La guerra, la gauche e la tentazione nazionalista

Jean-Luc Mélenchon cerca lo scatto nei sondaggi. Ma il suo pacifismo interessato è un freno al voto utile a sinistra.
MATTEO ANGELI
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La guerra in Ucraina offre alla litigiosa sinistra francese una nuova occasione per dividersi. Da un lato, il leader de la France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, indossa il mantello del pacifista integrale, opposto alla consegna di armi europee alla resistenza ucraina e ancora a favore dell’uscita della Francia dalla Nato. Dall’altro, ecologisti e socialisti si scagliano contro quella che considerano una postura cinica.

Qual è l’alternativa alla fornitura delle armi al popolo ucraino? Lasciare che venga massacrato? Possiamo tutti essere favorevoli alla pace, ma come si arriva alla pace quando un tiranno dalla forza mille volte superiore invade un paese? Solo aiutando il debole a infliggere dei colpi sufficientemente duri per riportarlo al tavolo negoziale,

ha denunciato l’europarlamentare Raphaël Glucksmann, capolista dei socialisti alle europee del 2019.

Anche il candidato verde Yannick Jadot rifiuta lo scenario di una pace al prezzo della resa. Smonta il tentativo di Mélenchon di appropriarsi dell’eredità di a Jean Jaurès, storica figura pacifista della sinistra francese, assassinato alla vigilia del primo conflitto mondiale.

Questa a dirla tutta è una messa in scena scrupolosamente preparata. Il 5 marzo Mélenchon ha infatti reso omaggio a Jaurès a Lione, là dove tenne il suo ultimo discorso per la pace prima di essere ucciso. Il giorno dopo, sempre a Lione, ha organizzato un grande comizio per la pace. Da allora, i suoi compagni e sostenitori non smettono di paragonarlo a Jaurès, storpiando la storia ai loro fini.

Jean Jaurès deve urlare nella tomba! Essere associato a qualcuno che ha sempre considerato che l’Ucraina avrebbe dovuto sparire a vantaggio della Russia. Ve lo immaginate Jean Jaurès difendere i bombardamenti sulla popolazione civile in Siria?

ha tuonato Jadot, facendo riferimento a quando Mélenchon disse che “la Russia aveva risolto il problema in Siria”.

Sta di fatto che la guerra obbliga i candidati a reinventarsi. Mélenchon indossa il mantello del pacifista. Jadot punta sulla dimensione ecologica del conflitto, chiedendo la fine delle importazioni di petrolio e gas russo, per smetterla di finanziare i crimini di guerra e al contempo abbandonare i combustibili fossili. Anne Hidalgo, candidata socialista e sindaca di Parigi, si concentra in quest’ultimo ruolo sull’accoglienza dei rifugiati e cerca di aumentare in tal modo la sua caratura morale.

La frattura tra “pacifisti cinici” e “guerrafondai” – questi gli insulti che si scambiano le due anime della gauche in crisi – è un colpo fatale alla ricomposizione dell’elettorato sparpagliato di sinistra, sulla quale a contare è soprattutto Mélenchon. In quest’area, è l’unico candidato a doppia cifra nei sondaggi. È dato al 12 per cento, mentre Jadot è al 6,5 e Hidalgo al 2,5. Fa appello al voto “utile”, nella speranza di sorpassare Marine Le Pen ed Eric Zemmour e staccare il biglietto per il secondo turno.

Sondaggio del 14 marzo (Fonte: Le Parisien)

L’aggressione dell’Ucraina mette però i due principali candidati della sinistra su due fronti irreconciliabili, anche quando si tratta di fare i conti con le sue conseguenze economiche. Intervistato venerdì su Europe1, Jadot ha auspicato

l’embargo totale delle importazioni di gas e petrolio russo, perché esse forniscono a Vladimir Putin 700 milioni di dollari al giorno per finanziare la guerra in Ucraina. Va tagliato questo carburante del conflitto.

Per Jadot, c’è un’unica soluzione a guerra, cambiamento climatico e crisi del potere d’acquisto:

Dobbiamo organizzarci, serve un grande progetto di società… Vanno messi pannelli fotovoltaici su tutti i tetti dei supermercati, sui tetti delle scuole e su tutti i tetti piatti… Bisogna aiutare i francesi a cambiare caldaia per non dipendere più da gas o carburante.

Il giorno dopo, a Parigi, ai margini della marcia sul clima, Mélenchon ha invece condannato con veemenza l’idea di uno stop alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia.

L’embargo sul gas russo sarebbe un’aberrazione. Gli unici a essere colpiti saremmo noi… I prezzi esplodono e i francesi pagano. Perché dovremmo farlo, perché [la compagnia francese] Total dovrebbe ritirarsi dalla Russia? Trovo abbastanza facile dire ‘possiamo rabbrividire [di freddo] a casa, è meglio che rabbrividire davanti ai russi’. Sono le persone che non hanno mai tremato in vita loro che parlano così.

I prezzi folli di gas e carburanti causati dalla guerra sono l’elemento che può stravolgere una campagna elettorale che vede Emmanuel Macron saldamente in testa. Del resto nessuno ha dimenticato che nell’ottobre 2018 la protesta dei gilet gialli esplose perché il prezzo del diesel toccò gli 1,5 euro al litro. Ora siamo sopra i due euro.

Opporsi all’inasprimento delle sanzioni contro la Russia, è uno dei modi migliori per capitalizzare sulla collera che ribolle. In questo Mélenchon non è solo. Dalla parte opposta dello spettro politico, Marine Le Pen denuncia sì l’invasione di Putin, ma concentra il suo discorso sulla critica delle sanzioni europee, “responsabili” dello scoppio dei prezzi, soprattutto quelli dell’energia. Anche lei si oppone a un eventuale embargo su gas e petrolio russi, che a suo avviso equivarrebbe a “a suicidarsi, a far morire la nostra economia prima di quella russa”.  

L’interesse – o meglio, l’egoismo – nazionale riemerge quindi sotto nuove spoglie. È questa la cifra che accomuna il pacifismo interessato di Le Pen e Mélenchon. Per il leader della sinistra radicale, è forse la via più comoda in vista del prossimo scrutino. Per la gauche francese, invece, di sicuro una cattiva strada.

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Immagine di copertina: Jean-Luc Mélenchon in occasione del suo meeting per la pace, a Lione, il 6 marzo

La guerra, la gauche e la tentazione nazionalista ultima modifica: 2022-03-14T19:56:26+01:00 da MATTEO ANGELI
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