Il pensiero, la guerra, il dolore e il “vivere insieme”

ALBERTO MADRICARDO
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Pensiero ed emozione 

Parmenide, più di duemilacinquecento anni fa, invitava a seguire la strada che passa “lontano dal percorso degli uomini”. E qual è la via da non percorrere per lo più che gli umani invece seguono? È quella dell’apparenza: la via facile della doxa, sulla quale le cose e i fatti si organizzano “da sé” nella nuvola emotiva degli animi. 

Diversa, difficile e perciò, purtroppo, di pochi è la via dell’epistéme, del ragionamento, della distinzione, dell’argomentazione. Percorrerla, richiede un lavoro costante d’indagine dei fatti e degli eventi, i quali altrimenti restano astratti nelle capsule dell’immediatezza emotiva. 

L’emozione ha un ciclo breve. Non è amica della memoria, né della coerenza. Il pensiero è, invece, sempre in controtendenza, sempre in salita. È riconoscibile proprio per la sua difficoltà: “Un tale si stupiva di quanto gli fosse facile percorrere la via – annota Kafka nel suo Diario, e aggiunge – Infatti, la stava percorrendo, ma in discesa”.  

Nel pericolo c’è bisogno di sangue freddo

Una conseguenza davvero impressionante di questa guerra è che ha dato sfogo a tutte le emotività, a tutti i semplicismi, non solo in chi la vive direttamente – e si può capire – ma anche in chi, come noi, la osserva. Questo semplicismo, sotto forma di “forza dell’evidenza”, non solo è praticato, ma anche rivendicato, teorizzato. Vi si accompagna una pericolosa insofferenza per le analisi, per gli sforzi di spiegare, contestualizzare, considerati minacce alla “verità dell’emozione”. 

Cercherò di dire più avanti perché, a mio parere, stiamo vivendo il momento più difficile e pericoloso dal dopoguerra. Rinunciare a pensare in un momento come questo aumenta, se possibile, il pericolo, perché è contrario a quello di cui in questo momento ci sarebbe massimamente bisogno: il sangue freddo. 

La guerra, il dolore e la sua hybris 

La guerra porta dolore, è il dolore più grande che gli esseri umani possano infliggersi l’un l’altro. I dolori, gli orrori, nella storia dell’umanità, purtroppo, sono immensi, spesso incalcolabili, ma non sono mai assoluti

Tutto ciò che è umano si ripete: non c’è nulla di ciò gli umani possano fare – nel bene come nel male – che in circostanze, modi e scale diverse, nella sua essenza non sia già stato fatto in precedenza da altri umani.

Il dolore di ogni individuo, di ogni stirpe, di ogni popolo, è unico, “assoluto”, solo nel momento emozionale in cui è vissuto. Nessun individuo, nessun popolo, per quanto immensamente e in modo terribile abbia sofferto, può pretendere di estendere per sempre l’assolutezza emotiva del suo dolore. Nemmeno la Shoah, per quanto lo si esiga, è un evento assoluto, al di fuori del suo accadere. Affermarlo significa rivendicare per chi l’ha subito la condizione sovrumana di vittima assoluta. Ma, per gli umani, rivendicare una condizione assoluta (sia pure negativa, come vittime), è hybris

Il dolore è emozione. L’emozione assolutizza, ma può farlo solo in un momento. Fissare per sempre l’emozione è impossibile, perché – come dice Bergson – essa è durata. Quando la memoria richiama un’emozione, per ciò stesso la relativizza. 

Il dolore ci unisce solo se chi l’ha sofferto non pretende l’impossibile (che il suo resti fissato per sempre nell’unicità esclusiva dello stato emozionale). Solo se cade questa pretesa, il dolore può essere condiviso, diventare universale, cioè venire assunto come proprio nella memoria dell’umanità intera, passata, presente, futura. 

La crisi precedente più simile a questa in corso

Possiamo sperare di avere sufficiente capacità di riflettere su questa guerra, sulle sue cause e sui suoi possibili effetti solo se la rendiamo comparabile ad altri eventi, ne analizziamo le cause e distinguiamo le componenti. Districare il groviglio, da cui è nata, è l’unico modo per affrettarne la fine.

Viene evocata come analoga a questa, la crisi dei missili di Cuba del 1962: dopo il tentativo fallito degli Stati Uniti di abbattere il governo di Fidel Castro e di Che Guevara, da poco insediato, per mezzo di un’invasione di mercenari fatti sbarcare alla Baia del Porci, l’Urss inviò dei missili sull’isola caraibica. 

La vicenda, dopo momenti di tensione acutissima che portò il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale, giunse a un epilogo positivo grazie all’accordo tra le due superpotenze: l’Unione Sovietica avrebbe ritirato i suoi missili da Cuba e gli Stati uniti si sarebbero impegnati a non attaccare più militarmente il regime di Fidel. Nell’accordo c’era anche una clausola, che rimase a lungo segreta: gli USA avrebbero a loro volta ritirato missili schierati in Turchia, vicino ai confini sovietici.  

Gli Usa in seguito hanno mantenuto un crudele embargo economico nei confronti dell’isola caraibica che è tuttora in corso, ma non hanno più tentato di abbattere militarmente il governo castrista. La lezione della “crisi dei missili” di Cuba fu di ammaestramento per entrambi i principali protagonisti della crisi: durante tutta la “Guerra fredda” non si giunse mai più a un livello così alto di tensione e d’imminente pericolo di conflitto mondale a colpi di bombe atomiche.

La fine della Guerra fredda

La Guerra fredda finì per abbandono – come si direbbe nel linguaggio sportivo – di uno dei suoi protagonisti (l’URSS) a causa dell’esplodere della sua crisi interna. Credo che a questo esito, quasi senza precedenti nella storia che sarebbe apparso incredibile solo poco prima che accadesse, abbia contribuito la natura essenziale di “esperimento sociale” del regime sovietico nato da una rivoluzione. 

Ciascun regime, per quanto se ne allontani o anche la tradisca, resta legato alla propria origine. Ogni rivoluzione è di per sé un esperimento di costruzione ex novo di mondo. Può essere perciò revocata qualora i suoi risultati non appaiano convincenti e la sua forza innovativa si sia esaurita. 

L’Urss è crollata, a un certo punto, perché le speranze universali che “l’Ottobre” aveva acceso in tutto il mondo (e che furono il suo vero formidabile soft power), a distanza di diversi decenni dal loro accendersi si erano spente, ed essa non trovava quasi più, al suo interno come all’esterno, sostenitori che ne difendessero la causa.

Guerra fredda: un confronto totale perché ideologico 

La Guerra fredda era stata un confronto totale, su tutti i piani: sociale, economico, culturale, militare, tra due diversi sistemi, come forse non è mai avvenuto prima nella storia. Come le guerre di religione in Europa tra il XVI e il XVII secolo, che, avendo cause e ragioni più varie, trovarono la loro sintesi nell’elemento religioso, così la Guerra fredda, in cui agirono fattori come il nazionalismo, la logica di potenza, ecc. trovò la sua “forma” e contenitore nell’ideologia. Vi si confrontavano due concezioni razionali dell’uomo e del suo destino, nate entrambe dall’humus illuminista del pensiero occidentale. Questo confronto, lungo i decenni della seconda metà del secolo XX, aveva avuto esisti alterni, senza giungere a qualcosa di definitivo. 

Ma, nel campo mondiale creato dalla Rivoluzione d’Ottobre, accadde a un certo punto, in un brevissimo volger d’anni – forse non più di quattro o cinque, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere: si diffuse uno smarrimento, una repentina, profonda caduta di senso. 

Qualcosa di analogo a quanto Tolstoj in Guerra e Pace racconta essere accaduto nell’armata napoleonica dopo la presa di Mosca: l’immensa ondata della Rivoluzione francese, che non era stata arrestata dal Terrore e dal Termidoro, non era stata dissolta dal Cesarismo napoleonico, di cui anzi rimaneva l’anima, non bloccata dagli eserciti delle tante Coalizioni antifrancesi, che si era espansa in ogni angolo d’Europa e si era infine distesa negli spazi immensi della Russia, si era esaurita a Mosca, sua ultima spiaggia. Da lì era rifluita, silenziosamente, inesorabilmente, lasciando alle sue spalle solo relitti – Napoleone stesso – resti surreali di un’epoca di colpo finita.

 Così anche l’Urss, che non aveva saputo mantenere viva quella scintilla messianica che l’aveva generata, apparve di colpo vecchia, rugginosa, residuo di un tempo tramontato.  

Ma avrebbe potuto – come fanno spesso i regimi in difficoltà – darsi una nuova vita, sia pure effimera, con la scarica adrenalinico che avrebbe avuto sulla psiche mondiale la “minaccia assoluta” della guerra nucleare. Non lo fece, perché aveva interiorizzato la lezione della crisi dei missili a Cuba e il conflitto nucleare era diventato (non solo per lei, per tutti, per lo spirito di quell’epoca) un tabù.

Come Mario tra le rovine di Cartagine 

La caduta del Muro di Berlino, seguita a breve da quella dell’URSS, aprì una fase strana, fluida, incerta. La caduta del socialismo reale non fu solo la fine di un evento storico: fu il crollo del senso della Storia, come se, insieme all’evento che vi si rappresentava, fosse crollato anche il teatro. 

Il momento era solenne: si sentiva che stava accadendo qualcosa di valenza universale. Il tentativo prometeico di costruire ab imo un mondo nuovo e un uomo nuovo era fallito. La più grande aspirazione che si fosse mai osato concepire da e per l’umanità nella sua esistenza terrena, era delusa. 

Non si doveva ignorare questa solennità. Era necessario ripensare dal profondo il destino umano, rimescolare convinzioni, certezze, pensieri. I vincitori avrebbero dovuto fare come Mario tra le rovine di Cartagine: piangere sulle speranze deluse dei perdenti.

Dovevano farlo tutti, ma soprattutto i vincenti: cioè l’Occidente. Avrebbe dovuto ricordare il monito dei Greci ai vittoriosi: attenti, perché è nel momento della loro vittoria che gli Dei accecano i superbi. L’Occidente avrebbe dovuto chinarsi sulle ragioni dei perdenti. Più o meno così m’immagino che esso avrebbe dovuto parlare, rivolto a loro: 

Voi avete fatto un esperimento sociale che era nato per liberare tutta l’umanità, Questo esperimento è fallito, ma offre ora alle generazioni presenti e future di tutto il mondo un’enorme quantità di materiali d’esperienza, cui esse potranno a lungo attingere per imparare. Per questo vi siamo grati. 

Quanto alla vostra condizione di oggi, vi diciamo che voi non avete veramente perso, perché avete rinunciato a combattere la guerra che avrebbe portato alla fine dell’umanità. E noi non abbiamo veramente vinto, perché, se siamo ancora vivi, lo dobbiamo a voi: non sacrificando le vostre vite, avete salvato le nostre. 

Ci avete ricordato che noi umani dobbiamo morire a uno a uno, non tutti insieme, perché l’umanità come tale deve restare immortale. Ora noi scioglieremo l’alleanza militare che avevamo promosso contro di voi e apriremo la nuova epoca. Questa dovrà dimostrare che l’umanità, se non può morire tutta insieme, può, tutta insieme, vivere.

L’occasione perduta 

Non andò così. Questo discorso, che ad alcuni sembrerà utopistico, da anime belle, sarebbe stato il più realistico e concreto, perché formulato in base al riconoscimento della situazione senza precedenti dell’umanità creatasi in seguito al suo “progresso”. Avrebbe preso atto che, in questo tempo di’immane potenziamento delle sue capacità produttive e distruttive, l’umanità non può mantenere, nelle relazioni interumane, le stesse logiche e pratiche usate ai tempi in cui l’arma più pericolosa era la clava (la cui natura elementare, peraltro – come sappiamo dalla ricerca paleoantropologica e archeologica – non ha impedito agli umani di compiere efferatezze estreme, massacri e genocidi, fin dalle età primordiali). 

Né può mantenere verso il suo pianeta gli stessi modi rapaci e distruttivi praticati da essa dalle origini. Negli anni Novanta non si conoscevano solo i pericoli totali dell’uso dell’arma atomica: si sapeva già che anche quelli ambientali provocati dallo sviluppo economico sfrenato avrebbero avuto, nel giro di alcuni decenni, effetti “totali”. 

Morire tutti insieme è impossibile. Ma è possibile vivere tutti insieme?

La Guerra fredda era riuscita a elaborare un Principio universale negativo. Aveva stabilito che la guerra nucleare è impossibile, e assurda, perché, per i suoi effetti di distruzione totale, non avrebbe consentito ad alcuno di coglierne i frutti. Ma lasciava in sospeso un’altra domanda: se è impossibile e assurdo per gli esseri umani morire tutti insieme, è loro possibile, tutti insieme, vivere? Un’impossibilità che sbarra una strada, non ne apre necessariamente un’altra. Dunque ci voleva un’elaborazione universale, analoga a quella prodotta dalla Guerra fredda, ma positiva, che indicasse all’umanità come poter vivere tutta insieme sullo stesso pianeta.

La risposta a questo quesito ci fu: fu la globalizzazione. Iniziò negli anni Ottanta ed esplose nei Novanta. Il Principio universale positivo che con essa venne proposto si può così sintetizzare: non siamo noi umani che possiamo unirci direttamente in un unico abbraccio mondiale, non sono i nostri instabili pensieri che possono armonizzare il mondo. Sono le cose che produciamo, che ci scambiamo sul mercato. Loro sono oggetti universali, la loro universalità è calcolabile, la ricevono dal prezzo che li rende tutti equiparabili. Loro, le merci, hanno una consistenza materiale, “cosale”: attraverso di loro possiamo capirci e convivere. 

Certo, quando le consumiamo, svaniscono – nel nulla, in discarica, nell’aria o nel mare – ma noi sappiamo come riprodurle in quantità sempre maggiore. Possiamo perciò riposare la nostra mente al loro fianco, lavorare a produrle stando nella loro ombra, esserne l’appagata appendice.

La globalizzazione sembrò realizzare finalmente la convivenza di tutta l’umanità entro le relazioni di mercato. La politica si fece sempre più guidare dall’economia. Da mezzo per vivere, questa divenne fine del vivere: l’universalizzazione delle cose (merci) avrebbe indirettamente promosso quella dell’umanità. 

Ma gli esseri umani non possono accontentarsi per sempre di stare nell’ombra delle cose: nei loro cuori cova un’inquietudine inappagata, un’indomabile “potenza del negativo”.

La globalizzazione, il mercato e il “bisogno della guerra”

Il mercato è un sistema di quantificazione totale, che pretende di essere onnicomprensivo, in cui tutto può essere reso equivalente con tutto. Chi vi opera, come produttore e consumatore dovrebbe restare soddisfatto entro il suo orizzonte. 

Ma l’universalità del mercato è un’universalità reificata. È l’universalità della quantificazione delle cose: “non abbiamo vinto la Guerra fredda per stare qui a fare conti. Noi non possiamo essere fatti passare per le forche caudine della partita doppia”, pensano in cuor loro i vincitori.

Già accecati dagli Dei, perché nel momento della vittoria avevano guardato in alto, e non in basso, crebbe in loro la voglia di qualcosa d’incomparabile, che non avesse prezzo. Germogliò nei loro animi una sfrenata brama di distinzione. E che cosa può meglio distinguere l’uomo? 

La vittoria: il miele della vittoria, e del dominio diretto che essa procura, è più dolce ancora di quello della ricchezza e del dominio indiretto che questa concede. La gloria che la vittoria dona è l’unica immortalità concessa agli umani. E come si ottengono la vittoria, il dominio e la gloria? Con la guerra e l’espansione militare. La guerra è sempre stata, dalla notte dei tempi, un “qualitativo”. Il “bello” della guerra è che in essa confluiscono e si conciliano con la massima facilità il “qualitativo” e il “quantitativo”, la cavalleria e le salmerie, i pensieri epici e i più bassi interessi. 

La guerra si offrì come modo per riscattare la piatta banalità del mercato. Con ciò però apparve chiaro che la globalizzazione non era la risposta esaustiva alla domanda “come possiamo vivere tutti insieme?”: era stata solo la dilatazione spasmodica, planetaria della domanda stessa

La guerra come complemento del mercato

La guerra, si può dire parafrasando Clausewitz, è la continuazione della concorrenza con altri mezzi. Così, come altra faccia della globalizzazione, ha inizio la lunga serie delle guerre americane per “l’esportazione della democrazia” o per “la guerra al terrorismo”, in Iraq, nei Balcani, in Afghanistan, in Siria, in Libia, ecc. I loro esiti, disastrosi, non solo a breve, sono sotto gli occhi di tutti. 

La Nato, non solo non si scioglie, ma, incurante delle promesse fatte a suo tempo a Gorbaciov di non estendersi di un millimetro verso oriente, si espande verso est, vellicando i nazionalismi che in quelle regioni sono sempre sul punto di esplodere, lambendo direttamente i confini della Russia, approfittando della sua debolezza postsovietica. 

Esclusa dissennatamente dal tavolo della definizione del nuovo ordine mondiale – a differenza della Francia postnapoleonica, che era stata ammessa alla pari al Congresso di Vienna dal “reazionario” Metternich – stretta sempre più dappresso dall’espansione ostile della NATO, la Russia si sentì gettata ai margini, covò i semi, della delusione e della risentimento di chi si crede tradito, che oggi danno i loro malefici germogli. 

Ma “i perdenti” non hanno colpe?

Ne hanno almeno quanto i vincitori. Data la loro posizione, però, hanno un po’ meno responsabilità. Immemori della raccomandazione di Nietzsche: “Quando si lascia un partito, bisogna ricordare tutte le ragioni che ci hanno spinto ad aderirvi”, ansiosi di chiudere con il loro passato e di entrare in un’altra storia, i perdenti della Guerra fredda non si fermarono nemmeno un attimo a ripercorrere le tappe del processo che, dall’aurora dell’Ottobre, li aveva condotti alla sconfitta (sia pure solo relativa, per le ragioni sopraddette). 

Ancorati al passato comunista rimasero solo i nostalgici in chiave nazionalista dell’icona della potenza sovietica: i più lontani dallo spirito rivoluzionario cosmopolita che aveva reso, negli anni Venti del Novecento, Mosca e la Russia il centro del mondo. Uno gigantesco, straordinario laboratorio mondiale di sperimentazione sociale, per tentare di rispondere alla domanda “come l’umanità può vivere tutta insieme”, a cui guardavano gli oppressi di tutta l’umanità, dove affluivano e si confrontavano i rappresentanti e gli esponenti dei movimenti di liberazione e dei partiti delle classi subalterne di ogni angolo del globo.

Il complesso dell’assedio crebbe nell’Urss a mano a mano che essa perdeva il ruolo di laboratorio sociale del mondo e calava il potere radiante della sua Rivoluzione. Se “i perdenti” della Guerra fredda di oggi si ricordassero che la Russia era stata centro mondiale proprio nel momento in cui subiva sul suo territorio l’aggressione delle potenze occidentali e degli eserciti bianchi, mentre l’esistenza stessa del nuovo stato socialista nato dalla rivoluzione d’Ottobre era direttamente minacciata, potrebbero vivere con meno sterile rancore e con più spirito creativo lo stringersi del cappio Nato intorno al loro collo. 

Avevano tutto il loro passato da ripercorrere, da rimuginare, per imparare dagli errori e aprire un nuovo laboratorio sociale o – come lo chiamo io – una “città consapevole” mondiale. Qualcosa che nessuna alleanza reazionaria, nessuna Nato avrebbe mai potuto soffocare.

“A brigante, brigante e mezzo”?

Soffocato dallo stalinismo il laboratorio sociale, la Russia sovietica era diventata per sua diretta responsabilità, una potenza “speculare”, imitativa dell’Occidente. Nella sfida di Krusciov, alla fine degli anni ‘50, secondo il quale l’URSS avrebbe presto superato gli Stati Uniti nello sviluppo economico, era già esplicito l’adeguamento della Rivoluzione russa agli schemi quantitativi, “economicisti” occidentali. Un adeguamento, del resto, iniziato ben prima di lui, appunto, con lo stalinismo. 

Questa trasformazione della Russia in “società provinciale” rispetto all’Occidente, che la inchioda a una specularità subalterna, la ritroviamo operante al massimo grado nel comportamento degli attuali oligarchi, che preferiscono vivere in Occidente e portarvi le loro ricchezze piuttosto che vivere in Russia e usarle per il bene del loro paese. La specularità è anche l’asse portante della politica di Putin, che si può riassumere nel principio, “quello che fate voi, lo facciamo anche noi: a brigante, brigante e mezzo”. 

Avete interferito con la politica interna delle repubbliche ex sovietiche, sovvenzionato movimenti e partiti antirussi, organizzato moti e insurrezioni, armato milizie mercenarie al vostro servizio, in Iraq, in Siria, oggi in Ucraina? Allora lo facciamo anche noi, in Europa, in Africa, in America. Avete violato il diritto internazionale in Kosovo, mentito platealmente sull’Iraq, soffiato sul fuoco dei nazionalismi in Europa orientale, intervenuti in Siria, in Libia, ecc…? Anche noi ci sentiamo liberi di farlo quando ci conviene. Perciò ora invadiamo l’Ucraina, che dopo l’insurrezione di Piazza Maidan da voi supportata nel 20014, avete inzeppato sempre più di soldi, di armi e di mercenari, contro di noi.   

Il principio di Putin “a brigante, brigante e mezzo”, che teorizza l’azione di rimessa, presenta un grave inconveniente: è una gara al peggio che lascia all’avversario il “compito creativo”. Per questo, anche se in certi casi può rivelarsi tatticamente forte, è un principio strategicamente debole.

L’eccezionale pericolo di questa guerra

La Guerra fredda – ho detto – aveva elaborato l’impossibilità della guerra nucleare, perché, come mezzo assoluto, avrebbe vanificato il perseguimento di ogni fine attraverso essa. La sua fine pacifica aveva confermato il primato razionale del fine sul mezzo. 

Ma ora, trent’anni di globalizzazione, di dilatazione del regno dei mezzi (delle merci) ci hanno assuefatto. Il “feticismo dei mezzi” ha fatto enormi passi avanti nell’asservimento delle anime. L’evidenza della superiorità dei fini non è scontata. 

Nei rapporti interumani, a tutti i livelli, la logica “speculare” della partita doppia irrigidisce e automatizza le contraddizioni, sottoponendole a crescenti divaricazioni, sempre più “obbligate”, sempre più pericolose, in una deriva automatica verso l’assurdo. La stessa logica “obbligata”ci sta portando rapidamente verso la catastrofe ambientale.   

Lo schema binario del mercato, “la città consapevole” e la produzione dell’eccedente

Non crediamo a chi dice che bisogna prendere posizione, di qua o di là. Perché una volta che ci saremo entrati in una parte, tutto procederà automaticamente, cumulativamente, verso l’assurdo. Abbiamo un solo potere che non è quello negativo, pilatesco, di non prendere posizione, ma quello positivo della comprensione e della digressione.

In questa situazione di oggi abbiamo vincenti e perdenti della Guerra fredda che sbagliano: nessuno dei due ha approfittato del suo lascito, per dare avvio a una nuova epoca. Entrambi sono ricaduti indietro. Sbagliano entrambi allo stesso modo, la loro logica è la stessa, ma – come ho detto – i vincenti, per la loro posizione, hanno maggior responsabilità. L’iniziativa riparatrice dovrebbe partire dall’Occidente.  

Siamo quasi assuefatti agli automatismi autoreferenziali del mercato e alla dittatura della partita doppia. Tale schema prepara e anticipa quello dell’amico/nemico), della guerra. Passare perciò dalla logica del mercato a quella della guerra è facile e quasi “naturale”. Bisogna invece sciogliere la realtà, prima che, irrigidita all’estremo nei dualismi, essa esploda. 

Questo richiede di riavviare ovunque a ogni livello possibile, il laboratorio sociale (quello che ho già chiamato la “città consapevole”) che cerchi instancabilmente di rispondere alla domanda fatidica lanciata oltre se stessa dalla Guerra fredda: “Non possono morire tutti insieme, ma possono gli umani vivere tutti insieme?” 

Per istituire la “città consapevole” non servono insurrezioni e barricate ma menti aperte, curiose, tenaci e generose. Questo laboratorio, rimesso in funzione, facendo interagire tra loro la ruvidità rocciosa dei fatti con la fluidità plastica del possibile, può riossigenare il mondo. Da esso scaturirà qualcosa che non sarà riducibile agli schemi binari del dare e dell’avere e dell’amico /nemico: sarà l’imprevisto, il digressivo, l’eccedente. “Il dio” che – come invocato da Heidegger nella sua ultima intervista – solamente ci potrà salvare. 

Il pensiero, la guerra, il dolore e il “vivere insieme” ultima modifica: 2022-03-28T20:27:23+02:00 da ALBERTO MADRICARDO
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