L’economia spagnola e i colpi della guerra

Sciopero dei camionisti, manifestazioni dei produttori agricoli, chiusura di linee produttive, flotte peschiere in porto, aumento dei prezzi, crisi delle forniture. La Spagna si confronta con le conseguenze della guerra ucraina che amplifica criticità già esistenti. A un mese dall’inizio dell’invasione russa guardare a quanto succede è utile per capire, pur nelle differenze, quali scenari possono verificarsi in altri paesi europei.
ETTORE SINISCALCHI
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Sciopero dei camionisti, manifestazioni dei produttori agricoli, chiusura di fabbriche e linee produttive, flotte peschiere ferme in porto, picco della cassa integrazione, aumento vertiginoso dei prezzi, crisi delle forniture, distruzione di forniture alimentari e qualche prodotto che comincia a scarseggiare nei supermercati; soprattutto, impennata generalizzata dei prezzi. La Spagna si confronta con le conseguenze della guerra ucraina. Dinamiche interne contribuiscono al crescere della tensione, molto amplificata dai media, agitatori del conflitto politico, ma, a un mese dall’inizio dell’invasione russa, guardare a quanto succede è utile per capire, pur nelle differenze, quali scenari possono verificarsi in altri paesi europei.

Mentre il recupero economico avanzava, con livelli di creazione d’impiego storici e una tendenza consolidata alla crescita, la guerra russa in Ucraina è giunta a stravolgere lo scenario, aggravando la spirale inflazionistica che già da mesi, complici gli alti prezzi al consumo dell’energia, aumentava la distanza tra i dati macroeconomici e l’esperienza di vita quotidiana degli spagnoli. In un mese i prezzi sono schizzati alle stelle e l’interruzione dell’arrivo di materie prime da Ucraina e Russia ha provocato fermi della produzione, interruzioni degli approvvigionamenti e consistenti perdite finanziarie, 130 milioni di euro al giorno secondo le stime delle associazioni di produttori. Lo sciopero dei trasporti ha costretto allevatori a buttare migliaia di litri di latte e le industrie lattee a bloccare le produzioni, fabbriche automobilistiche e di trasformazione alimentare hanno chiuso linee di produzione quando non bloccato interi impianti e dichiarato i primi stati di crisi, ma questo è dovuto anche alle sanzioni e a una scarsità di componenti – metalli, cemento – che da tempo affligge i mercati internazionali per la pandemia.

I costi della guerra si manifestano nei bilanci delle famiglie. L’indice dei prezzi, che l’anno scorso era allo 0 per cento, cioè invariato – i bei tempi in cui si temeva la stagnazione – alla fine di febbraio era al 7,6 per cento, il dato più alto dell’ultimo decennio. Negli ultimi dodici mesi – da prima della guerra, con un accelerazione nell’ultimo mese – il prezzo della luce è aumentato dell’80 per cento, quello della benzina del 52, il gasolio del 35, il gas per uso domestico del 30 e la spesa alimentare del 5,6 per cento.

Lo sciopero dei camionisti è iniziato lunedì 14, convocato da una piattaforma sindacale di lavoratori dei trasporti autonomi e della piccola e media impresa. Colonne di camion hanno percorso a passo d’uomo le arterie strategiche di grandi città e svincoli autostradali, ritiri e consegne sono cessati o gravemente rallentati. Una mobilitazione con un’adesione minoritaria, ma consistente e in crescita, che comunque si ripercuote su tutta la catena delle operazioni, nei porti, nelle dogane, nelle strutture di controllo sanitario e fiscale. Nel mirino dello sciopero indefinito, cioè senza scadenza, c’è l’aumento del prezzo del carburante.

Gli operatori denunciano di non riuscire a ripagare i costi. Lo stesso richiamo viene dal settore peschiero. Le grandi flotte riducono drasticamente le uscite, quelle piccole lasciano in porto i pescherecci. Così, complice l’istinto di accaparramento, si vedono i primi scaffali vuoti e si iniziano a contingentare gli acquisti – l’olio di semi per esempio, oggetto di accaparramento, forse sull’onda dell’aver appreso che l’Ucraina è il principale fornitore di materia prima. Il principale problema dei trasportatori (a cui si uniscono tassisti, noleggiatori e autisti di autoambulanze), il costo dell’energia, è lo stesso delle famiglie spagnole, essere l’anello debole della catena.

La crisi energetica bellica è devastante nel paese in cui i costi dell’energia sono già, al consumatore, tra i più alti d’Europa, la contingenza bellica fa esplodere criticità già presenti. La “povertà energetica”, la difficoltà a pagare le alte tariffe di elettricità e gas, che già è realtà quotidiana per i settori meno abbienti della popolazione sta cominciando a coinvolgere la classe media, arrivando a assorbire anche il 30 per cento delle retribuzioni delle famiglie. L’aumento del prezzo del trasporto che si riflette sulle merci al consumo rende molti generi di prima necessità improvvisamente più costosi. In città come Barcellona, dove l’acqua del rubinetto è imbevibile, la spesa quotidiana per l’acquisto mensile di una famiglia comincia a farsi sentire, aggiungendosi agli ormai per molti insostenibili costi di gas e elettricità e agli aumenti dei prodotti alimentari. Per ora è più sull’aumento dei prezzi che sulla scarsità di prodotti, limitata a alcune aree e segmenti merceologici e rilanciata in eccesso dai media, che si misura la situazione. Media che, con i camionisti, non sono certo ostili come con altre manifestazioni sindacali.

I gilet gialli dei camionisti hanno evocato la Francia, mentre il governo cercava spiegazioni “cilene” della protesta

Il governo è stato colto alla sprovvista e ha tardato a reagire, limitandosi a stigmatizzare la protesta, che non ha l’appoggio delle principali associazioni sindacali e di categoria del settore, e denunciando le “speculazioni politiche” e le infiltrazioni dell’estrema destra, sottolineando alcuni episodi di violenza, come il danneggiamento di automezzi che non partecipavano allo sciopero. L’evocazione degli scioperi cileni è stata facile e immediata, ma poco rispondente alla realtà. Più in generale, una lettura non aggiornata dei rapporti di classe, che ancora vede nei lavoratori autonomi e nella piccola impresa una componente reazionaria e privilegiata, rende difficile, da sinistra, analizzare una protesta che non si può ridurre alle strumentalizzazioni della destra – anch’essa, con gli stessi limiti d’analisi, tende a leggere in maniera autoconsolatoria il fenomeno, in questo caso come possibile leva per far cadere il governo delle sinistre – e che ha anzi in sé necessità e rappresentanza antitetiche. Questo non vuol dire che la strumentalizzazione non ci sia, che i leader di Vox siano stati accolti a presentare la loro solidarietà, che qualche esponente che si affretta e definire né di destra né di sinistra, poi, alla fine, sia di destra.

La “Piattaforma per la difesa del settore del trasporto di mercanzia per strade nazionali e internazionali”, il sindacato che ha scatenato la protesta, è nata nel 2007 associando piccoli trasportatori galiziani, per poi allargarsi a altri territori ma restando fondamentalmente silente in questi anni. Lo sciopero indefinito, l’ampiezza delle rivendicazioni, che coinvolgono diversi livelli e soggetti di interlocuzione – governo, controparti contrattuali, norme nazionali e internazionali – e la presenza di gruppi di appoggio da parte dell’estrema destra di Vox, che tenta di mettere il cappello su ogni critica al governo e di infilarsi in ogni tensione sociale, sono elementi che sembrano confermare il giudizio politico sull’iniziativa. Letture che nascondono, però, il malessere di un settore estremamente frammentato, tra “padroncini”, piccole cooperative, piccole e medie imprese e grandi player, anche internazionali, in cui autonomi, piccoli e medi subiscono la pressante concorrenza di autonomi e padroncini esteri, in particolare dell’est Europa, e delle grandi imprese spagnole che sfruttano la deregulation europea del settore per utilizzare vettori di paesi con accordi di settore che prevedono tariffe molto più basse di quelle spagnole. L’impennata del prezzo dei carburanti ha scatenato le proteste di un mondo in sofferenza, cruciale per l’economia spagnola che ha le quote di trasporto merci su gomma tra le più alte dell’Unione.

“Non possiamo più dare da mangiare ai nostri figli. Firmato: gli eroi della pandemia”. Come gli operatori sanitari, i trasportatori che vennero esaltati durante l’epidemia si sentono adesso abbandonati

Speculazioni politiche  e tentativi di infiltrazione sono indubbi ma l’atteggiamento del governo, di chiusura, accusa e immobilità, non è parso adeguato ad affrontare la situazione, rimandando alla definizione del quadro europeo ogni intervento in materia. Ma alla fine neanche il governo ha fatto più che la voce grossa. Non ha mandato, per esempio, un tank e poliziotti in assetto di guerra, come fece lo scorso novembre durante le proteste degli operai dei cantieri navali di Cadice. Anche stampa e televisione, sempre pronte a sottolineare violenze e fastidi creati dalle proteste sindacali, questa volta sono stati molto indulgenti coi camionisti, peraltro amplificandone le reali conseguenze, mostrando immagini di supermercati vuoti che nessuno spagnolo ha potuto riscontare nella realtà – con Antena 3, uno dei due canali Mediaset, a guidare le danze dell’allarmismo. La protesta è proseguita, creando problemi di distribuzione e distruzione di scorte di fresco, crescendo con l’adesione di componenti delle associazioni di categoria che pure non si sono unite ufficialmente alle proteste, come gli autonomi. Pedro Sánchez, anziché intervenire come ha fatto il governo italiano con una riduzione immediata delle accise, ha atteso le decisioni dell’Europa, facendo aumentare la tensione anziché disinnescarla. Solo ieri ha annunciato un incontro, ma con le sole associazioni di categoria che non hanno aderito allo sciopero, e, nel frattempo, è stato duramente criticato dalla Confindustria spagnola per la mancanza di iniziativa. Il danno è fatto e oramai domani, venerdì, nel secondo secondo giorno del Consiglio europeo – l’istituzionalizzazione di quello che era il vertice dei Capi di stato e di governo dell’Ue che si riunisce oggi a Bruxelles con la straordinaria partecipazione del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden – i Ventisette discuteranno delle opzioni presentate dalla Commissione europea per intervenire sul prezzo dell’energia e dei carburanti. Ma le aspettative del sud Europa rischiano di essere deluse, in particolare sul gas, con la proposta di istituire un tetto al prezzo sul mercato all’ingrosso che non piace a molti paesi, Olanda in testa.

Domenica scorsa un’altra manifestazione contro il governo si è tenuta a Madrid. Con lo slogan “Il mondo rurale si sveglia”, agricoltori, allevatori, regantes – i consorzi che amministrano e distribuiscono le acque irrigue – e associazioni di cacciatori provenienti da tutte le comunità autonome hanno invaso il centro di Madrid, in 400 mila secondo gli organizzatori, 100 mila secondo la delegazione del governo (la prefettura). Qui si muove il Pp “di lotta e di governo”, in grado di mobilitare i proprietari terrieri, gli amministratori locali, difendere gli interessi delle macro granjas, i grandi allevamenti industriali che inquinano aria e acqua e espellono dal mercato i piccoli e medi allevatori – al cui soccorso corse lo stesso Sánchez quando il comunista Alberto Garzón, ministro del Consumo, ha posto il problema della sostenibilità ambientale e sociale di questo modello produttivo – e far apparire la difesa degli interessi industriali del settore come difesa del mondo rurale e contadino che questi sistemi travolgono. Il Pp fa le prove per agire nei terreni delle crisi delle paese – le aree interne, la produzione agricola – che saranno cruciali nella politica spagnola dell’immediato futuro. Terreni aperti da altri, spesso opposti, battitori ma su cui misurarsi. Per ora, grazie anche alla forza mediatica, riuscendoci bene.

L’immagine, del giornalista di Cadena SER Adrián Diñeiro, è diventata virale dopo essere stata diffusa dal sindaco socialista di Valladolid, Óscar Puente, come evocazione del mondo rurale rappresentato dal Pp, quello del marquesado e dei latifondisti.

La guerra aumenta le tensioni nel paese e amplifica le divergenze tra i soci del governo, Psoe e Unidas Podemos, in particolare su come affrontare gli effetti economici del conflitto. Accadde anche con la pandemia e in quel caso UP riuscì a imporre alcuni criteri, dando il segno all’intervento del governo teso a aiutare le imprese a mantenere le piante stabili di lavoratori.

Ora le differenze su come affrontare la crisi energetica – e quella bellica – si ripropongono, mentre la contingenza esaspera un mercato energetico che vede i consumatori subire l’imperio dei prezzi, nelle mani dell’offerta. Se il Psoe vuole affrontare il rincaro delle tariffe elettriche solo con riduzioni fiscali e la ricerca di un accordo in sede europea che svincoli le tariffe elettriche da quelle del gas, UP vuole un’imposta sui benefici delle imprese elettriche, a compensazione dei meccanismi di determinazione dei prezzi, i cui introiti riutilizzare per aiuti diretti in bolletta e per specifici ausili per le fasce meno abbienti.

La discussione nella maggioranza sarà difficile, visto anche il quadro generale nel quale, ormai scomparso il “forno” di Ciudadanos, Sánchez chiama il Partido popular a un grande patto nazionale per affrontare la crisi bellica, riproponendo scenari di maggioranze a geometria variabile. La nuova guida popolare di Alberto Núñez Feijóo riapre i giochi che con Pablo Casado sembravano impossibili e questo semina nervosismo in UP, attraversato a sua volte dalle tensioni derivate dal ritiro di Pablo Iglesias e del percorso di Yolanda Díaz, iscritta al Pce, per costruire la sua leadership e il superamento di Podemos e delle altre formazioni in una nuova compagine che unisca la sinistra politica a sinistra del Psoe. Cammino difficile che già ha creato fratture con le altre due ministre di Up, Ione Belarra e Irene Montero, reso più complicato dalle dinamiche del governo, dalla guerra, dalla crisi e dalle scelte di Sánchez.

Il presidente del governo ha infatti in poche settimane compiuto una svolta in politica estera, prima mandando truppe e mezzi in supporto degli Usa nei paesi limitrofi all’Ucraina, poi consegnando armi all’Ucraina e infine smentendo, con una svolta inattesa, cinquant’anni di politica spagnola e le deliberazioni dell’Onu sull’ex Sahara spagnolo, accettando il piano marocchino del 2007 di uno Statuto di autonomia per il Sahara occidentale e abbandonando il passaggio cruciale di un referendum di accettazione tra la popolazione saharawi, fulcro del disegno delle Nazioni unite. Tra gas, impegno militare, nuove strategie nel Nordafrica, Sánchez sta ridisegnando la politica estera spagnola all’insegna dei nuovi scenari geopolitici, mentre la penisola iberica si appresta a diventare strategica, non solo nella contingenza economica e militare, diventando il maggiore hub di gas europeo, ricevendo dal gasdotto algerino e con impianti di rigassificazione in grado di processare grandi quantità di gas liquidi da redistribuire in Europa. Un percorso che merita di essere approfondito ma che per ora segnaliamo solo per descrivere le tensioni all’interno della compagine di governo, che derivano anche da cambiamenti strategici in atto, oltre che dagli approcci differenti di Psoe e Up. Approcci che pure contano, come nella proposta fatta dal Psoe di un patto fra imprese e sindacati per la moderazione salariale nell’ottica della frenata della spirale inflazionistica che si scontra con le richieste di aumenti che vengono dalle centrali sindacali e da Up – e contraddicono le politiche del governo sin qui seguite, soprattutto su iniziativa di Díaz, tese a recuperare potere d’acquisto e sicurezza per i lavoratori. Sánchez, ancora una volta, si pone al centro, senza timore apparente di far saltare il tavolo, convinto che Up non romperà il governo.

Mercoledì, non a caso alla vigilia del Consiglio europeo, sono state le centrali sindacali protestare contro l’aumento dei prezzi e chiedere misure antinflazionistiche. La spirale inflazionistica iniziata con la pandemia e rinnovata dalla guerra, come abbiamo visto, colpisce soprattutto e per primi i settori più deboli della società. A Madrid e in 57 città di Spagna i sindacati UGT (Unión General de Trabajadores, di matrice socialista) e CC. OO. (Comisiones Obreras, di matrice comunista), con organizzazioni di lavoratori autonomi, di difesa dei consumatori e associazioni di vicinato (una realtà storicamente molto presente nella società spagnola, tra strutture solidali di quartiere, lotte per i servizi sul territorio e organizzazione di feste tradizionali), hanno presentato un manifesto congiunto che chiede al governo un cambio del sistema dei prezzi energetici e un taglio dei benefici fiscali delle imprese elettriche e di idrocarburi.

“L’Europa affronta una sfida simile a quella che affrontò quando dovette decidere se attivare i fondi di recupero”, ha detto dal palco Unai Sordo, segretario generale di CC. OO. “La decisioni che si prenderanno per rendere possibile un abbassamento dei prezzi energetici, che abbassi l’inflazione, è decisiva per il futuro della Spagna e della Ue”. In questo momento l’iniziativa sindacale è vista, paradossalmente, con un sospiro di sollievo da Sánchez e dal governo. Che siano i sindacati a guidare la protesta rende più difficile che il malessere sociale venga capitalizzato da Vox, che già lo scorso fine settimana ha indetto manifestazioni sull’onda delle proteste dei camionisti, che hanno mobilitato meno di quanto si attendevano i dirigenti. La coalizione non può che apprezzare che la protesta venga guidata dai leader sindacali, come argine al tentativo delle destre di capitalizzare la difficile fase. Altro sollievo per Sánchez è il ritorno in mare della flotta peschiera, annunciato dalle Confraternite di pescatori, le associazioni di categoria, deciso ieri come segno di responsabilità: “Facciamo un grande sforzo, uscendo a lavorare in perdita, per la necessità di fornire alimenti di prima necessità”. Domani, da Bruxelles, il capo del governo spera che l’Europa gli dia strumenti per affrontare la crisi energetica e agire in un settore che, dalla riforma di Mariano Rajoy del 2013, ha convertito la ricezione della bollette in un incubo per le famiglie spagnole – e seguire l’aggiornamento dei prezzi della vendita dell’energia all’ingrosso, un gesto quotidiano, abituale come vedere le previsioni del tempo.

L’economia spagnola e i colpi della guerra ultima modifica: 2022-03-24T22:40:51+01:00 da ETTORE SINISCALCHI
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