#Ucraina. Anatomia di una guerra per procura

FRANCESCO MOROSINI
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Il conflitto ucraino vede molti attori impegnati, ciascuno con obiettivi diversi. Ciò vale pure per Washington, protagonista e leader del fronte antirusso, sebbene cerchi di evitare l’impegno diretto, lasciandone l’incombenza agli ucraini (logico perché altrimenti sarebbe un salto di escalation militare micidiale e probabilmente difficile da controllare nelle conseguenze). Allo scopo, infatti, Washington ha rivitalizzato la Nato, prima, per dire con il presidente di Francia Macron, addirittura in stato di “morte celebrale”.

Per la Casa Bianca, che appunto vi partecipa sostenendo sia militarmente sia con efficace marketing politico internazionale Kiev, quella in Ucraina pare di fatto una proxy war. Nome questo dato dal politologo Deutsch (K. W. Deutsch, External Involvement in Internal War, in H. Eckstein(ed), Internal War, Problems and Approaches, Free Press of Glencoe, 1964, NY) alla “guerra per procura” che impegna una o più superpotenze nucleari, escludendo però la loro partecipazione diretta. In altri termini, è un confronto tra superpotenze militari (nel caso ucraino tra gli Usa e la Russia) combattuto direttamente da altri attori politici (Stati ma pure soggetti altri come le compagnie militari private).

Di certo, sono sia l’ingresso sullo scenario della guerra delle armi nucleari sia il timore della mutua distruzione assicurata i fattori alla base della ratio strategica che ha indotto le superpotenze a combattersi per interposta persona (ciò nonostante la crisi di Cuba del 1962 ha dimostrato che talvolta il rischio di scontro diretto è nelle possibilità). Oggi è l’attuale situazione nell’Est Europa, dove l’Orso russo riappare deciso a rinverdire passati ruoli geopolitici, ad aver aperto proprio in Ucraina la possibilità di una proxy war statunitense in supporto di Kiev, che a sua volta richiede e perciò legittima l’intervento Usa-Nato contro il massiccio impegno militare in questo teatro bellico di Mosca.

La proxy war voluta dagli States in Ucraina corrobora l’ipotesi che vede in Washington, peraltro nella piena continuità tra le amministrazioni Obama, Trump e Biden, la decisa volontà di costringere la Russia a un ruolo secondario di potenza meramente regionale. Inoltre, chiudere la porta dell’Ucraina significa sbarrare il limes occidentale al Cremlino, in prospettiva pure alla Cina, cosa che certo la Casa Bianca vede con logico favore geopolitico. Ovvero, proprio ciò che Mosca rifiuta: ecco perché in fondo potrebbe essere proprio questo il casus belli che ha mosso l’Armata Rossa. 

Ma qui c’è anche un’altra guerra, tuttavia di tipo geoeconomico. Infatti, come nota il generale Mini (Fabio Mini, La via verso il disastro, Limes, n. 2, 2022) gli Stati Uniti, ben sapendo che, al di là della retorica dell’unità di Nato e Ue, si tratta solo di un’unità di facciata, con la proxy war riallineano l’Europa anche a scapito di un’articolazione “altra” di interessi geoeconomici (la vicenda del gas russo lo testimonia) del Vecchio continente. Inoltre, poiché gli States con “il determinante aiuto della Gran Bretagna, preferiscono l’approccio bilaterale ai paesi europei con i quali da sempre tessono reti di cooperazione e integrazione militare a prescindere dalla Nato“, ora la situazione è propizia per Washington per riproporre con forza la questione dell’egemonia atlantica, cancellando ogni ipotesi europea di tipo terzista (non è detto che sia un male, ma è un fatto).

Inoltre, poiché l’approccio duramente antirusso della Nuova Europa (in primis Polonia) e spesso contrapposto alla Vecchia Europa (Italia, Francia, Germania) pone di fatto Washington come punto di equilibrio, allora ne consegue che la guerra in Ucraina sta offrendo agli States alcune nuove chance per garantirsi ulteriormente (almeno nel breve) potere decisionale in Europa. Tema che pesa almeno per la parte di classe dirigente statunitense convinta che il Vecchio continente sia l’Heartland politico-economico del pianeta (così nominata dal geografo inglese Sir Halford Mackindered), il cui controllo è decisivo nel grande gioco di potere mondiale. Si tratta di un confronto globale di cui la guerra ucraina è “solo” un momento di sua tragica espressione in Europa.

In ragione di ciò la proxy war statunitense a Kiev ha una sua precisa ratio strategica, pur considerando, è saggio ripeterlo sempre, che è esposta a pericolosi azzardi di escalation. A parte quest’ultimo aspetto carico d’incognite, lo scontro tra l’Armata Rossa e l’esercito ucraino è, come detto, l’occasione data a Nato e Usa per studiare sul campo le modalità d’azione delle forze armate di Mosca pure allungando con gli aiuti la guerra (di qui la definizione di “guerra per procura”). Naturalmente nessuno scandalo che l’Occidente utilizzi la proxy war per capire il pensiero militare russo: è nella logica delle cose. Cui aggiungere che una particolare legittimità politica internazionale a questo tipo di lavoro d’intelligence la dà l’esplicita volontà del governo di Kiev di combattere. 

Confermata dalla richiesta di armamenti che le autorità dell’Ucraina fanno anche se, sicuramente, le priorità di Kiev sono diverse da quelle del Pentagono; nel senso che per gli ucraini conta meno la buona riuscita di questa sorta di stress test bellico e molto più, viceversa, l’apporto bellico per massimizzare la loro capacità politico/militare contro l’Orso russo. Anzi, come si vede dalle richieste di no-fly zone (interdizione dello spazio aereo ucraino alla forza aerea russa) l’obiettivo di Kiev, razionale rispetto ai suoi scopi (meno per la Nato) è di allargare al massimo l’area di belligeranza contro Mosca. Nondimeno, in questo complesso scenario la proxy war ha un suo senso politico preciso.

Premessa necessaria a essa c’è la coscienza del governo ucraino che la sfida con Mosca necessita di sostegni esterni. Pertanto, leggendo in termini di Realpolitik, quello che si viene a configurare è uno scambio politico tra gli obiettivi politico-militari di Kiev (contrastare l’Armata Rossa massimizzandone le perdite in termini sia umani sia materiali) e quelli occidentali di valutare su di un terreno europeo (probabilmente fattore di massimo interesse rispetto alle informazioni già acquisite, ad esempio, in Siria) le capacità combattive dei russi. Quindi, l’invio di materiale bellico a Kiev ha due finalità.

La prima, come detto, è di continuare a incrementare (visto che è dal 2014 che l’Occidente si è qui impegnato) la capacità di combattimento ucraine grazie agli strumenti – armi e addestramento – offerti. La seconda, anche valutando gli effetti sul campo delle armi inviate al fine di impegnare duramente i russi, di testare il comportamento di questi sia sotto il profilo direttamente bellico che organizzativo-logistico. Conseguentemente, il conflitto ucraino per l’Occidente equivale alla possibilità di sottoporre l’Armata Rossa ad un vero e proprio stress test senza impegnarsi direttamente in combattimento. In attesa che degli studi degli analisti militari in materia aiutino a capire meglio, è possibile già ragionare su quanto avviene in Ucraina per capire l’equilibrio di forze in Europa.

È diffusa l’idea che, sostanzialmente, Mosca avesse in progetto una guerra lampo puntando tutte le carte sul collasso delle istituzioni ucraine, dall’esercito al governo. Poiché dopo settimane la guerra continua, allora se ne deduce un duplice fallimento russo, militare come politico. Possibile, allo stato delle informazioni. Contro c’è che nessuno a Mosca ha parlato di Blitzkrieg; poi che di sicuro il Cremlino, sapendo della modernizzazione dell’esercito ucraino da parte occidentale, potrebbe aver messo in conto una sua lunga resistenza, cosa che di per sé escluderebbe il Blitzkrieg. Conseguentemente, resta aperta l’ipotesi strategica dello strangolamento lento delle città principali combinata alla priorità di aprire un corridoio terrestre verso la Crimea. Insomma, pure per Mosca l’ipotesi di guerra lunga era, forse è, quella percorsa. Si vedrà presto.

In attesa che fatti sul terreno e analisti militari chiariscano quanto accade, qualche domanda sull’Armata Rossa è lecita. Il punto è che essa pare meno efficace nell’azione di quanto visto di recente in Siria, dove la Russia ha mostrato grande potenza e capacità di coordinamento di mezzi aerei, missili, navali e terrestre in azioni combinata al ricorso dei bombardieri strategici (sulla guerra russa in Siria cfr. S. CHARAP, E. TREIGER, E. GEIST, Understanding Russian Intervention in Syria, Military Factors, American research center RAND Corporation, Research Report, ottobre 2019, pp. 9 ss.), peraltro finora assenti nel teatro ucraino. Allora lo stallo in Ucraina dipende dal fatto che l’Armata Rossa nel contesto europeo è inefficace? Oppure perché opera sotto il suo potenziale? Se così fosse, paradossalmente, un regime change al Cremlino potrebbe implicare un nuovo gruppo dirigente portatore di un approccio bellico più duro di quello di Putin. Una questione delicata per la Nato.

Ma com’è valutato l’esercito ucraino? Secondo Global Fire Power, che dà la classifica dei 140 eserciti più potenti al mondo, nel 2021 l’esercito dell’Ucraina fedele al governo di Kiev (per i circa 120.000 militari delle Repubbliche ribelli del Donbass vale altro discorso) raggiungono un degnissimo 22° posto (l’Italia è all’11°). In astratto poco se paragonato alla Russia (al 2° posto del Global Fire Power); ciò nonostante, soprattutto se si accetta l’ipotesi che l’Armata Rossa impieghi solo parte del proprio potenziale e se si considera che le truppe di Kiev operano sul territorio patrio con alto morale combattivo, ne consegue che la graduatoria dà conto della capacità di resistenza mostrata. Ovvio poi che le armi fornite dall’Occidente paiono qui decisive.

In questo contesto, quale potrebbe essere la ratio realmente perseguita dalle cancellerie occidentali relativa all’invio di armi? Quella, più che di far vincere gli ucraini, di evitare che a vincere siano i russi, logorandone immagine e forze nelle “sabbie mobili” ucraine. Questo, probabilmente, è un risultato che Washington pare ritenere piuttosto vicino. Accada o meno, fuori dal campo di battaglia il prolungarsi della guerra in Ucraina ha consentito agli Usa fin d’ora, come già ricordato, il conseguimento di un grosso obiettivo geoeconomico: tagliare l’erba sotto i piedi al “Drang nach Osten” (l’espansionismo tedesco verso l’Europa orientale) sopprimendo in culla il gasdotto North Stream 2 (che non a caso salta l’Ucraina) e con esso i progetti economici della Merkel. Un risultato mica da poco.

Tornando al lato militare della questione, la proxy war in Ucraina consente agli osservatori occidentali di studiare in vitro l’Orso russo acquisendo informazioni utili qualora si arrivasse al conflitto diretto, magari solo localmente nell’area centro-est europea tra forze armate occidentali e russe. Finora gli obiettivi di Kiev, tenere il fronte, e quelli del conflitto per procura tra Occidente e Mosca sul suo territorio, stress test compreso, hanno coinciso. Ma fino a quando?

#Ucraina. Anatomia di una guerra per procura ultima modifica: 2022-03-25T17:32:44+01:00 da FRANCESCO MOROSINI
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