PSG: non al denaro non all’amore né al cielo

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Lo ha spiegato bene Jorge Valdano su El País:

Donnarumma aveva la palla tra i piedi e, come accade a molti portieri, ostentava tranquillità. Tra le difficoltà con le sue gambe lunghe e la pressione di Benzema che lo destabilizza, ha finito per consegnare la palla a Vinicius, che l’ha data a Karim per inaugurare un inferno. Perché da quel gol, la partita è passata da essere giocata sul campo a essere giocata in uno stadio con i canini affilati da decenni di leggenda. Non era la tattica, non era la tecnica, non era la fisicità, non erano gli allenatori. Era l’emozione, che quando scatenata interviene nel gioco come una burrasca.

Per comprendere le ragioni del trionfo madridista contro il Paris Saint-Germain dello sceicco al-Khelaïfi non possiamo che partire da qui. Il fattore Bernabéu conta, anzi spesso è determinante. Perché la storia ha il suo peso, il blasone ha la sua importanza, la tradizione, anche in quest’epoca di mercenari, vuol dire comunque qualcosa, l’esperienza internazionale non è secondaria, avere in panchina Ancelotti o avere Pochettino non è secondario e poter contare sulla passione viscerale di un pubblico come quello “blanco” fa eccome la differenza. Il PSG è sbarcato nel calcio che conta in maniera artificiale, ha alluvionato il mercato con centinaia di milioni, ha speso tutto ciò che poteva spendere, ha allestito una versione calcistica degli Harlem Globetrotters, ha collezionato figurine e personaggi ormai a fine carriera, stanchi, senza più voglia di lottare, con bacheche personali già stipate di trofei all’inverosimile e una salute malferma che non consente loro di fare la differenza; ha umiliato il buonsenso e qualsiasi concetto di tattica e di strategia, presentandosi con inusitata arroganza al cospetto delle grandi vere, fino a quando qualcuno, ogni anno, non è arrivato a ricordargli che in realtà non esiste.

Perché questa è la triste verità di questa sublimazione del capitalismo in salsa pallonara, con buona pace dei diritti umani e dei pochi che ancora ci credono: puoi anche acquistare montagne di fenomeni ormai giunti all’epilogo, trasformandoti in una sorta di cimitero degli elefanti, come accadeva un tempo ai club più importanti di campionati minori come quello statunitense, ma non potrai mai colmare la tua netta inferiorità in termini di cultura sportiva con qualche assegno stratosferico.

La realtà ci dice con chiarezza che il Paris Saint-Germain non ha alcuna ragione di esistere, se non come vetrina, spot permanente per i petrodollari e la sete di penetrazione e predominio delle monarchie del Golfo, intenzionate a trasformare  il Vecchio Continente in una passerella, a spettacolarizzare tutto e a rendere ogni elemento pacchiano, insulso, diremmo persino volgare, finché qualche blasonata compagine di antica scuola non le rimette al loro posto a suon di gol e bel gioco, gli unici due aspetti che contino davvero nel calcio. Il PSG non ha perso sul campo ma negli spogliatoi o, per meglio dire, sugli spalti. Erano arrivati a Madrid convinti, dopo l’1 a 0 dell’andata, di poter compiere una passeggiata e, invece, hanno trovato davanti a sé un popolo resistente, determinato a sbarrare la strada a un’ingiustizia che va avanti ormai da troppo tempo.

Se l’avversario fosse stato il Bayern Monaco o lo United, per quanto infernale, il tifo sarebbe stato, infatti, leggermente più moderato: nei confronti di compagini altrettanto gloriose c’è sempre quel misto di stima e rispetto che rende lo sport ancora unico nel suo genere, una sorta di codice cavalleresco che altrove è andato perduto ma che in qualche cattedrale del pallone si può ancora trovare e ci riconcilia col mondo.

Se davanti alle “merengues” ci fosse stata la Juve, per dire, sarebbe stato diverso. Col PSG no, abbiamo visto con ogni evidenza, per tutta la partita, l’accanimento di un popolo che chiedeva non vendetta ma giustizia, che chiedeva di cacciare i mercanti dal tempio e di rimandarli a casa con la loro unione di opposti che stanno insieme solo per soldi, senz’anima e senza identità, come se una bandiera del Barcellona come Messi e la quintessenza del Real Madrid che risponde al nome di Sergio Ramos potessero davvero esser felici di abitare sotto lo stesso tetto e di recitare a soggetto in un contesto che chiede solo divertimento, senza alcun altro obiettivo che non sia l’accrescimento dell’ego finanziario di una congrega di ricconi.

Ci auguriamo di cuore che questo scempio dei valori dello sport, questa colonizzazione neanche troppo dolce, questa forma di intrusione in quella che Pasolini riteneva, a ragione, una delle ultime rappresentazioni del sacro, che tutto questo, insomma, finisca dopo i Mondiali farsa di quest’anno, quando i paperoni avranno avuto ciò che chiedevano e la FIFA avrà compiuto un passo ulteriore verso il più totale e indescrivibile discredito. Poi basta, però. È abbastanza noto che un fuoriclasse come Mbappé si sia già promesso proprio al Real Madrid: va bene il guadagno, difatti, ma quando si è intelligenti, si ha bisogno anche di un minimo di autenticità, e oltretutto non è che a Madrid gli abbiano promesso il reddito di cittadinanza!

È vero che al Bernabéu sono caduti praticamente tutti, perché il mito è il mito e la bellezza scenica, unita all’imponenza, di quel colosso umano e architettonico non passa mai inosservata; fatto sta che si può perdere e si può crollare, e il PSG è crollato sotto i colpi di una squadra unica, di un centravanti fenomenale come Benzema, di una mente superiore come Modrić, di un portiere di un’altra categoria come Courtois ma, soprattutto, sotto i cori, le urla e l’umano desiderio di liberazione di una platea abituata alla grandezza pura e sinceramente stanca di assistere a esibizioni posticce.

Qualcuno potrebbe obiettare che la stagione dei “galacticos” l’abbiamo inaugurata proprio loro: è così, ma non è la stessa cosa. Ogni campione portato a Madrid ha avuto, infatti, un senso e una collocazione in campo e nella storia. A Parigi, invece, si è assemblato, come peggio non si sarebbe potuto, un insieme di individualità, chiedendo loro di vincere e basta, senza alcuna idea collettiva, senza uno spogliatoio, senza alcuna passione civile, senza alcun impegno, senza credere nella causa comune, nulla di nulla,  perché tutto è transitorio quando viene fatto solo per avere un palcoscenico su cui esibire la propria sete di potere.

Hanno razziato fenomeni dappertutto, offerto contratti faraonici, drogato il marcato, superato le colonne d’Ercole della moralità e, al dunque, si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Al che, ci viene in mente la poesia immortale di Fabrizio De André che, mettendo in musica l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, cantava: “Da ragazzo spiare i ragazzi giocare / al ritmo balordo del tuo cuore malato / e ti viene la voglia di uscire e provare / che cosa ti manca per correre al prato”. Anche il titolo fa perfettamente al caso nostro: “Non al denaro non all’amore né al cielo”. La sintesi del vuoto che corte su un campo di calcio senza meta. 

PSG: non al denaro non all’amore né al cielo ultima modifica: 2022-03-15T14:01:00+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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