“Tra melma e sangue”, il grido di Clemente Rebora contro la guerra

MARIO GAZZERI
Condividi
PDF

L’espressionismo di Clemente Rebora e l’ermetico lirismo di Giuseppe Ungaretti. Due poeti che conobbero “la melma e il sangue” della guerra di trincea, di posizione, la fatica e l’abbrutimento delle marce forzate nelle gallerie e nei camminamenti del Carso, del Col di Lana, del Podgora. Ungaretti che in quattro brevi, sublimi versi (otto parole in tutto), riuscì a rendere visibili l’ansia e l’attesa del ”fronte”, la vita e la morte, il sadismo e l’insensatezza della guerra che sottendevano peraltro la nostalgia, il desiderio di un ritorno (il nostos così caro agli psicoanalisti freudiani). “Si sta/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. Puro ermetismo lirico, quasi un sussurro, una preghiera quasi, sulla tragica fragilità della condizione umana.

Ma la grandezza di Ungaretti potrebbe aver in parte eclissato la tragica bellezza dei versi di Clemente Rebora, valoroso combattente e sensibile versificatore la cui opera è un grido di denuncia degli orrori della guerra. Eterno fratricidio che oggi non si combatte più ai confini dell’Italia ma ai confini dell’Europa gettando ombre di morte su tutti noi e restituendo attualità alle parole di un famoso storico secondo cui la “storia dell’umanità è la storia di una infinita guerra interrotta da brevi periodi di pace”. 

C’è un corpo in poltiglia

Con crespe di faccia, affiorante

Sul lezzo dell’aria sbranata. 

Questo l’incipit della poesia “Voce di vedetta morta” scritta dal poeta milanese durante la Grande Guerra.

Raccontare la guerra significa per Rebora scendere negli orrori di essa. Senza nessun velo o infingimento, operando, anche sul linguaggio, una deformazione in senso espressionistico per esprimere una tragedia altrimenti indicibile,

scrive Valerio Rossi, curatore del volume Tra melma e sangue. Lettere e poesie di guerra (Interlinea). Frammenti di vite corteggiate dalla morte, esistenze in equilibrio tra “imperitura gloria” e incubi di corpi in decomposizione nel grigioverde delle loro divise. E le lettere dal fronte che, quasi senza sosta, scriveva alla madre e agli amici Clemente Rebora. Missive da quell’inferno in terra a Sibilla Aleramo, a Giuseppe Prezzolini e soprattutto all’amata madre; 

(Zona di guerra, 13 novembre 1915)

Un saluto rapido ma intenso fra il fango ed il travolgimento di questi luoghi che sono il Calvario d’Italia. La cicuta di Socrate è un’inezia ironica al paragone. Quanta umanità in stato così terribile. Sto bene – e non pensate se scriverò di rado. Tutta la mia luce che vedrà. Clemente.

Dopo i traumi della guerra, Rebora conobbe una profonda crisi religiosa, spirituale che lo portò a prendere i voti. Disse messa, scrisse, insegnò, ma la sua vita era stata travolta dalla guerra di cui porterà sempre le sue ferite e da cui mai guarì completamente.

O ferito laggiù nel valloncello,
Tanto invocasti
Se tre compagni interi
Caddero per te che quasi più non era,
Tra melma e sangue
Tronco senza gambe
E il tuo lamento ancora,
Pietà di noi rimasti,
A rantolarci e non ha fine l’ora

(dalla poesia “Viatico”).

Nelle tradotte dirette verso quella sorta di bolgia dantesca che era il fronte nordorientale viaggiarono anche i quattro fratelli di Clemente che arrivò al fronte dopo aver compiuto già da alcuni mesi i trent’anni. A volte, raramente, capitava anche un giorno di tregua (spesso concordata col nemico) e allora venivano raccolti i miseri resti dei caduti, seppelliti in fretta soprattutto per non offrire ai nuovi coscritti in arrivo quel desolante spettacolo di morte. Era probabilmente in quei rari momenti di tregua che l’animo del giovane poeta si addolciva e scriveva versi di speranza e di bellezza:

…Oltre la patria e la terra
C’è da salvare qualcosa
Anche solo una rosa
Da tanta guerra sbocciata…

E il pensiero di Clemente andava all’adorata nipotina, Enrica, figlia di uno dei suoi fratelli in guerra che, da adulta, ricordò di aver voluto molto bene allo zio poeta al quale inviò una sua “poesia” che, innocentemente diceva:

Pensateci ai nostri soldati
pensateci sempre
Pensateci ancora

Le fotografie di Gian Augusto Fincato, che illustrano l’articolo, rappresentano oggetti della quotidianità della Prima guerra mondiale. Sono stati raccolti da Michele Cerato, di Enego, nelle sue lunghe escursioni sull’Altopiano, poi custoditi e catalogati meticolosamente e metodicamente per poterli esporre in mostre, numerosissime e via via sempre più accurate. Le immagini si riferiscono a una mostra allestita a Enego da Michele Cerato, con la moglie Sara Peruzzo, nell’estate 2017.

“Tra melma e sangue”, il grido di Clemente Rebora contro la guerra ultima modifica: 2022-04-05T10:55:06+02:00 da MARIO GAZZERI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento