Il sole ingannatore

RAFFAELLA CHIODO KARPINSKY
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È trascorso ormai un mese di questa assurda guerra. Ogni ora che passa, ogni minuto che passa è una ferita che si apre, senza che quella precedente si sia potuta rimarginare. È un susseguirsi di dolore infinito. Cupo e senza un possibile approdo, senza una possibile consolazione. Ho scritto e riscritto in questi giorni ma i pensieri si sono accavallati e diventavano superati per la gravità che si aggiungeva a ulteriore gravità.

La solitudine e l’incomprensione che provo è talmente dura che non credo qualcuno davvero, a parte pochissimi intimi anzi forse uno solo tra questi, possa capire. Sì, perché l’essere russi per essere figli di madre russa e discendenti di una famiglia che ci ha trasmesso tutto l’amore e l’attaccamento alla cultura russa, alla sua lingua e le sue tradizioni, è una dimensione che forse porta con sé un insieme di legami e affetti così profondamente intimi da andare oltre ogni senso di appartenenza identitaria di nazioni o popoli, se non quella della pura essenza della cultura russa, della sua bellezza, della sua romanticità e delicatezza. Non quella del cliché o dello stereotipo. Ma quella che si è insinuata dentro di noi con tutta la passione e l’amore di mio nonno, mia madre e mia zia. Tutto questo portato è stato brutalmente colpito a sangue dalla guerra scatenata da Putin.

Ogni immagine di civili uccisi, di case, ospedali, teatri distrutti è un colpo inferto a tutta la nostra vita e al nostro legame al nostro immaginario russo. Associare alla Russia, al suo popolo le brutalità di oggi è talmente duro che ogni giorno che apro gli occhi spero sia stato solo un orribile incubo che appartiene solo alla notte. Dalla Piazza Rossa si sta uccidendo la mia stessa anima. Non potrò mai perdonare chi sta procurando tutto questo, questa sofferenza. C’è anche tutto questo dentro di me mentre vivo lo sviluppo della guerra e della repressione in Russia, delle mie amiche russe che mi pregano di capirle nel loro dolore, nel loro sconcerto. Da parte mia non li ho mai abbandonati e non li abbandonerò. Sono i russi che salvano quell’anima che Putin vorrebbe soffocare e che resiste. Ognuno a modo suo, in questo momento, mentre cercano di recuperare forza fisica e mentale dopo tanta prostrazione e anche terrore. Una paura che si aggiunge a quella con cui avevano man mano imparato a convivere e cercavano di gestire negli ultimi anni, nonostante la repressione e l’isolamento si facessero sempre più stringenti da parte del regime e pure dall’estero.

Penso anche a quei ragazzi di leva uccisi a tradimento dal loro stesso mandante. A quelli che si sono rifiutati di sparare ai cittadini ucraini che si sono trovati di fronte a mani nude. Ragazzi che nella migliore delle ipotesi hanno potuto abbandonare i carri, arrendersi e sono stati fatti prigionieri. Nella peggiore tornando sui loro passi sono stati mitragliati da fuoco “amico”. Ho orrore e pietà anche per coloro che hanno eseguito quell’ordine atroce, che ricorda altre guerre, altre logiche. Un fratricidio comandato da chi resta a Mosca e da lontano ordina di non avere pietà.

Non potevo mancare alle manifestazioni contro la guerra. Anche a quella di sabato 5 marzo. Era necessario esserci e manifestare per chiedere il cessate il fuoco, la fine di un’aggressione disumana e orribile. Era necessario mandare un messaggio chiaro non solo a Putin. Era necessario dimostrare inequivocabilmente il sostegno a chi in Russia sta ancora manifestando contro la guerra, contro queste bombe fratricide. Da quella piazza doveva arrivare anche un chiaro e netto messaggio a chi in Russia a proprio rischio e pericolo osa opporsi. I giornalisti prima di tutto. Nell’Ottocento, nella Russia degli Zar, e poi nel Novecento, nell’Unione Sovietica, i nemici del potere costituito erano gli scrittori; oggi sono soprattutto loro, i giornalisti, l’avanguardia della resistenza, l’ultimo fronte delle coscienze libere. Il fronte più consapevole, quello che più conosce ed è in grado di raccontare e fare controinformazione. Un’avanguardia che ora è stata soffocata con l’approvazione della legge che prevede fino a quindici anni di carcere a chi osa contestare la versione del regime, chi osa fare una contronarrazione attraverso la testimonianza dal fronte di guerra.

Il messaggio netto e chiaro a loro non è arrivato. Ho provato dolore e anche imbarazzo. Ho sofferto un dolore indicibile per questa mancanza di nettezza, di coerenza. È innegabile che in tutti questi anni, la guerra, anzi le guerre sono state tante e cinicamente tollerate. Così come è sacrosanto dire che noi pacifisti non solo ci siamo sempre stati, ma che anzi abbiamo continuato ad agire concretamente in tutti i contesti con iniziative e progetti di solidarietà e cooperazione per favorire il dialogo, per costruire ponti, sostenere le popolazioni, le società civili nei diversi luoghi del pianeta. Abbiamo contrastato la guerra cercando di costruire la pace non solo a parole, attivandoci con proprie risorse e quelle rese disponibili dalle istituzioni, con la cooperazione internazionale, sia italiana sia europea. Portando aiuto concreto alle popolazioni civili colpite dalle guerre, costruendo ospedali, portando medici, sostenendo le donne, costruendo il dialogo, facendo resistere e vivere spazi di cultura, con azioni di Grassroots Sport Diplomacy (la diplomazia dello sport di base). Di questa nostra nobile storia, di concreta azione nonviolenta possiamo andare fieri. La storia ci presenta il conto e nel modo più violento. Forse perché, a esclusione della guerra nella ex Jugoslavia, tutte le altre guerre sono considerate “lontane”. 

Ma tutto questo ora è lo sfondo non è il cuore della questione. Non c’è più spazio per ambiguità sulla condanna di questa guerra come non può esserci sul fatto che si tratta di un’aggressione inaudita e inaccettabile perpetrata dalla Russia di Putin nei confronti di uno stato sovrano, a un governo democraticamente eletto dal suo popolo, a un popolo fatto di padri, madri, fratelli, sorelle, cugini, nonni e nonne comuni. E per questo è ancora più inaudita. Non c’è spazio per giustificazioni. I precedenti, delle aggressioni perpetrate nei confronti di russofoni nel paese, la presenza di gruppi filonazisti, non sono e non possono essere in alcun modo una giustificazione per bombardare un paese, la sua popolazione, distruggere le sue infrastrutture e persino ospedali. Con questa guerra Putin ha trascinato la Russia dalla parte del torto senza se e senza ma. È responsabile dell’odio che travolge i legami tra persone, tra fratelli e sorelle e lascerà il segno nei decenni a venire. 

Nonostante tutto ancora le donne stanno resistendo in vario modo alla repressione del dissenso, alla propaganda. L’unione delle madri dei soldati, le femministe giornaliste e attiviste per i diritti umani, che in questi anni sono state capaci di costruire e diffondere e seminare un inedito senso di diritto e dovere di cittadinanza tra le più giovani e non solo. Qualcosa che ad esempio si è sviluppato con l’attività contro la violenza domestica. In un quadro in cui le donne ormai trentenni, nate dopo il colpo di stato del 1991 e la fine dell’Unione Sovietica, sono cresciute nonostante l’egemonia culturale e il controllo del potere da parte di Putin, anche con un nuovo rapporto con l’Occidente, più globale e aperto, in contatto con il resto del mondo, con i loro coetanei. Condividono passioni che appartengono a giovani di ogni angolo del pianeta. Ragazze e ragazzi dalle menti senza frontiere. Molti di questi, se possono, oggi stanno fuggendo. Negli account di attivisti per i diritti umani, di avvocati, circola da due settimane una serie di riferimenti per seguire la strada dell’espatrio con relative possibilità di ricerca del lavoro in diversi paesi. Chi può segue la via della migrazione sperando un giorno di poter tornare. Ma non tutti vogliono o possono abbandonare i propri cari o portarli con sé.

C’è una responsabilità pesante da parte di istituzioni, forze politiche, e anche della società civile nell’avere sottovalutato l’importanza di costruire relazioni con la società civile in Russia e sostenerla. Salvo indignarci per l’uccisione di Anna Politkovskaja, non è stato fatto davvero molto per sostenere chi nel paese continuava a sforzarsi e a resistere al pensiero unico. Chi ha resistito, nonostante la repressione e la censura, l’ha fatto spesso in solitudine. Con un progressivo senso di sospetto intorno a sé. Il mondo degli esperti che anche in questi giorni sono protagonisti delle analisi di ciò che accade nel paese sono prevalentemente esperti di geopolitica, di relazioni economiche e finanziarie.

Salvo pochissime eccezioni, la cultura risulta l’unico fronte sensibile che ancora resta razionale. Non a caso la voce più sensata, ancorata al ragionamento e al pensiero civico viene da persone come Paolo Nori, espressione lucida e profonda sensibilità. Sul piano della conoscenza della società, della sua società civile invece, gli esperti languono in modo disarmante e azzardano conclusioni ciniche in diversi talk show. È il frutto di questi trent’anni, quelli di Eltsin e poi di Putin, che si sono susseguiti e che hanno visto generare interessi economici e commerciali, in barba a qualunque forma di rispetto e diritto o dinamica geopolitica. Affaristi di ogni genere hanno fatto avanti e indietro dall’universo della Russia, costruendo fortune. Una miopia politica data dalla fretta di celebrare la fine della pagina storica dell’Unione Sovietica e del patto di Varsavia. Ma le pieghe autoritarie, spregiudicate, sono state una costante del sistema post-sovietico senza che fossero considerate intollerabili più di tanto.

Salvo alcune preziose iniziative non c’è stato un investimento nella promozione dello scambio fra giovani dei paesi europei, di un’Europa intesa geograficamente e quindi inclusa la Russia e l’Ucraina. Qualcosa che avrebbe favorito un più forte rapporto e dialogo tra persone, tra popoli. I social e il turismo hanno sopperito alla separazione favorendo il contatto al di là di ogni frontiera. In questo senso paradossalmente le sanzioni avevano invece già favorito l’arroccamento e rafforzato la popolarità di Putin e del suo regime e indebolito chi rappresentava una voce libera. Quest’ultima è messa all’angolo dal regime e va detto che al tempo stesso è considerata con sufficienza e sospetto anche dall’Occidente. Alcuni per un’inconscia e incomprensibile nostalgia dell’Urss, prigionieri di idee legate a un mondo che fu, quello dei blocchi contrapposti, in cui si pretende ancora di dividere il mondo in buoni (presunti) da una parte sola e cattivi (presunti) da una parte sola.

Credo che non saremmo a questo punto se in questi anni avessimo costruito più occasioni di dialogo, negoziati dall’alto e dal basso. Altra sarebbe oggi l’efficacia nel contesto, per radicare e diffondere processi virtuosi. So bene che non era facile, oggi è quasi impossibile, vista la repressione sempre più dura, fino alle vere e proprie purghe di staliniana memoria. Centocinquanta milioni di abitanti in un paese enorme e variegato, con aree sterminate fatte di cittadine e villaggi profondamente lontani in tutti i sensi, il sistema del potere di controllo, altrettanto enorme. I settant’anni di Unione sovietica e del sistema che ha controllato e gestito il potere pesano ancora sulla cultura popolare nel rapporto con le istituzioni. Ci voleva investimento nella conoscenza necessaria per la comprensione delle dinamiche sociali e la determinazione per costruire programmi fertili. Ci voleva una volontà politica. Le parole della presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, pronunciate la settimana scorsa suonano drammaticamente lucide e altrettanto drammaticamente tardive. 

Nel mio piccolo ho provato a dirlo anche dal palco della manifestazione di sabato 5 marzo a Roma. In queste ore, e ormai settimane, una nuova fase di buio profondo sta travolgendo la Russia e chi in quel paese si oppone e non da oggi al regime di Putin. Giornalisti, femministe, pacifisti, attivisti di associazioni antirazziste e per i diritti umani e civili hanno un bisogno disperato del sostegno della nostra parte di società civile. Un sostegno che non può essere espresso con equilibrismi ed equidistanze. Una volta per tutte bisogna capire che chi si oppone alla repressione della libertà in Russia e nel mondo, in quel paese sarebbe il primo a finire in carcere. Sulle macerie di questa guerra non è consentito sbagliare di nuovo.

La piazza del Maneggio di ieri e di oggi

C’è un’immagine che mi continua a passare negli occhi. È la protesta contro la guerra delle persone che una a una sono andate incontro all’arresto, compresa la paradossale scena dell’arresto della donna che dice di voler manifestare il proprio sostegno alla guerra. Sono scene che stridono con la reazione di popolo che nella stessa piazza a mani nude fermò i carri armati nell’agosto del 1991, in occasione del colpo di stato che mise fine alla Perestrojka di Gorbačëv e alla sottoscrizione il giorno dopo del trattato che avrebbe portato alla costituzione di una nuova Unione degli stati indipendenti. M’interrogo su quei giorni, sulla differenza di reazione che allora portò a costruire le barricate intorno alla Casa bianca della Federazione Russa in cui donne e uomini presidiarono notte e giorno il palazzo contro i golpisti. Non dimentico la voce di Yelena Bonner, moglie dello scienziato Andrej Sakharov, e Rostropovich che lasciò il violoncello per tenere fra le sue preziose mani un kalashnikov a difesa del parlamento russo. Entrambi parlarono dal tetto del primo piano del parlamento sostenendo la difesa del parlamento.

Quella piazza e quelle barricate mi avevano lasciato un segno profondo e nonostante i trent’anni passati da allora mi lasciavano sperare in una reazione di popolo che avrebbe aiutato e spegnere, se non sul nascere a breve, la guerra di Putin. Così non è stato. Finora. Un ritorno al passato più buio è concretamente in atto e le purghe di queste ore ne sono l’amara prova. Mi resta la convinzione che il bagno di propaganda che finora ha permesso di negare persino le testimonianze che le persone ricevono dai propri parenti dall’Ucraina finirà per essere fermato. Anche se si richiama sinistramente un’alleanza con un paese “amico”, la Corea del Nord, nessuno davvero può credere che la maggioranza dei russi sogni di vivere in un “mondo a parte”. Isolati dal mondo, con la rinuncia alla libera frequentazione del mondo, all’uso dei social universali e non censurati. L’acqua non si ferma con le mani, direbbe qualcuno. Ma adesso facciamo i conti con la repressione che sta schiacciando anche la capacità umana di esprimersi e questo è un fatto.

Chiedere la manifestazione della coerenza a chi non è scappato e resta, per ora stordito e soffocato, è facile da qui, dai nostri divani, dove non rischiamo nemmeno un gelato. Altra cosa è mettersi nei loro panni e capire che con i propri gesti si mette a repentaglio non solo la propria vita ma anche quella dei propri cari, si perde il lavoro e con esso la possibilità di sopravvivere. Non abbiamo solo bisogno di eroi, di chi ha il coraggio di sfidare l’arresto e anche la tortura. Abbiamo bisogno di persone vive, in salute che grazie alla loro conoscenza siano grado di rappresentare un possibile futuro libero dall’oppressione in cui oggi li ha precipitati Putin. Io sono profondamente solidale con le persone che conosco e sono rimaste lì. A loro dobbiamo riuscire a dare tutto il sostegno possibile avendo rispetto per la loro legittima paura e la loro dignità umana. La richiesta cinica di nomi e testimonianze per manifestazioni e trasmissioni tv è il sintomo della assoluta mancanza di comprensione di ciò che stanno vivendo e della realtà in cui sono stati sprofondati.

E infine, l’altro fronte della lucidità e dell’onestà intellettuale su cui sarà determinante investire da parte di chi afferma di credere in un mondo più giusto e che si batte contro le discriminazioni, sarà il dilagare della russofobia. Confondere Putin, il suo regime, con il popolo russo e ciò che la cultura russa ha regalato al mondo, è fatale e terribile. Una discriminazione che può solo seminare altro odio. La società civile, le realtà impegnate nella difesa dei diritti umani e civili non può accettare questa deriva e lo deve e lo può fare attraverso l’universalità della cultura, della musica e dello sport per aprire aal’incontro, alla comunicazione e al dialogo tra corpi e menti. La terra, la cultura del padre della nonviolenza Lev Tolstoj e della musica Tchaikovsky non può essere cancellata. Non avrei mai creduto di sentire sulla pelle l’ostilità provata da bambina perché russa da parte di madre. Mi ero liberata di quel senso di ostilità e sospetto in Italia. Anche questa è una responsabilità che non perdonerò mai a Putin e di cui pagheranno le conseguenze generazioni di russi. Salvare la cultura dal buio di questa guerra e delle sue macerie è un impegno che non può essere tralasciato. Pena il buio dell’umanità intera.

Il sole ingannatore è il titolo di un film del regista Nikita Mikhalkov. È sconvolgente pensare che proprio il regista che in quel film interpretava il personaggio del colonnello Kotov abbia tristemente voluto assumere in questi giorni un ruolo in sintonia con quei tempi e che forse si addice di più al suo rivale Dimitrij… [in copertina un fotogramma del film]

Il sole ingannatore ultima modifica: 2022-03-25T16:45:06+01:00 da RAFFAELLA CHIODO KARPINSKY
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