Turismo urbano, politiche a confronto

Venezia si apre al confronto con due città europee alle prese con l’overtourism: Amsterdam e Barcellona. Non per iniziativa dell’amministrazione locale ma delle componenti più consapevoli della città che una svolta la reclamano. Un convegno all’Ateneo Veneto.
FRANCO MIGLIORINI
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Si è svolto, il 24 marzo scorso, all’Ateneo Veneto, il convegno Venezia: quale turismo post pandemia, con interventi di Antonio Paolo Russo, Guido Stompff, Aina Pedret, Laura Fregolent, Roberta Bartoloni, Claudio Scarpa, Emiliano Biraku, Manfredo Manfroi, Carla Toffolo, Giacomo Menegusore, Roos Gerritsma. Il segmento pomeridiano è stato coordinato e concluso da Giovanni Andrea Martini, quello della mattina da Franco Migliorini, che ha introdotto il convegno.

Con l’auspicata uscita dalla pandemia s’impone una svolta nel turismo urbano che per alcune città, ma non per tutte, in Italia e in Europa, rappresenta un passaggio necessario verso uno stadio più evoluto di governo del fenomeno. Venezia si apre al confronto con due capitali europee del turismo: Amsterdam e Barcellona. Non per iniziativa dell’amministrazione locale ma delle componenti più consapevoli della città che una svolta la reclamano. Sullo sfondo la radicata constatazione che l’odierna dimensione del turismo urbano imprime una modificazione alla struttura del tessuto economico e sociale, e allo stesso funzionamento delle città coinvolte. 

In pratica il mercato urbano del lavoro, dei servizi e degli immobili, piegato a nuove logiche di uso dello spazio e ad una opposta polarizzazione nella distribuzione dei benefici e dei costi, acuisce vantaggi e svantaggi alterando i rapporti di potere nella stessa compagine urbana al punto di condizionarne la governabilità.

Al confronto con le due città europee, Venezia risulta attardata nel prendere atto della svolta che la politica turistica richiede perché la città non finisca travolta dalla disintegrazione di consolidati equilibri sociali prodotti dalla connivenza che attori locali istituiscono con interessi esterni che si propongono direttamente come veri protagonisti del governo urbano.

Da un lato un’accentuazione delle rendite che il mercato immobiliare produce sull’uso del tessuto urbano, dall’altro l’abbassamento della qualità del lavoro imposto dalla monocultura turistica a vantaggio delle rendite stesse. Nel mezzo la scomparsa del ceto medio urbano e in particolare del lavoro giovanile.

Circa tremila persone hanno manifestato, contro il ritorno del turismo di massa in città, 13 giugno 2020 [© Andrea Merola]

Ma non ovunque è così. In continuità con le forti e consapevoli tradizioni di politica urbana, due città come Barcellona e Amsterdam offrono l’esempio di come la politica del turismo divenga un capitolo nuovo delle regolazioni che il governo urbano è tenuto a sviluppare per le funzioni che la città è chiamata a svolgere.

Sono i numeri del turismo che parlano, con cifre nell’ordine di decine di milioni di visitatori/anno, che hanno introdotto nelle dinamiche locali comportamenti nuovi e imprevisti che richiedono nuove regole di convivenza urbana.

Sostanzialmente tre le tipologie di visitatori: gli ospiti degli alberghi, i nuovi ospiti dei fitti brevi, e gli escursionisti giornalieri. 

Il primo gruppo è il più tradizionale; il secondo è il più recente, frutto della dirompente diffusione della sharing economy; il terzo è il più imprevedibile. Nell’arco dell’anno è sulla combinazione dei numeri di queste tre componenti che la politica turistica è chiamata a operare nelle città.

Di qui la ricerca di strumenti nuovi di politica urbana.

Con modi diversi ma convergenti le due città europee decidono di coinvolgere l’insieme dei nuovi stakeholder del turismo dentro un percorso condiviso di cooperazione.

Barcellona istituisce un consiglio in cui le parti si misurano con i piani che l’amministrazione intende perseguire per le nuove misure di regolazione del turismo urbano. Un piano finanziato con i proventi delle tasse turistiche che si articola in ottantadue tipi di azioni distribuite tra incentivi, controlli e vincoli, sostenuti da un adeguato ammontare di budget e da azioni di monitoraggio.

Cultura, mobilità, tutela tradizioni, uso del patrimonio abitativo, polizia turistica, comunicazione costituiscono altrettanti assi portanti della politica turistica di Barcellona, con un corollario esplicito. Il diritto alla città! La condizione del cittadino non può essere il residuo casuale che l’economia turistica imprime sulla compagine sociale ma rappresenta la cornice stessa in cui vita urbana di un milione e mezzo di abitanti si svolge.

Per altro verso, con il pragmatismo che da oltre un secolo contraddistingue la politica di Amsterdam in tutti i campi, la città ha deciso che, dopo l’overturismo azzerato dalla pandemia, è giunta l’ora di prendere le redini del fenomeno sottraendolo all’arbitrio del mercato, ma senza per questo penalizzare l’apporto economico che ne viene alla città. 

All’atto pratico, decidere di reinventare il turismo riorganizzando gli stessi materiali di cui esso è composto ma con un approccio co-creativo in cui politica, imprenditorialità e cittadinanza si ritrovino attorno ad uno stesso tavolo, consapevoli che non esiste mai un unico policy maker del turismo. Esiste invece un insieme di co-decisori che contribuiscono a quella che alla fine risulta essere la politica turistica. 

Poche ma semplici le premesse: i turisti sono benvenuti ma la loro libertà va coniugata con la responsabilità, mentre al centro degli interessi è sempre la comunità locale. Con un indirizzo esplicito: aumentare la qualità e frenare la quantità.

Trentacinque i soggetti convocati al tavolo della concertazione nella capitale olandese, con il principio che il bilanciamento di interessi funga da mediatore tra gli attori in campo. Un metodo per altro noto in una città dove le luci rosse e l’esercito della salvezza convivono spalla a spalla, mentre il mercato delle droghe leggere condivide lo spazio con la capitale mondiale dei gay.

Barconi granturismo, in attesa di ormeggiare per lo sbarco delle comitive turistiche, lungo il molo di San Marco, sulla Riva degli Schiavoni [© Andrea Merola]

Il quesito posto dal convegno è pertanto: dove pensa di andare Venezia? 

Con una amministrazione che già in pandemia aveva programmato di tornare quanto prima ai fasti dell’overturismo, sbandierando come grande novità la logora narrativa della tassa di sbarco imposta ai turisti col corredo dei tornelli. Una misura da stadio la cui entrata in funzione, se mai lo sarà, passa ormai di rinvio in rinvio. E questo di per sé sarebbe già un bene in quanto auspicabile preludio del suo abbandono. Tutto questo nel totale vuoto di idee di una amministrazione che coi suoi triti rituali si è voluta infilare nella scia del declino urbano della città.

Ma esiste anche una parte di città che a questa deriva non intende sottomettersi e marca la differenza tra coloro che la città la vivono e coloro che invece la città vogliono semplicemente usarla, in omaggio alla idea del turismo urbano come fonte estrattiva di valore.

In primo luogo resta pienamente condiviso dai fautori di una nuova politica per Venezia che il principio di qualità debba prevalere sulla demagogica esaltazione del turismo di massa.

Acquisito altresì che il turismo urbano debba essere gestito con equilibrio e non certo affidato alle manovre finanziarie del mercato immobiliare che ha impresso una accelerazione al declino demografico di Venezia. Un solo dato per tutti. Con trenta milioni di presenze/anno nel 2019, ad ogni abitante corrispondevano seicento visitatori, mentre il numero di letti turistici in città aveva ormai superato quello dei cinquantamila residenti rimasti.

Con la crescita dei fitti brevi, che hanno messo fuori mercato quelli di lunga durata, Venezia è oggi sede disagiata per tutte quelle categorie professionali soggette a mobilità, quali medici ospedalieri, magistrati e in generale i dirigenti del settore pubblico presenti nel capoluogo di regione.

Dalle pieghe di questo dibattito emerge così una proposta di legge per ritrovare un equilibrio fisiologico nell’uso del patrimonio abitativo urbano delle città turistiche italiane.

In secondo luogo la prenotazione della visita si rivela ormai come il passaggio necessario per controllare il flusso dei giornalieri che, nei picchi stagionali, si avvicina alla soglia ingestibile delle 100 mila presenze, quelle che paralizzano la città con apporto economico individuale anche otto o dieci volte inferiore al turismo soggiornante.

In terzo luogo si propone la costruzione di una consulta del turismo, sull’esempio di quanto avviato nelle città europee, come luogo di composizione cooperativa dei molti interessi in gioco, secondo il principio di corresponsabilizzare diretta degli stakeholder di vario tipo.

Già si registra infatti la convergenza di alcune importanti categorie veneziane, come albergatori, artigiani ed esercenti, mentre il coinvolgimento della vasta rete di istituzioni culturali presenti in città attende solo che dall’amministrazione urbana arrivi un indirizzo di marcia su cui far convergere un rinnovato ruolo dell’economia della conoscenza. Una funzione che, con la rimozione del referato alla cultura, ha lasciato sguarnito il presidio di una attività che a Venezia dovrebbe essere il principale punto di riferimento.

Turismo urbano, politiche a confronto ultima modifica: 2022-03-28T16:04:08+02:00 da FRANCO MIGLIORINI
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