Esiste ancora la Juve?

ROBERTO BERTONI BERNARDI
Condividi
PDF

Vedendola non giocare mercoledì scorso in Champions League, ci è sorta spontanea la domanda: ma esiste ancora la Juve? Dove per Juve intendiamo quel club leggendario che aveva uno stile e delle caratteristiche ben precise, un DNA vincente, una fierezza indomita, una forza d’animo che le veniva in soccorso anche nei momenti più difficili e dei campioni capaci di caricarsi sulle spalle l’intera squadra e di spingerla verso il traguardo. Per Juve noi intendiamo quella di Boniperti, quella del Trap, quella di Zoff e Scirea, quella di Lippi e anche quella di Ancelotti, parentesi troppo breve e liquidata con una certa superficialità da una dirigenza che già allora mostrò non pochi limiti. Per Juve, ancora, noi intendiamo quella del primo Allegri e, volendo compiere qualche passo indietro, persino quella di due antipatici di successo come Capello e Conte. Questa, di grazia, che cos’è?

Se il calcio è lo specchio del Paese, e lo è, beh, va detto che c’è molto da riflettere sullo spettacolo cui abbiamo assistito mercoledì sera. Innanzitutto, sia chiara una cosa: parlo da tifoso juventino, dunque ho tutte le carte in regola per manifestare il mio imbarazzo. Non ne posso più di uno stadio che, anziché essere intitolato a Boniperti, a Scirea o, perché no?, all’Avvocato, porta il nome di una compagnia d’assicurazioni tedesca. A Madrid non vige propriamente il comunismo, non regna la Terza Internazionale, eppure lo stadio è intitolato a Santiago Bernabéu, il campo d’allenamento ad Alfredo Di Stéfano, l’inno è bellissimo e il fascino della storia si percepisce in ogni angolo.

Questa Juve sterilizzata, costruita quasi in vitro, senz’anima e senza idee, con tutte le scritte in inglese per sembrare più internazionali quando si finisce col risultare solo di un provincialismo stucchevole, questa Juve in cui Del Piero e Marchisio, sostanzialmente, non hanno cittadinanza, questa Juve in cui la maglia viene stravolta per piacere in America e i giocatori sembrano acquistati più per il marketing che per la loro effettiva funzionalità, questa Juve non riesco più ad amarla. Ho cominciato a sostenerla in maniera appassionata dopo Calciopoli, al termine di un lungo percorso di avvicinamento, quindi non certo in una stagione felice della sua gloriosa storia.

Non mi è mai interessato vincere e basta, ho apprezzato i suoi campioni e il suo modo di essere. Mi piacevano Davids che giocava per strada con degli sconosciuti per regalar loro gioia e Thuram, l’intellettuale francese prestato al calcio; ho adorato David Trezeguet e il già menzionato Del Piero, Buffon e Di Vaio, quel bandito dal cuore tenero che è stato Montero e alcuni gregari di lusso come Pessotto e Birindelli. Mi spiace dirlo, ma in questa Juve non vedo più né cuore né idee. Quanto alla passione, quella è svanita da tempo.

L’impressione che ricavo, seguendo le vicende dei discendenti di casa Agnelli, non solo nel mondo dello sport, è che i soldi, alla fine, prevalgano su quasi tutto. E così addio a MicroMega, addio all’Espresso, addio alla Repubblica che abbiamo sentito di casa per decenni e adesso addio anche alla Juve, diventata una società come le altre, senza difendere la sua unicità e la sua ricchezza di valori, accantonando il bonipertismo per abbracciare un modello che non sta dando i frutti sperati. Una squadra che ogni anno cambia allenatore, in cui non esistono più bandiere, in cui è venuta meno una spina dorsale italiana, in cui i giocatori vengono acquistati di volta in volta senza un progetto chiaro e limpido, in cui dal settore giovanile non si attinge praticamente più, in cui non esiste memoria perché a contare è sempre e solo il presente, una squadra così, mi spiace, ma non mi dice più granché.

Temo, lo dico con dolore e rammarico, di aver amato una Juve che non esiste più. E temo anche che questo tracollo sia una delle spiegazioni della crisi assai più ampia che affligge il calcio italiano, ormai degradato a livelli inquietanti, al punto che non contiamo praticamente più nulla in Europa, eccezion fatta per l’Europeo conquistato l’estate scorsa dalla Nazionale di Mancini. Un tempo erano le altre grandi del Vecchio Continente ad aver paura di noi. Adesso abbiamo la certezza che col Bayern, le spagnole e le inglesi, quando ci si gioca contro, o si perde o si esce o tutt’e due le cose.

La Serie A non è più né la Mecca del calcio né un campionato di primo piano: è una sorta di MLS europea in cui i fuoriclasse vengono a svernare dopo aver dato il meglio altrove. E nulla mi toglie dalla testa che la storia tragica del nostro Paese negli ultimi vent’anni si potrebbe scrivere a meraviglia partendo proprio dal calcio, fra scandali, campionati iniziati dalla seconda giornata, casi di doping, passaporti falsi, clamorosi fallimenti e disastri d’ogni sorta, fino all’amara constatazione che Milano, un tempo capitale del calcio europeo, è ormai una città di secondo piano mentre la Juve non vede i quarti da tre stagioni e perde allegramente contro compagini che, secondo la sua illuminata dirigenza, non avrebbero il diritto di partecipare alla Superlega, ultimo capolavoro in ordine cronologico di un gruppo di potere che, forse, dovrebbe guardarsi dentro e riflettere un po’ su se stesso. 

Mi spiace, ma per me la Juve era e resta quella della panchina di Corso Re Umberto, quella dei ragazzi del liceo D’Azeglio, quella dell’Avvocato e del Dottore, di Charles e Sivori, di Furino e di Platini, quella di Vialli e di Baggio, quella che compie un mercato stratosferico ogni dieci anni e poi gestisce perché il progetto si lancia sempre a lungo termine, con lungimiranza e senza spese folli. Questa Juve con maglie imbarazzanti, le seconde e le terze quasi tutte, uno stemma stilizzato che non trasmette alcuna emozione, un gioco che si commenta da solo, un attacco sterile pur avendo acquistato il centravanti più forte della Serie A, capace di farsi sfuggire fuoriclasse come Isco, Haaland e Mbappé per acquistare alcuni dei soggetti che vediamo traballare in campo da diversi anni, questa Juve, al contrario, non mi rappresenta.

C’è, tuttavia, qualcosa che va al di là del semplice ambito sportivo: c’è il rifiuto dei romantici come me di tutto ciò che è falsamente moderno. Non mi piacciono i bar e i ristoranti che si trasformano in obitori, trasmettendo unicamente freddezza e mancanza di empatia, non mi piace la violenza dilagante pressoché ovunque e non mi piacciono nemmeno le squadre di calcio che danno l’impressione di giocare solo per contratto, senza mai divertirsi e appassionarsi davvero a un mestiere che dovrebbe regalare gioia e speranza e, invece, almeno in Italia, annoia e basta.

Seguendo la Juve, quest’anno, ma a dire il vero da qualche tempo, non mi sono potuto esimere dal riflettere sul declino del nostro Paese, e in questo calo, molto simile a un crollo, ho visto il riflesso tristissimo delle nostre classi dirigenti, le stesse che spesso pretendono di amministrare anche il pallone con i risultati che vediamo. Al che mi sono domandato se non sia meglio abbandonare la “fede” e dichiararsi cittadini del mondo e innamorati del calcio nella sua universale bellezza, rinunciando a una bandiera ormai sostanzialmente ammainata, che non suscita più alcun sentimento, se non di nostalgia e rimpianto. 

Esiste ancora la Juve? ultima modifica: 2022-03-20T19:43:06+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento