Venezia. La scomparsa della elle

Il proliferare di scritte in pseudo veneziano è il frutto malato di quella deriva panturistica che sta travolgendo la città: altro non è che il marketing con il quale gli operatori strizzano l’occhio al turista facendogli credere di essere i “veri” rappresentanti della venezianità.
SILVIO TESTA
Condividi
PDF

So che molti storceranno il naso se prendo spunto dalla dolorosa, precoce e inaspettata scomparsa di Maurizio Calligaro per affrontare un tema apparentemente di poco conto, soprattutto in questo tragico contesto di guerra; ma sono altrettanto certo che il primo a farci sopra una bella risata sarebbe stato proprio Maurizio e non è detto che da qualche universo parallelo o da qualcuna delle sfere del Paradiso non lo stia facendo. E dunque vado avanti lo stesso.

Proprio nel nome di Maurizio, in senso letterale, voglio parlare della scomparsa della “L” dal dialetto veneziano scritto, quella che si chiama “elle evanescente” perché c’è, ma a seconda che si trovi tra due vocali e in particolare tra certe vocali, o viene pronunciata in un modo che sembra quasi una impercettibile distorsione della vocale che segue o non viene pronunciata del tutto. Ma in realtà c’è, e dunque la si deve scrivere. Invece, ecco che “caligo”, anzi “Caligo”, visto che partiamo dal soprannome di Maurizio, diventa “Caigo”.

Il soprannome deriva chiaramente da una contrazione del cognome, Calligaro, passaggio molto comprensibile se poi ne determina la forma dialettale corretta: “Caligo”; meno se saltiamo alla forma scorretta, “Caigo”, perché è chiaramente la “l” del cognome, anzi la doppia “l” a determinare il soprannome, che non si giustifica se la “l” non ci fosse.

A nessuno verrebbe in mente di scrivere “gondoa” al posto di “gondola” (e non è detto che prima o poi non ci tocchi di vederlo), e forse si salva perché in italiano e in dialetto si scrive nello stesso modo, ma si tratterebbe dello stesso fenomeno, e ormai la scomparsa della “l” scritta in chi vuole esprimersi nel veneziano è generalizzato: “santoi e fiossi” nelle regate sociali al posto di “santoli”; “ae cravatte” o peggio “ae bricoe” (bricole…) nelle insegne dei bar al posto di “a le”; “dea” o “dee” nelle preposizioni, mentre invece per fortuna le forme corrette permangono nei “nizioleti”, che perpetuano, pur con qualche caduta relativa alle doppie, il veneziano di quando si sapeva scriverlo: “campielo de la casòn”, “fondamenta de le gorne” “calle de la mandola” (no “mandoa”), “rio de la toleta” (no “toeta”), “ponte de le tete”, “cortesela de la vida” (no “cortesea dea vida”), eccetera. 

Prendiamo “lu”: egli. Mi domando come si industrierebbero a scriverlo gli uccisori della “l”: “iu”, che sembra un nitrito? Oppure “you”, facendo il paio con l’abuso dell’inglese? E “culo”, tanto per ridere un po’? “Cuo”? provate a leggerlo…, oppure “cueo”?

In realtà, non sarebbe troppo difficile rispettare l’ortografia, perché nel dubbio basterebbe alzare gli occhi ai “nizioleti”, oppure dilettarsi con qualcuna delle bellissime commedie di papà Goldoni, oppure ancora cercare la forma corretta nel sempreverde Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio, o infine documentarsi nelle Curiosità veneziane di Giuseppe Tassini. Ma non ci si pensa, perché nello scrivere a nessuno viene il dubbio e tutti usano quel fai da te che produce vere e proprie illeggibili e impronunciabili contorsioni lessicali, tipo “lengoea” per lingua (“lengua” nel Boerio).

Capisco però che non si può pretendere che un esercente che apra una “cichèteria” sia un cultore della letteratura dialettale, e tantomeno che vada a consultare per la sua insegna il Manuale di Grafia Veneta Unitaria edito dalla Giunta regionale nel 1995, anche se al riguardo del contenuto ho qualche riserva. Uno scrittore professionale, però, forse dovrebbe.

Ma non scrivo per fare un trattato di grammatica dialettale, che non mi compete; mi incuriosisce piuttosto il fenomeno, e mi chiedo cosa significhi, perché dietro alle cose ci sono sempre altre cose.

Di fatto, mi viene ora da dire, a parte Ruzante, Goldoni, i fratelli Gaspare e Carlo Gozzi, Giacinto Gallina, oggi poeti come Andrea Zanzotto, tolta la letteratura, insomma, bisogna ammettere che il veneziano scritto ha poche fonti, e non lo si usava neppure nei testi ufficiali della Repubblica Serenissima, che erano redatti in una sorta di illustre volgare, certo con influssi dialettali, ma appunto influssi, e la grafia era quella italiana, come nei secoli si era andata formando.

E allora? Allora chi non si è mai posto il problema di fatto scrive come parla, alla buona, industriandosi a rendere il suono come meglio gli viene, lasciando poi al lettore, che si immagina altrettanto profano dell’ortografia dialettale, l’onere di capire il significato della parola che sta leggendo. Devo dunque correggere il tema da cui sono partito: la “l” non muore oggi più di quanto probabilmente non morisse diciamo quarant’anni fa, tranne che, anche allora, in chi per dovere professionale era costretto ad affrontare l’ortografia dialettale. Ma lo si nota molto di più, perché molti ma molti di più sono coloro che si cimentano con la scrittura.

Insomma, diciamocela tutta: non si tratta, come si potrebbe credere, di una buona notizia. Anche questo fenomeno, infatti, è il frutto malato di quella deriva panturistica che sta travolgendo Venezia: il proliferare delle scritte in pseudo veneziano altro non è che il marketing con il quale gli operatori strizzano l’occhio al turista facendogli credere di essere i “veri” rappresentanti della venezianità, pronti a offrire loro esperienze uniche ed esclusive: e così ecco i “cichèti tour” in barca, che prima mai si sono visti; ecco le insegne dialettali di bar e ristoranti che tappezzano ogni angolo della città; ecco l’ottuso dilagare di “Ca’.. qualcosa” per offrire il pernottamento in B&B e affittacamere nobilitati dal chiamarsi “Ca’ dea Sarta”, “Ca’ dea Grana”, “Ca’ dea Simia” e via discorrendo, come se ogni buco fosse stato un tempo un’antica dimora dei patrizi veneziani. Prima, a proposito della gondola, mi sono sbagliato, sono stato troppo ottimista: esiste, infatti, ahimè, anche una “Ca’ dea Gondoea” a testimoniare che “el pezo no’l xe mai morto”!

Il diffondersi delle “cichèterie” potrebbe essere però almeno piacevole, non fosse che ha accompagnato, con la scomparsa della “l”, anche la scomparsa dei “cichèti”, quelli veri, che non molto tempo fa non erano tramezzini e sfiziosi paninetti, ma “spienza”, “rumegàl”, “tripa rizza”, “mèzo vovo”, “nervèti”, “sarde in saòr”, “folpèti”.

Panta rei, insomma, ma verso dove?

Venezia. La scomparsa della elle ultima modifica: 2022-03-15T14:39:37+01:00 da SILVIO TESTA
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

7 commenti

Michele Boaato 16 Marzo 2022 a 15:44

Bravo Silvio! Finalmente qualcuno reagisce a questi sgorbi!

Reply
Giovanna (sissi) Bonacini 17 Marzo 2022 a 14:42

Grazie, Silvio! Finalmente! Non potrebbe/dovrebbe essere l’Istituzione” (il Comune) che dà i permessi, a pretendere che venga usato esclusivamente il veneziano scritto corretto? Sarebbe un grande vantaggio a livello culturale e non solo ….

Reply
Paolo Forcellini 18 Marzo 2022 a 10:37

Ciao Silvio, illuminante il tuo articolo. In certi casi, però, mi rimangono dei dubbi: ci sono parole dove la “l” non mi pare davvero proponibile neanche nella forma scritta. Ad esempio mai scriverei porselo anziché porseo, fradelo anziché fradeo, quela invece di quea, ecc.

Reply
Pieretta Passerini 18 Marzo 2022 a 11:31

Ho letto con vivo interesse, sentendomi anche un po’ in colpa, per essere una di quelle “turiste ingoranti” che ogni anno frequentano la vostra straordinaria città per qualche giorno. Ho avuto in effetti occasione di stare con veri veneziani e amare in maniera incondizionata il loro stare insieme parlando veneziano, schermati da un velo invisibile di distanza con “gli alttri”. Non mi disturba affatto, anzi amo questa vostra aggregazione verace. Così, cerco di istruirmi sempre di più su Venezia, imparo a vederla con occhi diversi, pur restando sempre una non veneziana che, però , porta un enorme rispetto a Venezia e alla sua incredibile immensa storia.

Reply
Sergio Torcinovich 19 Marzo 2022 a 8:05

Ci sarebbe una soluzione, forse però estemporanea: usare la L barrata (Ł), che non esiste in italiano. Oppure continuare a scrivere come nelle lingue non in chiaro, nelle quali si deve imparare la pronuncia: si scrive “lu” ma si legge “iu”, si scrive “luna”, ma si dice “ƚuna” e via discorrendo. Però bisognerà rassegnarci a sentire Goldoni storpiato con un sacco di “elle” dove non ci vanno. Del resto, lo faceva anche Baseggio in scena, anche se parlava correntemente e correttamente veneziano.
Mi permetto una correzione: nervéti e folpéti sono cichéti…

Reply
Guido Sesani 23 Marzo 2022 a 16:18

caro vecchio Silvio, per puro caso mi sono imbattuto in questo sito che non conoscevo e che mi è stato segnalato da un socio della Duri i Banchi, antica società benefica veneziana di cui faccio parte. Finito di leggere l’articolo sulla Bocciofila de San Bastian, mi è caduto l’occhio sul tuo articolo che sottoscrivo in pieno. Mi permetto di aggiungere che non è solo la elle a soffrire, ma in generale il dialetto che è parlato in modo improprio salvo in poche zone della nostra città dove si sente ancora dire “nessa” per nipote “goto” per bicchiere (orrendo biccer!!!) “ancuo” per oggi o “desmissiarse” per svegliarsi. Il Tassini dovrebbero distribuirlo gratuitamente nelle scuole come testo obbligatorio. Esagero, è vero, ma fin che gavarò fià no molo. Duri i Banchi.

Reply
Loris Spinazzi Lucchesi 27 Marzo 2022 a 19:22

Grazie Silvio per questo contributo: cominciavo a temere di essere l’unico a cui l’elisione della elle dava un fastidio fisico. E come segno di personale resistenza evito accuratamente di entrare in locali con insegne obbrobriose.
D’altra parte sembra che solo la lingua, ormai, riesca a definire l’appartenenza a un gruppo, più di qualsiasi altra caratteristica.
E la difesa della propria lingua nella sua integralità, anche se le lingue mutano di continuo, è molto importante, perché la proibizione di parlare la propria lingua ha causato gravi sofferenze e persecuzioni nel passato, per esempio proibire di parlare sloveno durante il fascismo, come testimoniato da Boris Pahor, ma può diventare alibi(?) per crimini peggiori, come la persecuzione(?) e il conseguente intervento di salvataggio(?) delle popolazioni russofone del Donbass.

Reply

Lascia un commento