Un’altra svolta

“Perché non basta dirsi democratici”, l’ultimo libro di Achille Occhetto, è una vera e propria ricerca, fatta all’insegna dell’antidogmatismo, della più ampia apertura concettuale a correnti e a culture diverse, a contributi e intenzioni anche lontane, senza la minima concessione alla polemica politica e all’asprezza delle contrapposizioni ideologiche.
ENRICO CARONE
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Il socialismo non è un modello precostituito di società, ma una intenzionalità fondata su un sistema di valori, al cui centro si colloca una idea di libertà, intesa come sintesi di uguaglianza e fraternità. Una fratellanza che oggi si declina con solidarietà, cooperazione, accoglienza, valorizzazione e rispetto delle diversità.

Penso che questo sia il punto di sintesi, l’approdo del percorso compiuto da Achille Occhetto nel suo più recente libro: Perché non basta dirsi democratici. Ecosocialismo e giustizia sociale, pubblicato da Guerini e Associati.

Una vera e propria ricerca, fatta all’insegna dell’antidogmatismo, della più ampia apertura concettuale a correnti e a culture diverse, a contributi e intenzioni anche lontane, senza la minima concessione alla polemica politica e all’asprezza delle contrapposizioni ideologiche.

L’obiettivo dichiarato è quello di individuare con il massimo di chiarezza possibile che cosa possa essere oggi il socialismo, distinto da “sinistra” e da “democrazia”, e quale sia nella sostanza il retaggio vitale della secolare esperienza socialista.

Accantonata la concezione del socialismo come “sistema economico-politico basato sulla socializzazione dei fattori della produzione e sul controllo statuale della attività economica”, si tratta di cogliere gli elementi portanti, storicamente definiti, di un moderno socialismo.

Seguendo Axel Honneth, Occhetto avverte l’esigenza di “riscoprire la scintilla viva del socialismo”. Individua nel raggiungimento di un limite della crescita e dello sviluppo umano nell’ambiente terrestre – un punto terminale dell’intera epoca geologica dell’antropocene – e nel realizzarsi di una invasiva civiltà della informazione – della quale il fine è il dominio della natura umana, con le conseguenze della distruzione della “volontà di volere, la santità dell’individuo, i legami di intimità, la socialità che ci lega l’uno all’altro” – le condizioni al contorno che descrivono il presente storico.

In questa scelta metodologica troviamo un punto di rilevante novità e interesse nella ricerca di Occhetto. Una tensione e attenzione verso il metodo scientifico, risultato di una curiosità non superficiale per i metodi e i risultati delle scienze.

Nulla a che vedere con lo sterile scientismo positivistico dell’Ottocento, né con il marxismo scientifico o la “dialettica della natura”. Al centro della sua attenzione è piuttosto la problematicità della scienza, la sua imprescindibile apertura, la disponibilità sistematica al dubbio e alla critica.

Non a caso, quando tratta delle caratteristiche del “capitalismo predatorio”, Occhetto pone il tema e l’obiettivo di una “socializzazione del pensiero scientifico e del patrimonio scientifico accumulato”, la cui urgenza può essere appieno valutata solo se ci si riferisce a quanto è avvenuto nel pianeta con la recente campagna vaccinale (appropriazione privata delle conoscenze immunologiche) o, emblematicamente, con il tentativo ridicolo di “brevettare” negli Stati Uniti le millenarie regole dello Yoga.

Quindi nessuna mitizzazione della scienza, che risulterebbe per inciso inopportuna in una fase storica segnata dallo stallo, se non da una vera e propria crisi, delle ricerche fondamentali in fisica, ma il riconoscimento del suo ruolo sempre fertile e sempre più determinante nella vita del mondo contemporaneo.

Un’altra scelta, metodologicamente e politicamente significativa, è la rilettura, attenta e penetrante, di Labriola. Andare al prima della Grande Scissione, ripercorrere le tappe della nascita e del successo, ma anche delle sconfitte, dell’idea socialista e comunista, filtrate dal pensiero del filosofo napoletano. Da Labriola, Occhetto estrae la consapevolezza della “enorme complicazione del mondo attuale, la coscienza che il confronto non è riducibile schematicamente a quello tra capitalisti e proletari”. 

In secondo luogo, e lo ritroviamo nell’enunciato definitorio di socialismo già citato, oltre a valutare la complessità del reale senza schemi ideologici precostituiti, Occhetto vuole prendere da Labriola l’opzione per la concretezza, la pratica, la pazienza necessaria per “studiare di continuo il terreno sul quale ci è imposto di aprirci la non facile, né morbida via”.

Il lavoro, la “tragedia del lavoro”

Anche su questo tema Labriola è fonte di originalità e di antidogmatismo. 

Da un lato riproponendo la storica domanda se debba essere centrale la “liberazione del lavoro” o la “liberazione dal lavoro”, seguendo in questo Lafargue e il Marx dei Grundrisse (il lavoro come causa primaria dell’alienazione). E il nostro pensiero non può non andare alle riflessioni di Hannah Arendt in Vita Activa, e alla sua attualità nel mondo contemporaneo che sviluppa oltre ogni limite la robotica e le tecnologie del Big Learning.

Dall’altro lato viene affrontato, senza la pretesa di una trattazione sistematica di filosofia politica o di teoria economica, il grande problema di come coniugare la libertà e la giustizia sociale, l’eguaglianza e la efficienza. 

Scartata la soluzione della Stato proprietario e gestore dei mezzi di produzione, ma anche quella dello Stato-provvidenza, che si limita a correggere ex-post con la tassazione e i meccanismi redistributivi le iniquità generate dai meccanismi di mercato, Occhetto si rivolge ancora una volta nel suo percorso politico al Circolo di Cambridge. Alla elaborazione teorica dei Keynes, Sraffa e Meade, e alle loro ricerche tese ad individuare le architetture economiche e societarie capaci di correggere ex-ante le ingiustizie della organizzazione capitalista del lavoro.

Questo riferimento ha, non ci sarebbe neppure bisogno di sottolinearlo, una significativa rilevanza politica. È qui che viene individuata la radice di una possibile fondazione teorica di un socialismo liberale. Il riferimento al keynesismo, peraltro, era già comparso fin dal 1989 in una intervista che Occhetto diede all’Espresso e che, ovviamente, il giovane gruppo dirigente che accompagnava l’ultimo segretario del PCI nelle difficoltà della svolta dell’89 lasciò cadere, per inadeguatezza culturale, o per distrazione.

Molto efficace il riferimento all’articolo 3 della Costituzione italiana: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Occhetto intravede, credo a forte ragione, proprio in questo articolo “la processualità del movimento verso il socialismo, la possibilità di introdurre elementi di socialismo all’interno del capitalismo”, accennati da Berlinguer.

Il nuovo internazionalismo e l’ecosocialismo.

Il libro è stato scritto e pubblicato poco prima della invasione russa dell’Ucraina. Le riflessioni di Occhetto sul nuovo internazionalismo, sulla “global governance”, sulla correzione necessaria alla globalizzazione egemonizzata dal capitalismo finanziario, non affrontano così i nuovi problemi che la crisi degli equilibri tra le tre grandi potenze sta ponendo. Le istituzioni multilaterali praticamente silenti. I programmi per il superamento delle fonti non rinnovabili dell’energia in grave rischio di ritardo. I nazionalismi resuscitati dal letargo del ‘900.

La stessa professione di fede di Occhetto nella Europa “specchio e riflesso della civiltà” viene messa a dura prova, e gli interrogativi che sorgono legittimi non riguardano solo le insufficienze e la inadeguatezza delle istituzioni europee (ma è davvero prudente e necessario propugnare l’azzeramento di uno dei tre pilastri istituzionali, il Consiglio Europeo, visto soltanto come “dannosa camera di compensazione degli egoismi degli Stati”?). 

Di fronte alla nuova realtà, la prima domanda che sorge spontanea è se l’Europa, al fine di perseguire con efficacia una politica di pace, debba a sua volta armarsi, avere un proprio esercito e proprie armi nucleari in forma sostanzialmente autonoma e indipendente dalla alleanza con gli USA nella NATO. 

La guerra rischia di attenuare l’attenzione per le tesi che pongono la tutela della natura in posizione di prominenza. La gravissima crisi energetica che investe l’Europa può rendere tutti meno attenti e propensi a riflettere sulla necessità di un “ecosocialismo”. Certo, Occhetto non si “iscrive” al movimento di Joel Kovel e Michel Loewy, anche se molti punti di consonanza si ritrovano sia nella analisi della esperienza storica del socialismo e nella individuazione degli obiettivi politici dello sviluppo, come “transformation of needs and a profound shift toward the qualitative dimension and away from quantitative”, come si legge nel Manifesto ecosocialista del 2001.

Tuttavia, l’affermazione che il moderno socialismo può rinascere solo come ecosocialismo “a partire dalla consapevole presa d’atto della contraddizione tra l’interesse generale della difesa dell’ambiente e l’egoismo privatista delle società capitaliste risponde ad un pensiero che, come afferma l’autore, è presente fin dal lontano 1989, ben prima della pubblicazione nel 2001 del Manifesto ecosocialista.

Nel Commiato Occhetto afferma:

Quello che conta oggi è che chi si sente erede di quella tradizione, sia esso socialista, comunista, democratico di sinistra o genericamente progressista sappia, contaminandosi con altri percorsi ideali, riallacciare il discorso tra passato, presente e futuro.

Quindi il socialismo, come problema, non come soluzione.

Per quanto riguarda il lascito o il testamento redatto dall’autore penso che, al di fuori di ogni facile retorica, quest’opera sia il segno manifesto di qualcosa di più generale e importante.

Della nobiltà politica di una ricerca coerente, capace di abbandonare con coraggio i porti sicuri delle ideologie e delle convinzioni schematiche e preconcette. Ma anche della forza e della tenacia di un impegno di vita. Ne avevamo veramente bisogno.

Chapeau

Un’altra svolta ultima modifica: 2022-03-21T12:48:15+01:00 da ENRICO CARONE
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