Alla ricerca del suono perduto

Angelo Fabbrini e “La valigetta dell’accordatore”.
MARIO GAZZERI
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È un artigiano, un tecnico, un artista, un imprenditore, ha ormai 87 anni ed ha attraversato gli oceani e girato il mondo in compagnia dei più grandi pianisti del ventesimo secolo. Angelo Fabbrini è un accordatore, anzi il principe degli accordatori, gli invisibili angeli custodi capaci di garantire il timbro nascosto che rende magico un accordo o un arpeggio e di assicurare la sonorità che il compositore voleva fosse creata e ricreata dagli ottantotto tasti dello strumento che, da quasi due secoli, ha cambiato il mondo della musica classica.

La magia segreta dello strumento viene svelata dai grandi esecutori, da Radu Lupu a Martha Argerich, da Daniel Barenboim a Maurizio Pollini, da Claudio Arrau ad Arturo Benedetti Michelangeli da Geza Anda a Svjatoslav Richter, laici sacerdoti dello strumento che da spinetta diventò clavicembalo e poi celesta e quindi fortepiano (molto simile ai pianoforti odierni).

I veri pianoforti come li sentiamo e li vediamo oggi, infatti, risalgono alla metà del diciannovesimo secolo anche se già dal 1820 esistevano strumenti in grado di creare vibrazioni sonore sulla base di un complesso sistema formato essenzialmente da una tastiera di toni e semitoni collegata ad una serie di martelletti coperti di feltro. Questi, a loro volta, colpivano con intensità più o meno forte le corde in rame e in acciaio da cui scaturiva il suono. Strumento, peraltro, che pur avendo meno tonalità di una semplice corda di violino (in grado di produrre quarti e ottavi di tono ed oltre), incontrò subito il favore dei musicisti che trovarono nel pianoforte lo strumento ideale per la loro musica classica e romantica. Schumann, Beethoven, Schubert e poi Chopin, Liszt e i loro seguaci scoprirono gli emozionanti ‘colori’ che il pianissimo, il legato, lo staccato e lo schiacciato potevano conferire ai loro sogni musicali. Legato, staccato, fortissimo e mordente impossibili da produrre con il clavicembalo che ha un’unica intensità di suono, un’unica sonorità. Ed è per questo, anche, che la trascrizione per piano dell’immensa opera di Bach (composta per clavicembalo o per organo) lascia perplessi i puristi secondo i quali il grande compositore di Eisenach riusciva comunque a dare vita alle sue opere “semplicemente” grazie all’invenzione del contrappunto, ovvero alla sovrapposizione di una o più linee melodiche (e connesse variazioni) a quella principale.

Ma, per tornare ad Angelo Fabbrini, è necessario segnalare la sua autobiografia (La valigetta dell’accordatore, la ricerca del suono perduto, Passigli editore) che è un compendio di ricordi della sua collaborazione con Pollini, con il silenzioso (ma forse anche scontroso) Benedetti Michelangeli e con molti degli altri virtuosi della tastiera citati più sopra. Il libro, tuttavia, è soprattutto la storia di una passione per uno strumento che ha rinnovato l’anima della musica e per la messa a punto, poco prima di un concerto, di un Bechstein, di un Bõsendorfer o di uno Steinway.

Avevo ascoltato un concerto dal vivo del grande pianista svizzero Alfred Cortot su un pianoforte ”Gran coda“ Bechstein e volevo che quel suono restasse indelebile nella mia mente,

ricorda Fabbrini, figlio d’arte, che spesso si inoltra in un terreno in cui abbonda la terminologia tecnica.

Ricordo, scrive l’accordatore, che il Maestro Daniel Barenboim si fece costruire un pianoforte con le corde dritte, per evitare il salto timbrico all’incrocio tra le corde ramate e quelle di acciaio.

Il suono del pianoforte può essere potente ma anche fragile come un vetro di Murano, ma forse solo un orecchio musicale “assoluto” potrebbe accorgersi di alcuni dettagli. E, al riguardo, Fabbrini racconta:

Con Maurizio Pollini ho trascorso lunghi momenti nei teatri di tutto il mondo per cercare di posizionare il pianoforte sul palco in maniera ottimale; questione di centimetri e il risultato cambia.

La possibilità che il pianoforte offre all’esecutore di calibrare l’intensità della vibrazione delle corde, e quindi del suono, consente un vero e proprio dialogo, un vero “colloquio” tra pianista e strumento (ma anche tra pianista e compositore) e una più marcata differenziazione nell’esecuzione di una sonata o di un concerto. Ciò esalta l’arte di ogni singolo esecutore che dà la sua personale interpretazione del “pezzo” del compositore.

Come si può facilmente osservare, la differenza con i clavicembalisti è enorme e tranne il compianto Karl Richter e pochi altri, non si ricordano molti nomi di clavicembalisti del passato, Contrariamente a quanto avviene per i pianisti molti dei quali, come si è accennato, ebbero contatti col Fabbrini. Una vita convulsa, quella dell’accordatore e dei suoi preziosi strumenti contenuti nella famosa “valigetta” del libro per il cui titolo, confessa l’autore, gli fu di ispirazione La valigetta del dottore dello scrittore e medico scozzese Joseph Cronin. Ed egli stesso si è sempre sentito un po’ un medico pronto ad accorrere a Monaco di Baviera per ascoltare le richieste dell’incontentabile Benedetti Michelangeli o ad Amburgo per scegliere uno Steinway per il facoltoso cliente di turno. Ricorda con nostalgia le ore passate col pianista russo Nikita Magaloff o con il grande concertista ungherese Geza Anda. Un bel libro, di un grande artigiano e artista. Il libro di un giovane, classe 1934.

Alla ricerca del suono perduto ultima modifica: 2022-04-10T21:15:24+02:00 da MARIO GAZZERI
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