Vogare in laguna, sempre più rischioso

GIOVANNI LEONE
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Voghemo voghemo che el nostro onor xe scomenzà dal remo!

È un modo di dire veneziano dal sapore nostalgico, non tiene conto del progresso e anzi, è il caso di dirlo, gli rema proprio contro, rivolto a quel passato in cui il successo di Venezia era conquistato con le galee (o galere) che con la forza del remo solcavano veloci le acque del golfo di Venezia per raggiungere il mediterraneo orientale, teatro di guerre e di scambi commerciali. 

Siamo in pieno terzo millennio ormai, è mai possibile pretendere di andare ancora a remi? Spostamenti di una lentezza snervante, a ogni pioggia bisogna andare a seccare la barca, inoltre periodicamente occorre provvedere alle manutenzioni con sigillatura, stuccatura, calafataggio e finitura. Non c’è mica tempo per far dei giri in laguna con barca a remi, vuoi mettere una bella barca in vetroresina con motore lasciato andare a manetta? In due minuti arrivi dove vuoi. Non ci credi? Vai a vedere cosa accade sul canale Montiron nella bella stagione con barche che volano in planata verso il mare, si proprio il canale in cui s’intende realizzare il collegamento veloce d’acqua verso Altino (più veloce di quanto non sia già ?!!?) che fa pensare al Marinetti del canal grande da asfaltare, chi meglio di un futurista può avere le idee chiare su cosa è il progresso? Viva la velocità! Anzi no, in effetti sulla velocità prevale la fretta, perché è di questo che parliamo, una dannata e inutile fretta con barche che sfrecciano …per fermarsi poco dopo in mare o vicino a una riva in lunghe attese. La lentezza è elemento caratteristico dello spirito del luogo, infastidisce quanti piuttosto che rallentare il loro ritmo preferiscono ricorrere al Cynar come intramontabile rimedio contro il logorio della vita moderna. Ma, in realtà, lentezza rispetto a cosa? il fattore comparativo e il sistema di riferimento sono determinanti: se guardiamo al moto in macchina il pedone appare rallentato, quasi fermo, ma se guardiamo al passo del veneziano è decisamente accelerato, sopra la media. Analogamente rispetto a un nuotatore, chi voga scivola rapido e silenzioso sull’acqua.

Nei giorni scorsi abbiamo visto sollevarsi sdegno per quanto accaduto a Luigi Divari [nell’immagine di copertina], veneziano indomito colpito e quasi affondato da un lancione mentre vogava alla vallesana tra l’isola della Certosa e San Pietro in Castello. Qualcuno dirà che sono i soliti estremisti dell’ambientalismo, un freno al progresso e zavorra di cui liberarsi. “Il problema del moto ondoso non è una novità, come quello delle navi c’è sempre stato”. Queste sono le consuete ragioni opposte ai soliti professionisti del lamento da parte del partito dei lavoratori d’acqua (motoscafisti e portuali, marinai di lancioni turistici e di grandi tope da trasporto). Ma non è vero, per varie ragioni. La prima è che nella storia dell’umanità ci sono scoperte d’intramontabile efficacia come la leva, la ruota e – appunto – il remo. La seconda è che in laguna bisogna essere prudenti e rispettosi, troppo delicato l’equilibrio per permettersi di non ponderare quel che si fa e il moto ondoso è provocato proprio dall’assenza di equilibrio e dall’eccesso: eccesso di velocità, eccesso nella quantità delle imbarcazioni da trasporto merci e persone che girano per i canali provocando danni alle imbarcazioni e alle rive, quando non anche alle persone. In laguna il senso della misura è naufragato insieme al buon senso. Lo dimostrano anche le tante morti di giovani figli della città d’acqua che si schiantano con i loro barchini contro le briccole o contro altre imbarcazioni.

Perché si voga? Perché è sano. La voga alla veneta a differenza di canottaggio, canoa e ogni altro tipo di voga è l’unica che ti fa stare in piedi guardando avanti. Bisognerebbe oggi incentivare il trasporto con voga all’interno dei canali cittadini e prevedere magazzini sul perimetro impedendo ai barconi di entrare in città. Nel periodo della pandemia lo abbiamo visto fare da volontari, ma dovrebbe/potrebbe tornare ad essere il mezzo di trasporto nei rii. 

Generalmente si usa contrapporre tradizione e novità. La tradizione dà conforto, trasmette un senso di sicurezza e di protezione di fronte all’ignoto della novità, custodisce le consuetudini e tutela abitudini consolidate che si sedimentano in usi e costumi di comunità che abitano un certo luogo in un determinato momento. Pesano, dunque, sia il fattore spaziale che quello temporale: la tradizione rispecchia lo spirito dei luoghi ed è conseguenza dello spirito del tempo. A Venezia la tradizione non è una categoria ma un imperativo. La tradizione e Venezia sono una cosa sola, ma cos’è la tradizione? Proviamo a soffermarci sul senso di un termine usato spesso a sproposito. La debolezza della tradizione (e di Venezia) sembra assodata, altrimenti non sarebbe oggetto di tutela, salvaguardia. Di contro sulla sua forza ci sono pareri discordi. A una concezione ‘autoritaria’ della tradizione come imposizione pregiudiziale e ideologica, si oppone l’idea di una tradizione ‘autorevole’ perché capace di risolvere problemi e dare soluzioni, legittimata solo dopo esser stata sperimentata senza pregiudiziali. Oggi si è accreditata un’idea di tutela come accanimento terapeutico a una tradizione immaginifica (gli sfarzi delle famiglie veneziane nel glorioso passato), istinto emotivo di spinta conservativa che si fa volontà di contrasto al cambiamento. La tradizione è, di contro, il motore del cambiamento, fattore tutt’altro che statico. Una consuetudine (oggetto, pietanza o tecnica che sia) è tradizionale solo se continua a risultare efficace e la voga non ha mai perso la sua efficienza. Il patrimonio storico, artistico e architettonico è il contenitore del valore di Venezia che è di tipo sociale e ambientale per concorrere alla formazione di un habitat unico e singolare che nonostante l’ostilità della zona umida e paludosa è capoluogo della cultura artigianale e capitale di eccellenze di terra e d’acqua. In tutto ciò il remo non ha mai smesso di farla da protagonista.

Il problema non è solo di questa giunta ma anche delle molte altre che l’hanno preceduta, tutte incapaci di fermare lo scandalo del moto ondoso. Il problema non è diverso dalle città di terraferma, costellate di rotonde e disseminate di cunette per costringere a ridurre la velocità. Certamente ha pesato il progressivo e inarrestabile incremento dell’attività turistico-ricettiva che richiede un grande volume di attività di servizio e trasporto. Analogamente l’auspicato innalzamento della soglia economica dei turisti ha portato alla moltiplicazione di taxi e lancioni e natanti con conducente per il trasporto persone.

Ci sono responsabilità nelle scelte di questo o quel sindaco ma il problema siamo noi. I ragazzi che sfrecciano come fulmini sui loro barchini in laguna o nei canali intorno ai centri della movida sono abitanti della città d’acqua, sono i nostri figli, non sono solo gli abitanti della terraferma ad affollare i campi e creare problemi. Manca un governo delle dinamiche urbane, per un verso si è lasciato crescere il turismo oltre misura, per altro verso non si prende atto e non si sostanzia l’idea di una città policentrica, resa tale da una rete di trasporti pubblici convergente non sempre e solo su piazzale Roma, ma trasversale e periferica a unire i diversi centri delle città di terraferma che devono vedersi riconosciuta la loro funzione di centralità. Oltre alle grandi opere servono interventi sistematici di governo del territorio che devono arrivare prima che la situazione degeneri e si sia costretti a evocare l’esercito, prima di arrivare a quel punto c’è tanto da fare, ciascuno nel suo e tutti nell’insieme. 

È intollerabile che chi voga debba mettere in conto rischi per la propria incolumità, la sua è pubblica incolumità che va tutelata e garantita dalla comunità, noi tutti dobbiamo intervenire se vediamo comportamenti scorretti e pericolosi ma l’amministrazione e le tante forze dell’ordine devono garantire controlli serrati, coordinandosi in modo da rimuovere smagliature e lacune nei controlli. Al tempo stesso si deve ripensare la mobilità nella città lagunare imperniata su braccia e gambe del corpo umano, partiamo da qui per valorizzare Venezia in materia di sostenibilità.

Vogare in laguna, sempre più rischioso ultima modifica: 2022-04-08T20:05:23+02:00 da GIOVANNI LEONE

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