Luka Modrić, il poeta del gioco

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Luka Modrić da Zara è un figlio della guerra che insanguinò i Balcani negli anni Novanta, quando una terra un tempo ricca e felice si trasformò in un mattatoio e intere comunità volsero le armi le une contro le altre. È figlio della paura, del calcio giocato nei rifugi, sotto le bombe, in mezzo al puzzo di morte e al terrore di non arrivare al giorno successivo. Ha avuto, dunque, un’infanzia difficile, segnata dalla violenza che regnava ovunque, eppure non ha smarrito quell’idea di bellezza che sola può salvare il mondo, anche quando non ce ne rendiamo conto e pensiamo che sia ormai obsoleta. 

Modrić inventa magie da quando ha cominciato a calcare i palcoscenici più importanti d’Europa, trovando a Madrid la propria consacrazione. Del resto, non poteva avvenire altrove, considerando che il Bernabéu è uno dei grandi templi del calcio mondiale, uno stadio in cui ogni partita deve essere spettacolare, il gioco divertente e veloce e l’impegno massimo per soddisfare il palato di un pubblico abituato a sostenere, da sempre, i più grandi campioni del momento. Il croato si inserisce, di diritto, all’interno della categoria, essendo un lampo di luce nel buio, uno di quei fuoriclasse in grado di ribaltare una gara da un momento all’altro, l’architetto delle tre Champions consecutive targate Zidane e colui che da solo, nella partita di ritorno contro il Chelsea, ha tenuto a galla un Real oggettivamente in serata no e già colpito tre volte dagli avversari.

Qualunque altra squadra, probabilmente, si sarebbe lasciata andare, loro no, anche perché di Ancelotti ce n’è uno solo e, guarda caso, pure lui attualmente abita a Madrid. E così, quando tutto pareva ormai perduto, le merengues hanno pescato dalla panchina i propri fenomeni freschi, tra cui Rodrygo, cui il Renzo Piano del centrocampo blanco ha regalato un assist d’esterno che andrebbe esposto al Louvre, essendo uno di quei colpi che possono venire in mente soltanto a un genio, risolutivo e straordinario, in grado di condurre una compagine stanca e sotto assedio ai supplementari, dove un altro vecchietto terribile, ossia Benzema, ha dato l’ennesimo saggio della propria classe, siglando il gol che ha condotto i madrileni in semifinale.

Come italiano, provo un po’ di invidia e un discreto rimpianto, se penso che noi di lampi di genio analoghi ne vedevamo quasi uno ogni domenica, quando in Serie A giocavano tutti insieme Zidane, Rui Costa, Totti, Baggio, Pirlo, Ronaldo, Del Piero e altri miti i cui eredi, ahinoi, ormai giocano in Liga o in Premier League, essendosi drammaticamente svalutato il nostro campionato. E così, quando la coppa dalle grandi orecchie entra nel vivo, siamo costretti ad assistere da spettatori a tutto ciò per cui vale ancora la pena di seguire una partita di calcio: l’estro, la giocata strepitosa, il gol ai limiti dell’impossibile, la tenuta psicologica nelle difficoltà, la parata spettacolare, l’azione travolgente, il contropiede micidiale e altri momenti di rara intensità che quest’Italia in declino non può più permettersi. Un tempo,  probabilmente, Modrić avrebbe giocato alle nostre latitudini. Da dieci anni se lo godono a Madrid e lì continuerà a dispensare il proprio talento, dando prova, in ogni circostanza, della sua unicità. 

Luka Modrić, sfidando il suo passato e sconfiggendo i suoi demoni interiori, ha trovato nel calcio il proprio riscatto e la propria ragione di vita.

Ogni volta che lo vedo giocare, mi torna in mente una celebre frase di Osvaldo Soriano che sembra scritta apposta per lui:

Ci sono tre generi di calciatori. Quelli che vedono gli spazi liberi, gli stessi spazi che qualunque fesso può vedere dalla tribuna e li vedi e sei contento e ti senti soddisfatto quando la palla cade dove deve cadere. Poi ci sono quelli che all’improvviso ti fanno vedere uno spazio libero, uno spazio che tu stesso e forse gli altri avrebbero potuto vedere se avessero osservato attentamente. Quelli ti prendono di sorpresa. E poi ci sono quelli che creano un nuovo spazio dove non avrebbe dovuto esserci nessuno spazio. Questi sono i profeti. I poeti del gioco.

A settembre “Lukito” compirà trentasette anni ma sappiamo che non si fermerà e per questo siamo felici.

Luka Modrić, il poeta del gioco ultima modifica: 2022-04-14T20:21:11+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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