La sconfitta degli azzurri è la sconfitta dell’Italia

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Ci eravamo illusi, l’estate scorsa, di esserci lasciati definitivamente alle spalle un decennio di umiliazioni calcistiche senza precedenti. Neanche nell’infausto periodo del dopoguerra, in parte giustificato dalla tragedia che aveva visto il Grande Torino, magna pars della nostra Nazionale, morire nello schianto di Superga, neanche allora, infatti, avevamo avvertito una sensazione di impotenza tanto forte. Perché ai Mondiali, eccetto il ’58, alla vigilia del boom, ci si andava comunque. Magari si usciva in maniera ignominiosa ma, quanto meno, ci si arrivava. E poi si sperava in un futuro migliore, le famiglie ritrovavano l’ottimismo, i bambini nascevano a grappoli e gli oratori si riempivano di piccoli festanti che esibivano tutto il proprio talento. Fra quei pulcini c’erano anche i futuri campioni, i miti che ci avrebbero tenuti svegli fino a notte fonda per seguire la “Partita del secolo”, prima di doversi arrendere, in finale, a sua maestà il Brasile, ossia a un’entità superiore, a un qualcosa di metafisico, a una leggenda che nessuno squadrone, probabilmente, potrà mai eguagliare.

Cosa ci è rimasto, invece, adesso? Oratori vuoti, proprio come le culle, strade senza bambini che giocano, nessun pallone fatto di stracci, tecnologia a gogò e interminabili partite alla Play Station, con la grafica sempre più sofisticata, i fuoriclasse riprodotti alla perfezione e addirittura aggiornati nella capigliatura e nell’aspetto, a seconda delle ultime evoluzioni della loro maniacale cura di se stessi e della propria immagine. Ma la fantasia in tutto questo? Osservando quegli sconfitti vestiti d’azzurro, incapaci persino di rispettare un luogo sacro come lo spogliatoio, abbiamo assistito al trionfo della tecnocrazia applicata al calcio. Schemi rigidi, nessuna giocata, mai un guizzo, mai l’invenzione di uno spazio là dove non avrebbe dovuto esserci, mai un pizzico di irriverenza, una giocata, un tentativo di rompere gli schemi, infrangere le barriere, uscire dal gregge e distinguersi: nulla di tutto questo. Del resto, come sarebbe potuta andare diversamente, se da vent’anni facciamo di tutto per irregimentare i nostri giovani, fin dai banchi di scuola, costringendoli a studiare in un certo modo, a non essere se stessi, a non esprimersi liberamente, a non scrivere temi ma, al massimo, analisi del testo in cui ripetere a pappagallo analisi già compiute da altri, e per lo più sbagliate, a mandare al macero le idee, ad accantonare ogni barlume di originalità e a recitare la parte dei perfetti automi, in una società che esige macchine e detesta gli esseri umani?

Come possiamo chiedere a questi ragazzi, cresciuti in cameretta, in solitudine, nella stagione della società che non esiste, dell’individualismo sfrenato e dell’egoismo galoppante, di essere una comunità solidale in cammino, fratelli che si prendono per mano, si guardano negli occhi e, al momento opportuno, sanno essere squadra? Come possiamo pretendere che credano nei valori della collettività quando abbiamo insegnato loro che non ha alcun senso e che ciascuno deve sgomitare selvaggiamente per dimostrare di essere il numero uno?

Come possiamo illuderci che esista ancora un portatore d’acqua, uno che si sacrifica per gli altri, uno che ha l’umiltà di capire che non è un campione ma può comunque essere indispensabile, quando fin dalla più tenera età abbiamo preteso che fossero tutti perfetti, ricchi, ben abbigliati e naturalmente protagonisti assoluti, a scapito di quella divisione dei ruoli che è fondamentale nel calcio come nella vita? Come può una società in decadenza, in guerra con se stessa, senza passione né coraggio, rassegnata al peggio e incapace anche solo di immaginare un domani, in ogni ambito, fornire a questi ventenni figli della crisi l’entusiasmo necessario per scendere in campo e dare il massimo? Prendersela col commissario tecnico o con i singoli giocatori sarebbe inutile e dannoso, l’ennesimo atto di vigliaccheria che, non a caso, va per la maggiore in questi giorni sui nostri mezzi d’informazione. A essere stata eliminata dal novero delle nazioni di primo piano, difatti, è stata l’Italia nel suo insieme: un paese senza politica, con una classe dirigente drammaticamente inadeguata, una scuola e un’università a crocette, un parlamento tagliato, una magistratura in crisi di identità, un settore pubblico quasi interamente privatizzato, una stampa e una televisione che si commenta da sole, un ceto intellettuale che produce quasi unicamente atti di conformismo e una corruzione che ha raggiunto ormai livelli inquietanti.

Quegli sconfitti vestiti d’azzurro sono, dunque, i nostri figli, i nostri fratelli minori, le nuove generazioni cui lasciamo in eredità lo sfacelo che vediamo ogni giorno sotto i nostri occhi. Perché tornino a volare, dobbiamo cambiare tutto, recuperare la creatività, rivalutare gli eretici, restituire ai profeti un minimo di dignità, mettere in panchina un po’ di predicatori dell’ovvio, riporre in soffitta qualche talk show e riscoprire il gusto della follia. Ma essendo tutto ciò che manderebbe a casa i veri artefici di questo disastro, temo che continueremo a formare dei robot che recitano, malamente, a soggetto, per poi arrendersi quando il copione non basta più e, per vincere, occorre avere un minimo di gusto per la vita. Quel gusto che s’impara sentendosi a San Siro quando da bambini di gioca su un campetto di terra in cui le porte sono affidate ai giubbotti e le linee all’immaginazione dei partecipanti. Quel gusto che conduce a Madrid e a Berlino, ad alzare al cielo una Coppa del mondo con gli stessi occhi sognanti di quando si imparava a memoria la formazione dei propri idoli.  

La sconfitta degli azzurri è la sconfitta dell’Italia ultima modifica: 2022-03-28T16:30:52+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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1 commento

Giuseppe 30 Marzo 2022 a 19:38

Gentile BERTONI, possiamo discutere per ore sulle squadre di calcio italiane , sul loro mondo fatto di maneggioni, della mania delle tattiche, dell’incapacità , (per non dire peggio) della stampa calcistica, sulla eccessiva presenza degli stranieri , ecc. ecc. Il fatto fondamentale è che oggi in Italia non c’è ragazzino che sappia fare piu’ di tre palleggi di seguito,

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