022 da parte dell’autrice. I risultati sono stati poi integrati con la copertura mediatica fornita da Radio Capital alla mobilitazione del 4 febbraio, tramite interviste spot a cura della giornalista Camilla Palladino. Nella redazione dell’inchiesta si è optato per la formula del solo utilizzo dei nomi propri degli intervistati laddove concesso dai singoli, considerato, oltre che il fattore età, il doveroso rispetto dell’anonimato delle fonti a fronte del timore categorico espresso dalla maggioranza degli intervistati circa possibili “ripercussioni di tipo scolastico” per la scelta di esporsi mediaticamente. 

Alle radici del disordine “Scuola”: parola agli studenti ultima modifica: 2022-03-12T18:08:36+01:00 da CAMILLA FOLENA
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