Pino Wilson, l’anima della Lazio

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Pino Wilson, spentosi lo scorso 6 marzo all’età di 76 anni, era quasi una mosca bianca in quella Lazio pistolera e, per certi versi, nera che fece faville nella prima metà degli anni Settanta. Era la Lazio del presidente Lenzini e, soprattutto, di Tommaso Maestrelli, un ex partigiano che seppe indossare i panni del padre, oltre che del condottiero, guidando con autorevolezza un gruppo diviso al proprio interno in fazioni, caratterialmente quasi impossibile da gestire e con personalità fortissime che si detestavano senza cordialità al trionfo, al cospetto di una Juventus fra le più forti di sempre e dell’ascendente Torino del presidente Pianelli.

Pino Wilson, eroe romantico di un’altra stagione, punto d’equilibrio di un gruppo che se le dava in allenamento con superbo gusto, chinagliano di ferro nel contesto di uno spogliatoio che pareva un Vietnam, Pino, dicevamo, era il capitano in grado di tenere insieme le parti e di restituire armonia al gruppo, quando l’unico obiettivo era vincere, prima di tornare a picchiarsi in una sorta di guerra civile a neanche troppo bassa intensità.

Quel miracolo biancoceleste, del resto, poteva verificarsi solo nei Settanta, il decennio dei diritti civili e della definitiva consacrazione del ceto medio, al crepuscolo dei “trenta gloriosi”, quando ancora il divario fra grandi e piccole era sostenibile e poco prima che prendesse avvio la mala stagione liberista degli sponsor, dei consumi sfrenati, del “business as usual” e delle spese pazze che hanno snaturato il calcio e la società nel suo insieme. La Lazio del secondo scudetto, per dire, era già l’opulenta compagine di Cragnotti, prima che il giocattolo si rompesse in maniera rovinosa: una squadra di campioni e campionissimi, non certo un glorioso allestimento di scarti altrui, reduci da serie inferiori, tanta polvere mangiata e nessuna soddisfazione ricevuta, un calcio quasi dilettantistico, animato da una passione che andava al di là di mezzi tecnici non certo esaltanti.

Sì, c’era qualche buona individualità, questo è innegabile, ma niente a che spartire con la Juve di Boniperti e Vycpálek e con le altre potenze storiche della Serie A. La Lazio di Pino Wilson nasceva per disperazione, era stata assemblata alla bene e meglio e si affidava alla smania di riscatto dei suoi alfieri, di cui Wilson era senz’altro il più educato mentre gli altri, una banda di scapestrati mai vista, recitavano alla perfezione il proprio ruolo di belli e dannati. Una squadra sfortunata, folle,  sconfitta dal destino, il cui timoniere si spense a soli cinquantaquattro anni a causa di un male incurabile e che, di lì a poco, perse anche il suo angelo biondo, quel Re Cecconi che amava troppo la vita e, per questo, si divertiva a giocarci, senza rendersi conto che nella Roma degli Anni di Piombo anche trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato poteva essere fatale.

Molti protagonisti di quell’avventura non ci sono più, qualcuno è passato sotto silenzio, qualcuno è precipitato nell’oblio, Wilson sicuramente resterà, ultimo simbolo di un decennio che finalmente cominciamo a capire, nel bene e nel male, nei suoi aspetti edificanti e nelle sue tragedie. È stato l’anima della Lazio, quella più vera, popolare e aristocratica al tempo stesso, contraddittoria, pazza e irriverente, sfrontata, a tratti addirittura arrogante, battagliera e indomita, capace di infrangere l’egemonia di Madama e di ritagliarsi un posto d’onore nell’albo d’oro del calcio italiano. Oggi quasi nessuno sponsor sarebbe disposto a investire su uno di quei “reietti” che, con fare canagliesco, lasciarono a bocca aperta l’intero Paese. O forse sì, e allora sarebbe la fine.

Pino Wilson, l’anima della Lazio ultima modifica: 2022-03-12T18:36:00+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI

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