Un mito del calcio e un mito di chi lo racconta

Il decimo anniversario della scomparsa di “Long John” Chinaglia, emblema della Lazio pistolera che fu, autore del gol decisivo, su rigore, nella partita contro il Foggia che il 12 maggio del '74 valse alla banda di Maestrelli la conquista del primo, storico scudetto, e di Antonio Ghirelli, uno dei massimi protagonisti del giornalismo sportivo italiano.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Mentre la Juventus piange Silvio Longobucco, il terzino cui nel ’73, a Belgrado, era stato affidato l’ingrato compito di contribuire ad arginare la furia dell’Ajax di Rep, Neeskens e, soprattutto, Cruijff, ricorre il decimo anniversario della scomparsa di altri due miti del calcio italiano. Ci riferiamo a “Long John” Chinaglia, emblema della Lazio pistolera che fu, autore del gol decisivo, su rigore, nella partita contro il Foggia che il 12 maggio del ’74 valse alla banda di Maestrelli la conquista del primo, storico scudetto, e ad Antonio Ghirelli, uno dei massimi protagonisti del giornalismo sportivo italiano.

I tifosi ricordano Chinaglia a dieci anni dalla scomparsa

Chinaglia, nato a Carrara ma cresciuto in Galles, aveva un carattere a metà fra l’assurdo e l’impossibile, come ben sapeva quel secondo padre che fu per lui Tommaso Maestrelli, artefice del tricolore, allenatore e psicologo, l’unico che avrebbe potuto far coesistere due gruppi in costante guerra fra loro e l’animo irrequieto di una compagine di pistoleri che amava, allo stesso modo, il pallone e le armi. Non erano violenti ma scavezzacolli sicuramente sì, il che costituiva il loro punto di debolezza ma, al contempo, anche la loro straordinaria forza. Perché solo quella follia creativa, quel misto di irriverenza, sfrontatezza, coraggio e meravigliosa incoscienza avrebbe potuto convincere un insieme di “reietti”, di scarti altrui e di personaggi che sembravano usciti da un romanzo d’avventura di poter competere ai massimi livelli con squadre e società mille volte più solide e attrezzate. Giorgio Chinaglia, da questo punto di vista, con la sua potenza fisica, la sua esuberanza, il suo ardore, il suo essere forte e implacabile, carismatico e a tratti intrattabile, di quell’undici ne costituiva l’icona. Non a caso, al netto delle sue controversie e di un’esistenza non propriamente irreprensibile, nell’animo di ogni tifoso laziale rimarrà per sempre un idolo e un punto di riferimento.

Fu, infatti, il guascone che convinse un popolo, che fino a quel momento era abituato a considerarsi figlio di un Dio minore, di poter avere un ruolo nel gotta del pallone, di poter dare del tu alla vittoria e di poter essere protagonista dopo anni e anni di semi-irrilevanza. Tutto questo avvenne nella Roma degli Anni di Piombo, nel giorno in cui si celebrava il referendum sul divorzio, ai tempi del Messaggero laico che si schierava apertamente sul fronte del NO, in un crogiolo ardente di sogni e destini che avrebbe segnato per sempre lo spirito e le sorti di una generazione, probabilmente l’ultima a credere davvero nelle proprie possibilità e, aspetto ancor più importante, a credere di poterne avere.

Antonio Ghirelli

Antonio Ghirelli, dal canto suo, era un comunista che divenne socialista dopo i fatti d’Ungheria, il partigiano che, insieme a Enzo Biagi, diede l’annuncio della liberazione di Bologna dai microfoni della radio della Quinta Armata, il direttore del Corriere dello Sport ai tempi dell’incontro di pugilato fra Benvenuti e Griffith (aprile 1967) e dei Mondiali messicani del ’70, il portavoce di Pertini prima e di Craxi poi ma, più che mai, un uomo nato direttore e, al contempo, mite, umile e gentile come pochi. Ricordo ancora, a tal proposito, quando mi presentai per un’intervista nella sua casa romana, a soli diciassette anni, e non volevo più andarmene. Parlammo persino di quella volta che, per il Corriere della Sera, vergò un magistrale ritratto del Cile, un paese arretrato e sconvolto, pochi anni prima, da un violentissimo terremoto. Peccato che il suo reportage, al pari di quello di Corrado Pizzinelli per il Resto del CarlinoLa Nazione, fu letto anche da un pittore cileno residente in Italia, il quale ne parlò ai microfoni di una delle tante radio private di Santiago, per lo più gestite dalla colonia tedesca, provocando un astio senza precedenti nei confronti della nostra Nazionale.

Fu così che nella partita decisiva, proprio contro il Cile, gli Azzurri di Mazza e Ferrari furono accolti come peggio non si sarebbe potuto dal pubblico locale, in un clima infuocato che condizionò in maniera decisiva l’arbitraggio del signor Aston, determinando quella che è passata alla storia come la “battaglia di Santiago”.

In poche parole, gli Azzurri, condizionati anche dalle assurde esclusioni di Sivori, Maldini e Altafini in nome del “difensivismo”, particolarmente caro ad alcuni nostri commentatori, vennero massacrati dai padroni di casa al cospetto di un arbitro compiacente, subendo infine una sconfitta per 2 a 0 e l’eliminazione dal torneo. Ghirelli è stato per tutti noi un esempio e un maestro, uno di quei giornalisti che sapeva mescolare competenza storica e analisi del costume, trattando il calcio come il grande romanzo popolare che era e che sarebbe tuttora, se solo lo lasciassero respirare anziché affogarlo di soldi e spezzettarlo negli orari fino a renderlo indigeribile.

Con la scomparsa di Chinaglia e Ghirelli, dieci anni fa, si concluse, dunque, definitivamente la fase epica del pallone nostrano e si aprì il decennio che ci ha condotto dove ci troviamo adesso. Un baratro da cui speriamo presto di uscire, anche perché, per esistere, il calcio ha bisogno che pure un Longobucco qualsiasi senta di poter affrontare Cruijff, e pazienza se poi si perde. L’essenza di questo gioco straordinario sta proprio nelle opportunità che ha concesso, da bambini e da adolescenti, a ciascuno di noi. Qualcuno, poi, è diventato un campione, molti altri hanno continuato ad amarlo lo stesso, a giocarlo a livello dilettantistico, a praticarlo nei parchi e nelle piazze o a raccontarlo, riconoscendo di essere nettamente più abili con la penna che su un campo di gioco. Ma anche dall’accettazione dei propri limiti, a pensarci bene, dipende la consapevolezza e la costruzione di sé.

Un mito del calcio e un mito di chi lo racconta ultima modifica: 2022-04-04T20:14:57+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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