#Ucraina. Una conquista devastante per Putin

ANNALISA BOTTANI
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The Russians are devastating the city that my great-grandfather,
Soviet leader Nikita Khrushchev, lovingly rebuilt.
[Nina Khrushcheva]

“Se Putin conquisterà l’Ucraina, perderà l’Ucraina. A essere precisi, l’ha già persa”. Ne è convinto Andrei Kolesnikov, senior fellow e presidente del Russian Domestic Politics and Political Institutions Program presso il Carnegie Moscow Center, che si è interrogato non solo sull’invasione da parte della Russia dell’Ucraina, in corso ormai dal 24 febbraio, ma anche sul fronte interno, quello russo, teatro di un’altra, seppur differente, battaglia. In questo momento la Russia e la sua società civile sono isolate quanto lui. “Perderà anche la Russia, a seguito di questa guerra”, si chiede l’analista, “o la trascinerà a fondo con lui?” 

La guerra in Ucraina, malgrado i primi round di negoziati tra le parti svoltisi nei giorni scorsi, diversi cessate il fuoco in aree specifiche e l’attivazione di corridoi umanitari (non rispettati dalla Russia, secondo la comunità internazionale), sta vedendo da giorni un massiccio e brutale dispiegamento di forze militari russe (incluse bombe termobariche e a grappolo) contro obiettivi soprattutto civili (una “groznification”, secondo Steven Hall, ex membro del Senior Intelligence Service della Cia) e l’avanzata delle truppe a Nord, Sud ed Est. Per questo il procuratore della Corte penale internazionale ha annunciato di aver aperto un’indagine sulla situazione in Ucraina, ove sarebbero stati commessi crimini di guerra, dopo aver ricevuto il via libera da 39 stati parte della Corte stessa. Il 10 marzo, per la prima volta dall’inizio dell’invasione, la Russia ha inviato un ministro per avviare nuove trattative. Si è, infatti, svolto un incontro ad Antalya, in Turchia, tra i ministri degli Affari esteri dell’Ucraina e della Russia, Dmytro Kuleba e Sergey Lavrov. All’incontro ha partecipato anche il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu: la Turchia, infatti, in qualità di membro della Nato, si è dimostrata ansiosa di mantenere forti relazioni con le parti e di svolgere un ruolo di mediazione. Ed è stato anche il primo viaggio all’estero per Lavrov, la “colomba” dell’amministrazione di Putin, che ha visto una fase di declino nel corso delle ultime settimane, a fronte dell’avanzata dei falchi nell’ambito del cerchio ristretto del presidente. Hanno contribuito a rendere più tese le trattative anche le accuse della Russia, circolate in questi giorni, relative a presunti laboratori di armi biologiche degli Stati Uniti e allo sviluppo di armi chimiche in Ucraina, accuse prontamente smentite dagli Stati Uniti che temono, invece, l’utilizzo da parte russa di armi chimiche. O peggio ancora una minaccia nucleare.

Secondo l’ex dissidente sovietico e politico israeliano Natan Sharansky, intervistato da la Repubblica,

la Russia non è il Paese più forte del mondo, ma ciò che Putin ha ottenuto è stato cambiare i principi internazionali fondamentali. Dopo la Seconda guerra mondiale in Europa c’era l’idea che i territori non si conquistassero con la forza. Lui ha dimostrato di essere pronto a sfasciare il sistema e anche di usare lo spettro delle armi nucleari come deterrente per impedire che l’Occidente interferisca. 

I ministri degli esteri dell’Ucraina, Dmytro Kuleba (a sinistra), e della Russia, Sergey Lavrov

Anche questo negoziato, tuttavia, non ha avuto l’esito sperato. Commentando l’incontro, il Ministro Kuleba ha dichiarato che, malgrado il confronto sul cessate il fuoco e sull’attivazione di un corridoio umanitario da e per Mariupol, non è stato fatto alcun progresso. A suo avviso, Lavrov non sembra avere il potere di prendere decisioni in quanto pare vi siano altri player in campo. Lavrov, d’altra parte, ha affermato che le trattive sono di competenza delle delegazioni che si stanno incontrando in Bielorussia. Ha aggiunto, inoltre, che la Russia “non intende attaccare altri Paesi” e “non ha attaccato neanche l’Ucraina”. Dichiarazioni che hanno provocato un certo sconcerto a livello internazionale. 

La situazione ad oggi è, dunque, ferma, in attesa di ulteriori negoziati tra le parti o di un eventuale meeting tra Zelensky e Putin, considerato “concettualmente possibile” dal Cremlino.

Nel frattempo, a differenza di quanto si aspettava Putin stesso, si assiste quotidianamente alla fiera resistenza della popolazione e dell’esercito dell’Ucraina, che ha già presentato una richiesta di adesione all’Unione europea. Oggi il Paese è alle prese con una catastrofe umanitaria, la più grande crisi di rifugiati in Europa del XXI secolo e la peggiore dalla Seconda guerra mondiale: più di due milioni di persone sono già fuggite e, secondo quanto riferito da un portavoce dell’Unicef a Nbc News, almeno la metà di queste è composta da bambini, alcuni dei quali costretti a viaggiare da soli.  

Come noto, questa guerra – definita la guerra “del Cremlino” e non della Russia – ha provocato la dura reazione di una parte dell’opinione pubblica russa, divisa tra vergogna (come dimostra lo slogan “I am ashamed to be Russian”, che sta circolando all’interno e all’esterno del Paese), paura, dolore, rabbia e impotenza. A questo si aggiunge il forte isolamento causato dalle sanzioni occidentali che hanno colpito non solo gli oligarchi, Putin, Lavrov, i parlamentari della Duma che hanno votato a favore del riconoscimento delle Repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk e altre figure di spicco del sistema politico e dell’intelligence, ma anche e soprattutto il cuore finanziario del Paese, dalla Banca centrale al Fondo sovrano, ai principali istituti di credito esclusi da Swift (solo per citare alcuni provvedimenti), con l’inevitabile e costante crollo del rublo e un aumento rilevante dell’inflazione, preannunciando il sopraggiungere di una delle crisi economiche più significative dai tempi della caduta dell’Unione Sovietica. Secondo Bloomberg, Morgan Stanley ha predetto una condizione di default per metà aprile. A questo si aggiunge anche il taglio delle forniture di gas e di petrolio russi deciso da Stati Uniti (che si estende anche al gas naturale liquefatto e al carbone) e Gran Bretagna, mentre l’Unione europea ridurrà di due terzi, entro la fine dell’anno, le sue importazioni di gas russo. Ricordiamo che l’anno scorso la Russia ha esportato in tutto il mondo petrolio per un valore di 180 miliardi di dollari e gas per un valore di 65 miliardi di dollari.

Questo isolamento è accentuato ulteriormente dal blocco di numerosi social media (Facebook, Twitter e TikTok) e, forse a breve, anche di YouTube e dalla decisione di moltissime aziende, multinazionali, società di consulenza occidentali di lasciare il mercato russo, escludendo de facto anche i cittadini dal mondo globalizzato. Tra queste anche McDonald’s, il cui arrivo nel Paese decenni fa, ricorda Steve Rosenberg della Bbc, è divenuto il simbolo di apertura della Russia al mondo, il simbolo dell’Est pronto ad accogliere l’Occidente. 

Anche alcune organizzazioni, come il World Economic Forum, hanno deciso di espellere il Paese o di sospenderlo (Uefa e Fifa, ad esempio). Secondo quanto riportato da Repubblica, citando Paolo Guerrieri, economista di Science Po, “Mosca è entrata nel ristretto club dei grandi reietti del sistema finanziario globale, a fianco di Iran e Corea del Nord.” 

Non aiuta neanche la crescente censura, peraltro in vigore anche prima della guerra, imposta ai mezzi di comunicazione. L’ultima legge siglata da Putin dopo l’approvazione del Parlamento prevede fino a quindici anni di carcere per coloro che diffondono “informazioni false sulle forze armate” e sull’operazione militare in corso, ossia qualsiasi notizia divergente rispetto alle fonti ufficiali del Governo. 

E di “guerra”, infatti, (o di invasione, assalto, aggressione) non si può parlare. E ci riferiamo a quella che potrebbe essere una delle più vaste operazioni militari in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. “Raccontare la verità” ha già causato la chiusura di alcune testate russe, tra cui Ekho Moskvy dopo 32 anni di attività o Tv Dozhd, nata nel 2010, che aveva continuato a trasmettere online anche dopo essere stata etichettata come “agente straniero”. La Novaya Gazeta, diretta dal Premio Nobel Dmitry Muratov, proseguirà la propria battaglia, seppur tra mille difficoltà. Le principali testate giornalistiche internazionali e d’opposizione, tra cui Cnn, Cbs, Bloomberg, Rai, Radio Free Europe/ Radio Liberty, il New York Times (la Bbc, dopo un iniziale blocco, ha deciso di riattivare la copertura dalla Russia), solo per citarne alcune, hanno deciso di sospendere le attività dei loro corrispondenti. Almeno 150 giornalisti hanno lasciato la Russia nel corso di questi giorni, indicando che la professione giornalistica “è stata bandita”. Secondo Sharansky, “fino a due settimane fa, nonostante tutti i suoi problemi, la Russia rimaneva comunque molto distante dall’Urss, molto più libera. Ma ora la situazione è peggiorata, tutti i siti di opposizione o dove era possibile informarsi sono stati chiusi, inclusi Facebook e Twitter, tanti cittadini russi, soprattutto intellettuali, stanno scappando in cerca di maggiore libertà, molti vengono arrestati. In pochi giorni i russi si sono ritrovati tagliati fuori dalla libera informazione più che in qualsiasi altro momento negli ultimi trent’anni.”

Ma la censura riguarda anche i protagonisti di questa guerra, ossia i soldati. Secondo quanto riportato da Repubblica, sarebbero stati vietati i funerali dei caduti in guerra per “non scatenare il panico” e il dolore delle famiglie. Una situazione che riguarda decine di parenti di soldati che vegliano tombe vuote in quanto le autorità non intendono restituire i corpi dei soldati uccisi al fronte. E mentre Putin ha rassicurato che “i soldati di leva non sono e non saranno coinvolti nei combattimenti”, giovani di leva e militari arruolati da poco e privi di esperienza continuano ad andare in guerra, talvolta inconsapevoli della reale missione (combattimenti reali e non “esercitazioni”). Il 9 marzo, tuttavia, il ministero della Difesa russo, a differenza di quanto affermato dal presidente, ha ammesso che soldati di leva sono stati mandati al fronte. L’influenza delle associazioni delle madri dei soldati sull’opinione pubblica è profonda e non saranno certi gli “indennizzi” da cento dollari circa previsti dal Governo a placare il dolore o la rabbia delle famiglie. 

Si tratta, dunque, di un punto delicato per Putin. Parlando a una riunione del Consiglio di sicurezza l’11 marzo, ha appoggiato l’idea di consentire a individui stranieri di unirsi alle forze russe in Ucraina dopo che il ministro della Difesa Sergei Shoigu ha dichiarato che circa sedicimila “volontari” dal Medio Oriente sono pronti a combattere dalla parte russa, mentre il gruppo Wagner sta reclutando personale per creare un esercito privato in grado di partecipare all’intervento militare.   

In tutto questo permane lo storytelling del Cremlino che continua a imporre la propaganda attraverso le tv di stato e che certamente influenza una parte della società russa: non è una “guerra”, ma “un’operazione militare speciale” nel Donbas necessaria, secondo Putin, a difendere il Paese dall’oppressione, a “rispondere a una richiesta di aiuto dalle Repubbliche separatiste”, a “demilitarizzare e denazificare” il Paese. Insomma, un intervento, portato avanti con la benedizione del Patriarca di Mosca Kirill, per liberare l’Ucraina e la sua popolazione da “neonazisti” e “drogati” che stanno cercando di sviluppare armi nucleari. Margarita Simonyan, direttrice di Russia Today, ha dichiarato: “Non potrei mai stare qui in studio e difendere ciò che la mia patria sta facendo se sapessi che la mia patria sta bombardando città pacifiche.” E tutto questo mentre la Russia continuava a bombardare città inermi. Secondo Kolesnikov, al pubblico di massa viene offerta una storia che assomiglia sempre di più a “una fiaba dei giorni bui dell’Unione Sovietica”. “Dopotutto, liberare le persone dai loro governi legittimamente eletti”, prosegue Kolesnikov, “è una vecchia tecnica staliniana che è stata lanciata nel 1939, quando i sovietici sono entrati in Finlandia per liberare il popolo finlandese dai loro cattivi leader e installare un governo fantoccio.” 

Il ministero dell’Istruzione ha anche organizzato, sempre a fini propagandistici, alcune lezioni rivolte ai bambini per illustrare i motivi per cui “la missione di liberazione in Ucraina è una necessità” e per insegnare a operare una distinzione tra la verità e le menzogne proposte su Internet. Come ha sottolineato il portavoce di Putin Dmitry Peskov nei giorni scorsi, “naturalmente vi sono cittadini che hanno un proprio punto di vista. Chiaramente noi dovremmo impegnarci maggiormente per spiegare loro le cose.” 

Al fine di individuare un simbolo pubblico di sostegno all’invasione, la propaganda russa ha diffuso sui social, su edifici sovietici, sulle auto, sulle maglie degli atleti, solo per citare alcuni esempi, la lettera “Z” (che non è presente nell’alfabeto cirillico, mentre la lettera “З”, dal punto di vista fonetico, ne ricorda il suono), le cui origini sono ancora poco chiare secondo quanto riportato dal Guardian. La lettera dipinta a mano è stata individuata per la prima volta da analisti ed esperti militari su carri armati russi e camion militari ammassati al confine ucraino il 19 febbraio e poi su altro hardware militare dopo l’invasione, insieme a diverse lettere, tra cui O, X, A e V, incorniciate da quadrati, triangoli e altre forme.  

Le spiegazioni sono innumerevoli: per gli esperti militari la Z sta per “Zapad” (Запад, “Occidente”), per altri sta per Zelensky (V per Vladimir Putin), per il ministero della Difesa indica l’espressione “Za pobedu” (За победу, “Per la vittoria”). È stata stampata anche su magliette e felpe, commercializzate e promosse sui social media da Russia Today, ed è stata usata nel corso di alcuni flashmob organizzati dalle autorità anche presso scuole e ospedali.  

Tale strumento propagandistico, dipinto sulle porte degli appartamenti di coloro che si sono opposti alla guerra, come le Pussy Riot o Memorial, quale tattica intimidatoria, è stato, tuttavia, ridicolizzato durante alcune manifestazioni contro la guerra quando i manifestanti hanno esposto cartelli recanti la scritta “Zachem” (Зачем, “Per cosa?”).  

Il rischio di un Paese al collasso sta allarmando, tuttavia, anche alcune figure di spicco della tv di stato russa. Come riportato da Julia Davis per The Daily Beast, i propagandisti stanno iniziando a chiedere a Putin di porre fine all’intervento militare in Ucraina prima che le sanzioni destabilizzino il regime, esponendo il Paese al rischio di una guerra civile. Malgrado i costanti tentativi dei media controllati dal Cremlino di distorcere la realtà, negando i bombardamenti russi, bollati come fake news, e incolpando gli ucraini dell’uccisione di soldati e civili (“gli ucraini si sparano a vicenda e danno la colpa a noi”), è emersa una “parvenza” di verità anche tra gli ospiti della celebre trasmissione “Evening With Vladimir Solovyov” (incluso nella lista dei referenti sottoposti a sanzioni). Andrey Sidorov, preside della facoltà di World politics presso la Moscow State University, ha affermato che per la Russia “questo periodo non sarà facile. Sarà molto difficile. Potrebbe essere anche più difficile di quanto non sia stato per l’Unione Sovietica dal 1945 fino agli anni Sessanta… Siamo più integrati nell’economia globale rispetto all’Unione Sovietica, dipendiamo maggiormente dalle importazioni e l’elemento più importante è che la Guerra Fredda è, innanzitutto, la guerra delle menti. Sfortunatamente, l’Unione Sovietica aveva un’idea consolidata su cui era basato il sistema. A differenza dell’Unione Sovietica, la Russia non ha niente di simile da offrire”.

Anche altri esperti intervistati da Solovyov hanno iniziato a esprimere forti dubbi sull’opportunità di un intervento militare con un impatto così forte sulla società russa, in termini di sanzioni e isolamento, e sulla reale possibilità per qualunque forma di potere politico di consolidare la società ucraina in una prospettiva filorussa. Permane, comunque, l’accusa agli Stati Uniti di aver iniziato questa guerra e di aver cercato di prolungarla, con conseguenze disastrose per la società e l’economia russa, causando la destabilizzazione delle strutture di potere. “Se abbiamo ottenuto la demilitarizzazione e liberato il Donbas, questo è sufficiente…”, ha affermato l’opinionista Karen Shakhnazarov. “Mi è difficile immaginare la conquista di città come Kyiv… Se tale scenario inizia a trasformarsi in un assoluto disastro umanitario, anche i nostri stretti alleati come Cina e India saranno costretti a prendere le distanze da noi.”  

Anche Semyon Bagdasarov, un esperto russo di Medio Oriente, ritiene che la Russia debba prepararsi all’“isolamento totale” e che “l’esercito russo abbia svolto il suo compito di smilitarizzazione del Paese distruggendo la maggior parte delle sue installazioni militari… Lasciamo che gli ucraini facciano da soli questa denazificazione. Non possiamo farlo per loro… Abbiamo bisogno di affrontare un altro Afghanistan, ma in una versione peggiore?”

Al di là della propaganda di stato ed escludendo la nota maggioranza silenziosa, apatica e indifferente, l’opinione pubblica ha una reale percezione della situazione attuale? È possibile misurare il reale dissenso? Sempre secondo Sharansky, “è difficile misurare il dissenso perché non ci sono studi affidabili. L’impressione è che la gente non sia contenta della guerra e delle sanzioni. All’improvviso le persone hanno perso il 30 per cento dei propri risparmi e si trovano ad affrontare tanti ostacoli, incluse le difficoltà di andare all’estero. Se però questo si trasformerà in un vero e proprio movimento di opposizione rimane un’incognita. Anche per questo Putin ha fretta di chiudere l’offensiva in pochi giorni.”

L’opposizione liberale, invece, sin dall’inizio dell’invasione, si è schierata apertamente contro la guerra. 

Fin dai primi giorni cittadini, intellettuali, scienziati, dottori, avvocati, accademici, alcuni diplomatici e funzionari del ministero degli Affari esteri, esponenti del mondo della cultura e figure note come il presentatore tv Ivan Urgant, Ksenia Sobchak, celebrità televisiva il cui padre era sindaco di San Pietroburgo ed ex mentore di Putin, il rapper Oxxxymiron, il pianista Evgeny Kissin, solo per citarne alcuni, hanno manifestato il proprio dissenso contro la guerra, lanciando appelli e petizioni (tra queste è opportuno ricordare quella lanciata dalla giornalista di Kommersant Elena Chernenko) o prendendo parte a manifestazioni. Ad oggi sono scesi in piazza migliaia di cittadini e sono state arrestate dall’inizio dell’invasione oltre tredicimila persone in quasi centocinquanta città russe. Oltre ai picchetti di protesta individuale, la mobilitazione è stata sostenuta da alcuni attivisti e giornalisti (come, ad esempio, la giornalista e attivista Marina Litvinovich, poi arrestata), anche se manca sicuramente la guida dei grandi leader dell’opposizione come Boris Nemtsov, ucciso nel 2015, o di Alexei Navalny, in carcere e ancora sotto processo (rischia fino a quindici anni di carcere, oltre alla pena che sta già scontando), che ha invitato i cittadini a intraprendere azioni di disobbedienza civile. Gesti che possiamo definire eroici se pensiamo alla crescente repressione – tra arresti, pestaggi, torture – condotta dalle autorità in questi anni contro attivisti, media, manifestanti, associazioni che ha portato allo smantellamento dell’opposizione non sistemica (culminato con l’arresto di Navalny, ricordato in precedenza, e con la decisione delle autorità di etichettare la sua organizzazione come estremista) e alla fuga all’estero di molti oppositori e giornalisti. 

Tra i fattori che hanno determinato l’ampia mobilitazione dell’opinione pubblica vi è sicuramente il forte legame tra le due nazioni. Il bombardamento di un Paese che ha un profondo rapporto fraterno con la Russia e che non ha compiuto alcun atto di aggressione nei confronti della stessa appare totalmente ingiustificato agli occhi di molti. Secondo un sondaggio del Levada Center pubblicato proprio il 24 febbraio, circa il 49 per cento dei cittadini intervistati considerava l’intervento militare “improbabile” o “completamente impossibile”, anche se un’esigua maggioranza aveva espresso una visione negativa dell’Ucraina. Secondo un altro sondaggio sempre del Levada Center, il 60 per cento dei russi riteneva l’Occidente responsabile dell’escalation della crisi e l’indice di gradimento del Presidente, nel mese di febbraio e, dunque, prima dell’invasione era pari al 71 per cento, uno dei più alti degli ultimi anni. Ovviamente, quando si tratta di sondaggi, è sempre opportuno ricordare che molte persone sono restie a condividere la propria visione politica con perfetti sconosciuti soprattutto in un Paese in cui la libertà di espressione è pressoché inesistente. 

Anche l’aspetto identitario ha avuto un ruolo centrale nel processo di mobilitazione. “La nostra identità è basata sulla vittoria sul fascismo, poi ti svegli e sei la Germania del 1941”, questo è solo uno dei tanti commenti espressi dai cittadini russi. E in questa fase il parallelo con il 1941 (o la comparazione tra Hitler e Putin) sembra essere dominante in tutto il mondo, un paragone storico in aperto contrasto non solo con l’immaginario collettivo russo formatosi durante l’invasione tedesca e dopo il 1945, ma anche con la stessa retorica putiniana da sempre basata, a fini propagandistici, sulla Grande Guerra Patriottica e sulla sconfitta dei nazisti. 

Le stesse immagini dei cittadini che hanno trovato riparo nella metropolitana o nei rifugi di molte delle città colpite hanno riportato alla memoria i dolorosi ricordi londinesi e russi della Seconda guerra mondiale. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel suo discorso alla nazione del 25 febbraio ha paragonato il bombardamento di Kyiv all’attacco della Germania nazista. L’Auschwitz Memorial, in una dichiarazione rilasciata dopo l’inizio della guerra, ha espresso la propria solidarietà ai cittadini dell’Ucraina, “libera, indipendente e sovrana”, e a tutti i russi che hanno il coraggio di opporsi alla guerra, sottolineando la necessità per tutto il mondo libero e democratico di tenere a mente le lezioni apprese dall’“inerzia” degli anni Trenta. “Oggi è chiaro che ogni sintomo di indifferenza è segno di complicità.” 

Ma si tratta di un reale movimento contro la guerra capace di orientare anche i cittadini restii a prendere posizione o la maggioranza silenziosa? 

Come sottolineato dal giornalista di Mosca Kirill Martynov, per i russi ogni forma di retorica antibellica, in questo momento, comporta il rischio di perdere, come minimo, il lavoro o, nel peggiore dei casi, la libertà o la vita. E in questo momento, aggiunge, non vi è una massa critica di popolazione nella società russa decisa a rischiare tutto questo. Non è ancora possibile misurare l’ampiezza del malcontento russo per l’invasione. Anche Kolesnikov ritiene che, malgrado le proteste, le petizioni contro la guerra o le dichiarazioni di alcune figure di spicco, questo non sia ancora “un movimento contro la guerra. Finora, vi sono pochi segnali che i cittadini russi comuni vi stiano prendendo parte. Forse non gli piace la guerra, ma stanno tenendo la testa bassa.” Seppur il Cremlino sia riuscito a controllare il flusso informativo e molti siano rimasti silenti, è difficile per il Governo “tenere a bada” la realtà nel ventunesimo secolo, con una valuta al collasso, un crescente isolamento internazionale e ora, come ha ammesso il Cremlino, centinaia di vittime russe. Non si è ancora diffuso il panico, ma tutti hanno assistito al tentativo disperato dei cittadini di convertire i rubli in valuta forte e di acquistare beni durevoli. Il Governo dovrebbe chiedersi come la popolazione, anche quella che non ha accesso all’informazione, percepirà la guerra se inizierà a diventare lunga e sanguinosa e se l’esercito richiederà l’impiego di altri soldati.  

A fronte della chiusura dello spazio aereo per le compagnie russe di oltre trenta Paesi – inclusi tutti i Paesi dell’UE e della crescente repressione in patria, decine di migliaia di russi contrari alla guerra stanno fuggendo all’estero, in aereo o in autobus, verso gli stati dell’ex spazio sovietico e in altri ancora accessibili, malgrado i lunghi interrogatori dell’Fsb al confine e il divieto di portare all’estero valuta straniera del valore superiore a 10.000 dollari. Per alcuni la scelta è tra il Golfo Persico, la Turchia, l’Armenia, la Georgia e il Kyrgyzstan, anche se, in base alle testimonianze, altri sperano di recarsi in Europa tra alcuni mesi.  

L’Armenia, che è stata denominata sui social “la nuova Costantinopoli” e in cui la maggioranza delle persone parla russo, si è astenuta nell’ambito delle votazioni sulla risoluzione di condanna dell’invasione da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu. 

In base alle testimonianze raccolte da Radio Free Europe / Radio Liberty, alcuni cittadini hanno sentito che molte aziende si trasferiranno all’estero in futuro perché fare affari in Russia nel settore dell’import/export e della finanza non è più possibile. Il ministro dell’Economia armeno ha dichiarato, senza citarne il nome, che le società IT russe stanno spostando le proprie operazioni in Armenia per eludere le sanzioni. Una dozzina si sono già trasferite, mentre altre arriveranno. 

Vi sono poi altri cittadini, circa quarantaquattromila rispetto ai ventisettemila del mese di febbraio del 2021, che hanno scelto la Finlandia per scappare. Ad oggi i biglietti per treni e bus sono esauriti. Secondo France 24, il treno “Allegro” che collega San Pietroburgo a Helsinki è una soluzione che si applica a pochi: è previsto, infatti, che i passeggeri siano cittadini russi o finlandesi, in possesso di un visto, in grado di dimostrare di aver ricevuto un vaccino contro il Covid riconosciuto dall’Unione europea (non Sputnik, dunque). La maggior parte dei passeggeri è composta da russi che vivono o lavorano in Europa. 

La retorica del patriottismo e una visione della Storia manipolata in ottica revisionista vacillano, mentre il conflitto prosegue senza sosta da giorni, contrariamente a quanto auspicato da Putin: lo scenario presentato al presidente prima di dare il via all’attacco era, infatti, molto diverso dall’attuale situazione sul campo. Un’operazione militare da condurre nel giro di pochi giorni, con poche vittime civili e una rapida “dispersione” delle autorità e dell’esercito ucraino in vista dell’insediamento di un governo “amico” per controllare il Paese. Una visione condivisa solo dagli ideologi della campagna e non dagli altri. E vacilla anche l’immagine di Putin, sul cui stato di salute mentale il mondo si sta interrogando da giorni. “I russi”, sostiene Anton Troianovski del New York Times, “credevano di conoscere il loro presidente. Ma si sbagliavano”. E si sbagliavano anche gli analisti che, nel corso del suo lungo mandato, vedevano un leader, certamente autoritario, caratterizzato da una calma determinazione e dall’abilità di gestire astutamente i rischi per guidare uno dei Paesi più grandi del mondo. Attaccando l’Ucraina, si è rivelato un leader completamente diverso: uno che trascina la superpotenza nucleare che guida in una guerra senza un esito prevedibile, uno che, a quanto pare, porrà fine al tentativo della Russia, condotto nei tre decenni dell’era post-sovietica, di individuare il proprio posto in un ordine mondiale basato sulla pace. “Più che Bismark”, ha affermato Paul Kennedy in un’intervista al Corriere della Sera di alcuni mesi fa, “sembra il Grande dittatore del film di Charlie Chaplin del 1940.” 

Anche l’analista Tatiana Stanovaya ha cercato di capire per anni Putin, ma ora “l’utilità della logica è al limite”. È divenuto “meno pragmatico e più emotivo”, come denota anche il registro più aggressivo dei suoi ultimi discorsi. Secondo l’ex consigliere di Putin e politologo Gleb Pavlovsky, è un uomo isolato, più isolato di Stalin. E non parliamo solo di isolamento fisico (o distanziamento), come dimostrano le riunioni con il suo staff ristretto, ormai composto da “yes-men”. “Negli ultimi anni della sua vita Stalin non si recava al Cremlino e viveva nella sua dacha, ma il Politburo andava a trovarlo, parlavano e bevevano. Putin non ha tutto questo. È estremamente isolato e in questa condizione questioni razionali possono divenire irrazionali.” Stanovaya ritiene che l’ossessione di Putin per la Storia sia la chiave per capire le sue motivazioni visto che è impossibile spiegare la guerra in Ucraina dal punto di vista strategico sia alla luce del suo esito incerto sia delle alte probabilità di incrementare il sentimento antirusso all’estero, provocando un’escalation nella contrapposizione con la Nato. Ormai considera più importante e più interessante lottare per “ripristinare la giustizia storica”, anziché focalizzarsi sulle priorità strategiche della Russia. Per Putin, secondo Stanovaya, il potere superiore è rappresentato dallo Stato e lui vede se stesso come suo servitore. Il problema è che la responsabilità personale si riduce in questo caso e si pensa di agire per conto della Storia, che è corretta per definizione, mentre lui è l’unica guida sul campo. Con questo tipo di visione si può andare lontano, senza troppi rimorsi.  

Uno spirito revanscista che, tra vittimismo e risentimento, nel corso degli anni si è autoalimentato, portando alla transizione verso un’autocrazia paranoica in cui la paura di perdere lo spazio post-sovietico a seguito dell’espansione della Nato è ormai strettamente legata a quella di perdere il potere. 

E, se parliamo della questione ucraina, che abbiamo trattato su questa Rivista, non possiamo non ricordare le parole sempre dello storico Paul Kennedy: “Putin ha un’ossessione ideologica sull’Ucraina, vuole difendere la cultura russa nell’ex Urss ed è convinto di avere un ruolo speciale nel destino della Russia. Una combinazione molto pericolosa.” Ricordiamo che Putin ha sempre visto l’Ucraina come un fattore critico nell’ambito della contrapposizione con Stati Uniti e Nato. Ma verso il 2019 ha iniziato a trasformarsi in un fine a sé, appena Putin ha iniziato a immergersi negli archivi e nella ricerca storica.  

E in questo processo che ruolo hanno le cosiddette “élites”?

Ormai le élites dipendono completamente dal governo. Vi è un proverbio, secondo Kolesnikov, per descrivere la loro condizione: “Where do we go from the submarine?”. Nessuno può lasciare la barca, seppur non condivida questo suo nuovo “approccio” o sia sotto shock. È opportuno ricordare che i gruppi di potere vicini a Putin non hanno molte alternative: o lo sostengono o rischiano la galera, considerati i “dossier” che Putin ha accumulato (o preparato) su di loro nel corso degli anni. Non solo: il benessere di questi gruppi di potere che lo affiancano ormai da anni dipende totalmente dallo stato. Il capitale finanziario richiede potere politico e viceversa. A causa delle sanzioni saranno ancora più legati a Putin poiché la scelta è tra la bancarotta o la prigione. Si sono trasformati, infatti, in forti sostenitori delle decisioni di Putin e sembrano preparati (o sono obbligati) a seguire il proprio leader, come dimostra lo speaker della Duma Vyacheslav Volodin convinto che le autorità di Kyiv abbiano ucciso civili, donne e bambini nel Donbas in questi otto anni. Basti pensare alle riunioni svoltesi nei giorni scorsi, ad esempio, quella del Consiglio di Sicurezza in cui Putin ha riunito le figure di spicco della sua amministrazione, umiliando pubblicamente coloro che non mostravano una piena adesione ai suoi piani (ad esempio, Sergey Naryshkin, direttore del Foreign Intelligence Service), confermando l’impossibilità non solo di manifestare il dissenso rispetto alle soluzioni proposte, ma anche di esprimere il proprio punto di vista, rendendoli de facto complici del suo piano. 

Medesima ratio ha caratterizzato l’incontro con gli oligarchi, tra cui solo Oleg Deripaska e Mikhail Fridman (i cui parenti vivono in Ucraina, peraltro) hanno auspicato la fine delle ostilità, senza criticare direttamente Putin o incolpare la Russia. Attaccare direttamente Putin, secondo Fridman, “non avrà alcun impatto sulle decisioni politiche in Russia.” “Nessuno vuole davvero soffrire. Ma il messaggio è che dovremo farlo”, afferma un banchiere senior di stato, “Essere nella lista delle sanzioni statunitensi era uno status symbol legato al patriottismo. Adesso è un requisito. Se non si è sulla lista, si desta sospetto.” 

Peraltro, è opportuno ricordare che il “cerchio” putiniano nel corso del tempo si è sempre più ristretto, portando Putin stesso a sviluppare una visione distorta del mondo e a credere a teorie complottiste basate sull’idea che l’Occidente voglia distruggere la Russia attraverso tutti gli strumenti possibili, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso alla figura dell’oppositore Navalny. Oppure a lasciar indietro personalità note anche in Occidente, come il ministro Lavrov, da sempre orientato all’approccio diplomatico, in contrasto certamente con il falco Sergey Shoigu, ingegnere di formazione e ministro della Difesa. 

Come sottolineato da Foreign Affairs, in quest’ultimo decennio abbiamo assistito a un drammatico cambiamento nella gerarchia della sicurezza del Cremlino: la gestione dell’operazione militare in Ucraina non è stata, infatti, affidata all’Fsb, ma all’esercito russo, a differenza di quanto avvenuto in passato nell’ambito di operazioni che avevano come target obiettivi politici in Occidente. La prima guerra di Putin, iniziata in Cecenia nel 1999 (ossia la seconda guerra cecena), è stata condotta dall’Fsb in quanto costituiva “un’operazione antiterrorismo”, mentre l’esercito aveva un ruolo subalterno. E sempre l’Fsb ha continuato a mantenere un ruolo preminente nel controllo delle élites e nella repressione del dissenso. 

Un tempo l’apparato militare era subordinato ai servizi di sicurezza, non era coinvolto nel processo decisionale russo ed era considerato malgestito e sottofinanziato. Nel corso del diciannovesimo e ventesimo secolo, malgrado il ruolo importante svolto nella società, non ha avuto molta voce in capitolo nel processo decisionale a livello governativo: l’ultima volta che i militari hanno avuto un ruolo indipendente in politica è stato probabilmente nel 1825, durante la rivolta decabrista contro lo zar. Il ricordo dei fallimenti in Afghanistan e delle due guerre sanguinose in Cecenia condotte con armi obsolete non hanno reso molto popolare l’esercito.  

Oggi le forze armate, supportate da un complesso militare-industriale di notevole rilevanza, si sono guadagnate il supporto di una parte dell’opinione pubblica, forti anche della definizione di una “mitologia”, costruita già in tarda epoca sovietica e rafforzata da Putin, sulla sconfitta dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, e hanno assunto un nuovo ruolo nella gestione delle interazioni con i Paesi vicini e nella definizione delle policy, divenendo, dunque, almeno dal 2017, una delle più importanti istituzioni in Russia. E tutto è cominciato nel 2012, quando Sergey Shoigu, membro veterano dell’élite politica russa, che oggi rappresenta uno dei membri della cerchia ristretta di Putin, è stato nominato ministro della Difesa, determinando un cambiamento “silenzioso” nel percorso delle forze armate. 

Il “suo” esercito ha ottenuto un notevole “successo” sia nell’ambito dell’annessione della Crimea, dopo il ruolo fallimentare dell’Fsb nella gestione della rivoluzione di Maidan, sia nel corso dell’intervento in Siria. 

Non dobbiamo dimenticare anche l’approccio di Shoigu alla strategia militare: innovazione high-tech, formazione di un cyber-comando, fusione dell’aviazione e della space force nelle nuove Russian Aerospace Forces e incremento dei salari del corpo degli ufficiali. Nel contempo, ha reso quasi impossibile per i giovani russi evitare il servizio militare. Attento ai dettagli, Shoigu ha cambiato anche le uniformi dell’esercito affinché somigliassero a quelle sovietiche del 1945, note anche come “uniformi del vincitore”. Un’uniforme che lo ha fatto sembrare Georgy Zhukov, il più importante Maresciallo dell’Unione Sovietica che ha sconfitto i nazisti durante la Seconda guerra mondiale e che riuscì a liberarsi di Lavrenty Beria.    

Grazie ai successi conseguiti in Crimea e Siria, è stato possibile creare una sinergia tra gli oligarchi e le forze armate, contribuendo a consolidare un nuovo complesso militare-industriale russo. Questo risultato è stato rafforzato anche dalle sanzioni occidentali imposte all’élite russa a seguito dell’annessione della Crimea: molti oligarchi, a causa della perdita di denaro e contratti in Occidente, sono stati supportati dallo stato che ha fornito alle loro società importanti contratti militari. 

In fase di pianificazione dell’invasione sarebbe stato, dunque, naturale per Putin rivolgersi a Shoigu e alle forze militari, anziché all’Fsb, come è emerso anche durante la riunione del Consiglio di Sicurezza e dopo l’annuncio di Putin di voler riconoscere le autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk. 

Secondo Foreign Affairs, è importante sottolineare un aspetto divenuto centrale in questa fase, caratterizzata dal protrarsi del conflitto. Un uomo come Shoigu, seppur abbia conseguito sempre successi, non ha l’addestramento militare adeguato a comprendere che una vittoria sul campo di battaglia, non importa quanto impressionante, a volte può portare a una sconfitta politica ancora più grande. 

La scelta di trascurare l’intelligence ha creato anche alcune frizioni nei reparti dei servizi, come riportato da The Times il 7 marzo. Secondo quanto dichiarato da un whistleblower, l’Fsb sarebbe stata tenuta all’oscuro del piano di invasione dell’Ucraina, una guerra considerata “un fallimento totale”, “senza alcuna possibilità di vittoria”, con un numero di morti che ad oggi potrebbe essere decisamente superiore a quello dichiarato dal Ministero della Difesa (498), ossia 10.000. Nel report non si esclude, inoltre, la possibilità di essere trascinati in un vero conflitto internazionale. 

Il giornalista d’inchiesta ed esperto di servizi di sicurezza russi Christo Grozev ha dichiarato di aver mostrato il documento a due funzionari dell’Fsb che “non avevano dubbi”: era stato scritto da colleghi (anche se non concordavano con tutte le affermazioni riportate), a differenza di precedenti lettere false fatte trapelare dall’Ucraina. Il documento è stato pubblicato da Vladimir Osechkin, un attivista russo per i diritti umani che gestisce il sito web anticorruzione gulagu.net.

L’Fsb, sempre secondo l’informatore, è stata considerata colpevole del fallimento dell’operazione, ma il servizio di intelligence non è stato allertato e non era pronto a gestire le conseguenze delle sanzioni.  

Nel documento si riporta che, anche in caso di uccisione di Zelensky, la Russia non avrebbe alcuna speranza di occupare l’Ucraina e, sottolinea l’informatore, “anche con la minima resistenza da parte degli ucraini, avremmo bisogno di oltre cinquecentomila persone, esclusi gli addetti alle forniture e alla logistica”. 

L’analista ha affermato, inoltre, che l’SVR, il Foreign Intelligence Service, stava “cercando del marcio” sull’Ucraina per poter affermare che il Paese aveva realizzato armi nucleari, ovviamente un pretesto per un attacco preventivo.

Mentre i giorni passano e la guerra prosegue senza sosta, è opportuno chiedersi se nel breve o medio periodo il regime dovrà affrontare specifiche minacce sul fronte interno. 

Secondo quanto riportato da Steven Hall sul Washington Post, Putin, al di là delle speculazioni sul suo comportamento, sul suo crescente isolamento o sulla paura del Covid-19, non teme il virus, ma un colpo di stato.  

E il pericolo non viene, secondo Hall, dagli oligarchi, come abbiamo spiegato in precedenza, o dalla popolazione. In base a quanto indicato dal Washington Post, secondo un sondaggio telefonico condotto nel Paese da un gruppo di istituti indipendenti una settimana dopo l’invasione, circa il 58 per cento dei russi approva l’invasione dell’Ucraina, mentre il 23 per cento è contrario. Senza dimenticare i reali supporter di Putin e la maggioranza silenziosa, anche se la situazione potrà variare quando le sanzioni e l’isolamento imposti alla Russia cambieranno drasticamente le prospettive del Paese e la qualità di vita dei cittadini. 

La vera minaccia per Hall può derivare proprio dai siloviki che non solo detengono l’hard power (sanno come usarlo e sono inclini a farlo), ma sono particolarmente abili a lavorare in clandestinità, con piccoli gruppi divisi tra loro cui sono affidate le operazioni più sensibili. Un mix che questo gruppo di potere può usare se si individua un pericolo per il sistema cleptocratico russo. Questo perché le élites della sicurezza traggono il loro potere dal sistema. 

Se l’élite costituita dai servizi di sicurezza ritiene che il sistema stia marcendo, farà il possibile per proteggere i propri interessi. È in possesso di armi e personale per minacciare Putin e sa come operare sotto il suo controllo perché a loro è affidato il sistema di controllo, il “radar”. E, ribadisce Hall, sebbene Putin abbia i mezzi per monitorare i siloviki, non sarà in grado di seguire costantemente tutte le loro azioni e con grande precisione, considerata la presenza di altre criticità. L’invasione dell’Ucraina ha innescato una reazione che minaccia la sopravvivenza dello stato russo. Come nel 1991, il Paese è a rischio. Assistendo in slow motion alla dissoluzione dell’autocrazia cleptocratica che li ha mantenuti al potere negli ultimi tre decenni, hanno la facoltà di porre fine al regime di Putin. Hall ricorda le parole del capo della Cheka, Felix Dzerzhinsky: “Sosteniamo il terrore organizzato – questo si dovrebbe ammettere francamente. Il terrore è una necessità assoluta in tempo di rivoluzione.” L’unico quesito da porsi è se i siloviki ritengono sia giunto questo momento. 

Anche l’analista Mark Galeotti si interroga sui possibili scenari legati alla rimozione di Putin.  

Al di là delle eventuali modalità per destituirlo, alcune delle quali irrealistiche (impeachment, dimissioni volontarie, assassinio) o estremamente complesse da attuare in questa fase (ad esempio, un colpo di stato realizzato dalle agenzie di sicurezza o, con maggior probabilità, dall’esercito), Galeotti si chiede chi possano essere i candidati in grado di sostituirlo, passando in rassegna tutti i volti noti dell’establishment putiniano: dal premier Mikhail Mishustin (ancora privo di una rete di alleati in quanto non è stato abbastanza a lungo al centro del potere) al sindaco di Mosca Sergey Sobyanin (difficile che un candidato dal profilo manageriale possa far cadere Putin). Potrebbero avere un’occasione solo se “qualcuno aprisse loro la porta”.  

Shoigu, dotato di capacità politiche utili a rassicurare il resto delle élites, potrebbe essere l’uomo giusto per rovesciare Putin, ma, secondo Galeotti, sarebbe una “figura di transizione” per “spazzar via il peggio del putinismo” e preparare la scena per la prossima generazione di leader. Tra questi potrebbe rientrare Medvedev, ma in realtà sarebbe solo una figura di rappresentanza che non rappresenta una minaccia, un uomo di facciata utile a figure potenti, ma non abbastanza potenti da “impadronirsi” della presidenza. Galeotti ritiene che chi “sostituirà” Putin dovrà essere una figura diversa, persino di transizione, modellata non solo dai tempi ardui che la Russia sta affrontando, ma anche dalla nascente generazione politica. Putin e i suoi alleati sono gli ultimi esponenti della vera élite sovietica.

Chi sono le altre figure dopo questa generazione? Funzionari e uomini d’affari tra i cinquanta e i sessanta anni, certamente non democratici, ma privi della “passione vendicativa” nei confronti dell’Occidente. Si tratta di pragmatici cleptocrati che desiderano ardentemente la libertà degli anni Duemila, quando potevano appropriarsi indebitamente dei soldi in patria e spenderli poi all’estero senza il timore di sanzioni. Adesso non osano ribellarsi perché il loro destino è nelle mani di Putin, ma è difficile che vogliano continuare la crociata contro l’Occidente.  

Secondo Galeotti, in questo caso i Paesi occidentali devono essere vigili e intelligenti in quanto rovesciare il regime è “comprensibile, ma sconsigliabile”. Tuttavia, in guerra gli scenari possono cambiare rapidamente, soprattutto alla luce delle esperienze pregresse come quella afghana divenuta una metafora di tutto ciò che non funziona nell’ambito di un regime corrotto, malgestito e caratterizzato da una condizione economica stagnante. Come abbiamo visto in precedenza, l’analogia con l’Afghanistan è già emersa nei discorsi degli opinionisti invitati dalle tv di stato. 

Dunque, cosa aspettarsi? “La Storia”, sostiene Galeotti, “non è una mappa del futuro, ma ci ricorda che la guerra può cambiare tutto. Può sembrare quasi inconcepibile che il regno di Putin possa finire presto, ma ora ha fatto una vera e propria scommessa sulla guerra in Ucraina, all bets are off.”

Annalisa Bottani è autrice del recente libro La Russia che r/esiste, pubblicato da ytali.com.
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#Ucraina. Una conquista devastante per Putin ultima modifica: 2022-03-12T13:29:23+01:00 da ANNALISA BOTTANI
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