Una prelibatezza che costa molto cara al Sudafrica

L’abalone, o orecchio di venere, ricercatissimo sulle tavole dell'Estremo Oriente, è specie protetta dal 2007 ma non hanno saputo proteggerlo dai contrabbandieri e ora è un problema sociale, politico, economico ed ecologico.
FRANCESCO MALGAROLI
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Il controllo era asfissiante, 250 chilometri tra Città del Capo e Overberg in mano a Ernie Lastig Solomon. “Lastig”, lana dura dicevano tutti di lui al punto da esserci soprannominato, era il capo della 28s, una delle bande criminali che infestano la penisola, e la cosa che faceva meglio era trafficare abaloni tra Sudafrica e Hong Kong. Al mondo sono 57 specie, il più apprezzato, l’haliotis midae, si trova dalla West Coast e fino a Mother City, Città del Capo. Tocca ai ragazzi fatti di droga tuffarsi in mare per cercare tra le rocce le orecchie di venere, o anche aliotidi, chiuse nei loro gusci, nascoste. 

A 62 anni Lastig cominciava a non poterne più, qualcuno addirittura insinuava che avesse cominciato a parlare con la polizia. Le nuove generazioni non lo sopportavano, oltretutto pretendeva un prezzo per la protezione troppo alto, settemila dollari al mese per raccogliere il mollusco in santa pace. Così l’hanno fatto fuori a novembre. 

L’abalone è un affare lucroso, il contrabbando deve prosperare. 

A febbraio è stato pubblicato un rapporto della Global Initiative (GI), e ha fatto scalpore. Il centro svizzero che si occupa di crimini, in una ricerca a cura del giornalista Kimon de Greef e della reporter Simone Haysom, ha affermato molto semplicemente che “si devono abbandonare gli haliotis midae nelle mani dei contrabbandieri fino a che non ne resteranno più. Una volta esauriti l’abalone e la sua prelibatezza si esaurirà anche l’indotto”. Lo Stato non ha i mezzi, le risorse e soprattutto la voglia di correre dietro agli aliotidi che partono per Hong Kong vivi o congelati o in barattoli o essiccati.

“Non hanno opzioni, non ci sono e non ci saranno, l’unico modo per sopravvivere è nell’illegalità e un modo è pescare abalone, proibito e prelibato” dice la ricercatrice marina Marieke Norton recensendo per Conservation “Sons of the Sea”, film premiato al festival di Durban l’anno scorso. In Sudafrica è possibile pescare cento tonnellate di abaloni all’anno, ma quelli pescati di contrabbando sono due-tremila tonnellate. 

La criminalità si è impossessata di tutta la filiera: i capi naturalmente, i sommozzatori, quelli che danno le barche, quelli che incassano per mettere la nafta, gli estorsori, mediatori, i camion che trasportano il prodotto, i poliziotti che non guardano, gli aerei. Il viaggio termina ad Oriente, meta Hong Kong, Pechino, Macao o Taiwan.

Si dice che qualcuno è finito in mare preda degli squali bianchi, di certo le onde sono una soluzione rapida per chi non sta ai patti. Droga, corruzione, violenza, per gli abaloni si fa di tutto, l’hanno capito subito quelli che si fanno di tik, un miscuglio di cristalli di meta-anfetamina molto amata dei ragazzi di Cape Flats, alle porte di Mother City. Il tik è benzina e per procurarla ci si tuffa.

La mappa dei danni stilata da GI dice che le strutture politiche sono state erose, la corruzione è la norma. I tentativi di coinvolgere le persone che vivono sulla costa ad abbandonare quel traffico grazie ad altre iniziative di lavoro non ha dato frutti. Resta soltanto un’alternativa: invece che trattare il contrabbando di abaloni come un problema ambientale o di polizia lasciare ai trafficanti campo libero. Secondo alcuni dati, l’haliotis midae non ha più di dieci anni davanti prima dell’estinzione. A quel punto si può pensare a una reintroduzione degli aliotidi attraverso l’acquacoltura e quelle cose i trafficanti nemmeno le considerano. 

La vulnerabilità in Sudafrica deve essere fermata, il commercio illegale è l’unico modo per restare a galla e negli ultimi tre decenni intere piccole comunità hanno finito per rivolgersi alla criminalità per sopravvenire, dice il rapporto.

Denaro e tik, i cinesi voglio il frutto, per averlo il compenso è la droga. Nel 2007 al Wall Street Journal uno dei gangster per la prima volta ha parlato dei profitti ogni anno sempre più notevoli derivati dall’abalone. I soldi viaggiano dalla Cina al Sudafrica soprattutto attraverso la hawala, una forma di trasferimento dei valori sulla parola che non è possibile tracciare.

È implicata la triade, ma questa è una non-notizia, e la polizia di tanto in tanto prende qualcuno, piccoli furfanti però. Leggi per la vendita controllata non esistono e le regole dettate dal Cites per le specie protette non valgono in Asia. A Hong Kong ogni anno a testa si mangiano 65,5 chili di pesci. Ai banchetti aristocratici quattro portate non possono mancare e una è l’haliotis midae, una prelibatezza conosciuta fin della dinastia Zhou, si parla del 1122 e il 256 prima di Cristo.

L’abalone in afrikaans si chiama perlemoen, “madre di tutte le perle”. Assai più lussurioso delle ostriche, dentro la conchiglia si cela il frutto che va dal bianco al porpora. È protetto dal 2007 ma non hanno saputo proteggerlo dai contrabbandieri e ora per il Sudafrica è un problema sociale, politico, economico ed ecologico.

Il menu del rinomato Ping’s Shark’s Fin di Bangkok, ristorante cinese specializzato in piatti a base di pinna di squalo e di abalone.
Una prelibatezza che costa molto cara al Sudafrica ultima modifica: 2022-03-28T18:49:54+02:00 da FRANCESCO MALGAROLI

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