Una destra sempre meno repubblicana

Mentre Macron vola nei sondaggi, il centrodestra gollista cerca di non sfaldarsi. Una dinamica che rischia di far saltare la diga che fin qui ha impedito il dialogo con Le Pen e Zemmour.
MATTEO ANGELI
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A meno di un mese dal primo turno delle presidenziali francesi, il voto pare ridotto a un puro atto amministrativo. Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, il presidente-candidato, Emmanuel Macron, viaggia col vento in poppa. Dall’inizio del conflitto, il padre-padrone de La République en marche ha guadagnato sei punti nei sondaggi. Ora svetta al 30 per cento, tredici lunghezze davanti alla seconda classificata, Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, data al 17 per cento nelle intenzioni di voto. C’è di più, secondo una rilevazione pubblicata venerdì da Le Figaro, ben il 79 per cento dei francesi sarebbe ormai convinto della vittoria di Macron. Un’ineluttabilità che contribuisce a smobilitare una campagna prima ritardata dalla pandemia e poi silenziata dalla guerra. 

A destra come a sinistra, è una lotta per l’egemonia di due campi politici che rischiano di uscirne ridotti in macerie. In questo contesto, s’è tenuto giovedì sera il duello tv, in prima visione, tra Valérie Pécresse, candidata del centrodestra de Les Républicains, ed Eric Zemmour, giornalista-polemista, figura trumpiana che ha fondato il soggetto politico Reconquête!, la destra ancora più a destra di Le Pen. 

Entrambi sono dati in affanno dai sondaggi. Soprattutto per Pécresse sta svanendo l’ipotesi di arrivare al secondo turno, che pareva a portata di mano. Lei che si voleva come la candidata anti-Macron, deve fare i conti con la decisione del presidente in carica di non partecipare ad alcun confronto con gli altri avversari prima del voto del 10 aprile. È così che la leader dei Républicains ha accettato d’incrociare le armi con un altro avversario strategico, quell’Eric Zemmour che strizza l’occhio a parte dei suoi simpatizzanti. 

Il dibattito, che per entrambi aveva il sapore di un’ultima spiaggia, ha deluso per i toni urlati e scomposti, decisamente poco presidenziali, di entrambi gli oratori, talmente impegnati a interrompersi che in alcuni momenti la conversazione è apparsa incomprensibile per gli spettatori a casa.

Perlomeno Pécresse ha dimostrato che ha voglia di lottare, è l’argomento dei suoi sostenitori. Ha attaccato Zemmour in ogni modo, accusandolo di essere “dogmatico”, “privo di umanità”, destinato a essere “un presidente impotente”. Ha denunciato il suo sostegno, anche recente, a Vladimir Putin e la sua reticenza ad accogliere i rifugiati provenienti dall’Ucraina in guerra.

Zemmour ha ribattuto accusando Pécresse di essere troppo simile a Emmanuel Macron. “Alle 20:02 [la sera del 10 aprile, quando usciranno i risultati], inviterai a votare per Macron al secondo turno”, così il leader di Reconquête!. “No, perché sarò anch’io al secondo turno”, ha ribattuto Pécresse, ostentando sicurezza. 

Su questo Zemmour ha ragione: Pécresse fa fatica a ricavarsi un suo spazio, schiacciata com’è nella morsa tra il centrismo macronista e le estreme destre di Le Pen e Zemmour. Ha cercato di definire una sua terza via impiegando la formula maldestra “Pas de fatalité, ni au grand déclassement, ni au grand remplacement”, ovvero “nessuna fatalità, né al grande declassamento [che per lei sarebbe Macron], né alla grande sostituzione [teoria complottista che è il cavallo di battaglia di Zemmour]”. Un’espressione sfortunata, che la ha obbligata a spiegare a più riprese, anche nel dibattito di giovedì, che non sostiene in alcun modo le tesi sulla grande sostituzione. Il problema di Pécresse è che per molti versi lei è una moderata, ma il suo partito ha più chance di recuperare voti a destra, piuttosto che al centro. 

Non dimentichiamo che la attuale presidente della regione Île-de-France aveva lasciato Les Républicains due anni fa, adducendo che erano andati troppo a destra. La ricerca di un equilibrio impossibile sta ora azzoppando la sua corsa elettorale. Sull’Europa, ad esempio, Pécrésse si esprime in maniera pressoché identica a Macron, auspicando un’Unione più forte. Sulle questioni di sicurezza interna invece, scimiotta Zemmour e Le Pen. Ad esempio, a inizio anno, avevano fatto rumore le dichiarazioni sulla sua volontà di “passare il Kärcher per ripulire le zone dove pullula la criminalità”. 

“Le Z”, come alcuni chiamano Zemmour, aveva già tentato di mettere un’Opa sulla destra repubblicana durante le primarie dello scorso dicembre. In questa occasione Eric Ciotti, praticamente un alter ego del leader di Reconquête!, era stato la grande sorpresa, frenato solo dalla vittoria di Pécresse al secondo turno. Va detto comunque che già qualche anno fa Laurent Waquiez, presidente de Les Républicains dal 2017 al 2019 e ora presidente della regione Auvergne-Rhône-Alpes, aveva flirtato con Zemmour e il suo nazionalismo identitario.

Sembrano lontani anni luce i tempi in cui Jacques Chirac diceva che nessun voto del suo partito sarebbe dovuto andare a un candidato di estrema destra, anche se questo avesse comportato la vittoria di un esponente di sinistra. Più tardi Nicolas Sarkozy si avvicinò alle istanze identitarie, nella speranza, mal riposta, di essere rieletto. Da allora è cominciato un lento avvicinamento, sempre frenato però da quella che in Francia è chiamata la politica del cordone sanitario, che esclude ogni tipo di alleanza con l’estrema destra.  

Quanto terrà ancora la diga che impedisce l’unione delle destre, non è dato sapersi. E forse non è neanche il punto. Se Pécresse non dovesse riuscire ad andare al secondo turno, i repubblicani rischierebbero un’implosione sul modello di quella che ha travolto il glorioso Partito socialista. 

Le due ali de Les Republicains, quella moderata e quella conservatrice, sempre più irreconciliabili, potrebbero finire per essere calamitate rispettivamente dal polo centrista di Macron e quello dell’estrema destra nazionalista e identitaria di Le Pen e Zemmour. Praticamente, una condanna a morte per il partito che ha governato dieci degli ultimi vent’anni. 

Il dibattito di giovedì ha ridato fiato a Pécresse. A detta dei commentatori, è lei che ha avuto la meglio. Ciò le permette di reclamare una rinnovata legittimità rispetto all’elettorato di centrodestra. Manca però ancora un messaggio chiaro. Senza questo, il secondo turno resterà probabilmente un miraggio. 

Una destra sempre meno repubblicana ultima modifica: 2022-03-13T11:58:50+01:00 da MATTEO ANGELI
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